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GIALLO PASSIONE

Linda Cimetta
Cronaca di un delitto
Alla fine della seconda guerra, Venezia era
entrata in crisi: commerci fermi, merci
marcite, prostitute in ogni angolo della
città e gente che aveva trovato la possibilità
di guadagnare qualche soldo con il
contrabbando. Proprio in quel periodo viene
uccisa, fatta a pezzi e gettata nel canale
Linda Cimetta, che gestiva il Caffè Vittoria
a Belluno…

Venezia Fondamente Nove Questa storia inizia l’8
maggio del 1947, sono le 6 e mezza del mattino quando la
gondola di un pescatore di seppie della zona si incaglia
proprio vicino alla sacca della Misericordia, poco
distante dal Casino degli Spiriti e il Cimitero di San
Michele. Questo è un posto attorno alla quale si
rincorrono strane storie di fantasmi, fenomeni
inspiegabili e riti esoterici che i veneziani conoscono
molto bene. Si racconta infatti che negli anni passati
il Casino degli Spiriti fosse sede di una setta satanica
e molti testimoni giurano di aver visto, passando di
notte tra la nebbia, persone incappucciate e nascoste da
mantelli che reggevano delle fiaccole.
Venezia,
8 maggio 1947. Ore 6:32. Quella mattina la nebbia non
era un velo, era una garza sporca, impregnata di
salsedine e di cenere fredda, che si appiccicava alla
pelle come un rimorso. Il canale della Misericordia
sembrava morto, l’acqua grigia e immobile, un olio
pesante che inghiottiva ogni suono tranne il battito
lento del remo e il respiro rauco di Alvise Zane.
Alvise aveva sessantadue anni, la faccia scavata dal
vento e dal vino, gli occhi di un azzurro lattiginoso
che non guardavano più il mondo da un pezzo. La sua
gondola da pesca nera, scrostata, con una falla che
rattoppava ogni mattina con pece e bestemmie avanzava a
tentoni verso la Sacca. Lì le seppie si nascondevano tra
le alghe marce, e lì, solo lì, un uomo poteva ancora
credere di guadagnarsi il pane senza dover guardare in
faccia nessuno.
Il remo toccò qualcosa che
cedette, poi resistette, poi cedette di nuovo. Alvise si
chinò sul bordo, la sigaretta spenta che gli pendeva
dalle labbra. La nebbia si aprì appena, quel tanto che
bastava. Alvise imprecando sputò la sigaretta in acqua.
Sullo sfondo, avvolto nella bruma, il Casino degli
Spiriti spiccava come un giuramento dimenticato. Le
finestre cieche, i muri scrostati, il tetto mezzo
crollato. Si diceva che lì dentro, anni prima, gente coi
soldi e senza Dio avesse evocato cose che non dovevano
avere un nome. Si diceva che le torce accese nella notte
non fossero torce, ma anime che bruciavano ancora.
Alvise non pensò. Pensare era un lusso che la paura
non concede. Con un grugnito soffocato si buttò
nell’acqua gelida, un morso che gli entrò nelle ossa.
Nuotò sotto la gondola, le mani che brancolavano tra le
alghe viscide, cercando la cima o la catena o qualunque
diavoleria avesse incagliato la chiglia. Le dita
toccarono legno e cuoio di un baule da viaggio, di
quelli che usavano le signore ricche prima della guerra.
Il coperchio era chiuso da due lucchetti d’ottone.
Strappò con i denti un pezzo di corda marcia, fece leva
con le spalle, tirò e il baule salì, lento, ostinato,
trascinando dietro una scia di bolle e di silenzio.
Quando riemerse, la gondola oscillò violentemente.
Alvise si aggrappò al bordo, si issò dentro con un
rantolo, l’acqua che gli colava dai capelli grigi sulla
faccia. Ora il baule era lì, al centro della barca,
gocciolante, pesante di un peso che non era solo legno e
cuoio. Non voleva aprirlo. Lo sapeva già cosa avrebbe
trovato. Venezia glielo sussurrava nelle ossa. Ma le
mani andarono lo stesso. Con il coltello da pesca forzò
i lucchetti. Il primo cedette con uno schiocco secco. Il
secondo si aprì da solo, come se non aspettasse altro.
Il coperchio si sollevò di qualche centimetro e l’odore
lo colpì come una sberla: profumo francese di sangue,
acqua di mare e cadavere.
Alvise scoperchiò il
baule. Davanti ai suoi occhi una donna. O quello che ne
restava. Tagliata netta all’altezza della vita, con una
precisione da macellaio. Collo sottile, spalle bianche,
testa reclinata di lato come in un sonno innaturale. I
capelli castani erano ancora raccolti in un’acconciatura
elegante, qualche forcina ancora al suo posto. Al collo,
una collana di perle a tre giri, grosse come lacrime, ai
polsi bracciali di diamanti. La parte inferiore era
piegata accanto, le gambe ancora infilate in calze nere
di seta e scarpe di vernice nera col tacco alto. Sul
ginocchio sinistro, un neo perfetto.
Alvise si
portò una mano alla bocca, ma non vomitò. Aveva già
visto troppo nella sua vita per vomitare ancora. Chiuse
il coperchio piano, come se temesse di svegliarla. La
nebbia si era fatta più densa, ora avvolgeva la gondola
e il Casino degli Spiriti era sparito, inghiottito. Solo
il rumore dell’acqua che batteva contro lo scafo, e il
battito del suo cuore che sembrava voler uscire dal
petto. Un baule sul fondo del canale, nascosto come
un segreto che non doveva mai venire a galla! Adesso
aveva paura sul serio. E quando un veneziano ha paura
sul serio, non scappa. Comincia a remare verso la città.
Verso la Questura, verso qualcuno che possa capire. Ma
dentro di lui già lo sapeva: certi segreti, una volta
aperti, non si richiudono più.
Alvise remava e il
baule era lì, ai suoi piedi, coperto con un vecchio
telone da pesca. Ogni colpo di remo faceva sobbalzare il
legno e gli sembrava di sentire le perle della collana
che battevano piano, come dita che bussavano
dall’interno.
Linda Cimetta! Il nome gli venne
in mente prima ancora di arrivare al ponte della Crea.
Ne aveva sentito parlare, anzi forse l’aveva anche
vista, la donna che scendeva da Belluno due tre volte
l’anno con la sua valigia di coccodrillo e quell’aria da
signora che non chiedeva mai permesso. Alta, magra, il
portamento di chi era nata povera, ma aveva imparato a
camminare come se il mondo le dovesse qualcosa. Labbra
carnose da farci l’amore, sempre dipinte di rosso scuro,
un cappotto di cammello che a Venezia non portava
nessuna, e quegli occhi… occhi color fango ghiacciato,
che ti guardavano senza mai lasciarti entrare.
Al
Caffè Vittoria di Belluno dicevano che fosse vedova di
guerra. Altri dicevano che il marito non era mai
esistito. A Venezia la chiamavano «la Bellunese» o,
sottovoce, «la Fredda». Perché non sorrideva mai, perché
parlava poco e quando parlava era per dire di no, perché
ti guardava come se già sapesse quanto valevi e quanto
poco valesse la pena sprecare fiato.
Alvise fece
mente locale. Certo sì! L’aveva caricata una volta, due
anni prima, da Sant’Alvise fino a Fondamenta Nuove. Lei
era salita senza chiedere quanto costasse, aveva
appoggiato la valigia sulle ginocchia e aveva guardato
fisso davanti a sé per tutto il viaggio. Alla fine gli
aveva dato mille lire – mille! – e se n’era andata senza
una parola. Lui quelle mille lire le aveva tenute da
parte per un mese, come se fossero sporche. Si diceva
che portasse sempre soldi. Tanti.
«Sigarette
americane!» Mormoravano i contrabbandieri di Cannaregio.
Lucky Strike, Chesterfield, Camel, roba che arrivava dai
soldati alleati ancora di stanza a Mestre e che a
Belluno, in montagna, la gente pagava a peso d’oro.
Linda scendeva, dormiva due notti da una certa Maria, ex
ballerina alla Fenice che ora affittava camere a ore in
calle della Lacca, spariva per ventiquattro ore e
tornava su con la valigia più pesante di quando era
arrivata. Ma non erano solo sigarette. Qualcuno giurava
di averla vista diverse notti, uscire dal Casinò degli
Spiriti con un uomo sempre diverso. Mai ubriaca, mai
spettinata. Entrava con il cappotto abbottonato fino al
collo e usciva mezz’ora dopo, sempre sola, sempre con la
stessa faccia di chi ha finito un lavoro e già pensa al
prossimo. Si diceva che costasse troppo! Cinquantamila
lire a botta. Roba di donne d’alto bordo.
Alvise
arrivò finalmente alle Fondamenta Nuove. Legò la
gondola, si fece il segno della croce due volte – una
per abitudine, una per scaramanzia – e si caricò il
baule pesante in spalla. Il telone scivolò appena mentre
saliva i gradini verso la Questura. Un poliziotto
giovane, in servizio sulla porta, sbiancò. «Zane… che
diavolo porti lì?» Alvise posò il baule a terra con un
tonfo sordo. «Porto la Bellunese!» Disse con la voce
rauca. «O quello che ne resta.» E mentre i poliziotti
si affollavano attorno, mentre qualcuno già correva a
chiamare il questore, Alvise accese l’ennesima sigaretta
e guardò verso San Michele. La nebbia si stava alzando.
Il Casino degli Spiriti riappariva, lontano, muto. E per
la prima volta in sessantaduenne, Alvise Zane ebbe la
certezza che certi clienti è meglio non caricarli mai
sulla propria barca.
Venezia, Questura di San
Zaccaria. 13 maggio 1947, ore 21:47. L’ispettore capo
Ettore Boscolo, detto «il Lupo» per via del naso rotto e
degli occhi che non mollano mai la preda, sfogliava il
fascicolo sotto la luce gialla di una lampada da tavolo.
Sulla scrivania: il verbale della denuncia sporta da
Maria Gusso, l’ex ballerina di calle della Lacca; due
fotografie scattate al cadavere ricomposto; un elenco di
gioielli valutati dall’orafo di Rialto in quasi
ottocentomila lire; e, in fondo, un nome cerchiato tre
volte in rosso: Bartolomeo Toma.
Boscolo accese
una Nazionale, aspirò lasciando che il fumo gli
bruciasse la gola. Maria Gusso aveva parlato solo dopo
due giorni di interrogatori. «Quel giovedì Linda era
uscita alle sette di sera. Mi aveva detto: “Torno per le
undici, al massimo mezzanotte”. Aveva con sé la borsa di
pelle nera, quella dove teneva i soldi. Centodiecimila
lire contate, ha detto. “Affare sicuro.” Aveva aggiunto.
E ha riso. Linda rideva di rado, ma quella sera sì.»
«E con chi aveva appuntamento?» «Con il brindisino.»
Bartolomeo Toma, il brindisino, aveva trentanove
anni, bello da far girare la testa alle donne e da far
girare i coltelli agli uomini. Capelli neri ondulati,
occhi verdi da gatto, un sorriso che prometteva il
paradiso e consegnava l’inferno. Era arrivato a Venezia
nel ’44, disertore della Marina, con una divisa
americana comprata al mercato nero e una storia diversa
per ogni orecchio. Aveva perso tutto alle bische di
Cannaregio: la casa di Brindisi, i gioielli della madre,
persino l’orologio d’oro del padre morto a Cefalonia.
Ora dormiva in una soffitta sopra la tabaccheria
della vedova Rosetta Dall’Acqua, sessantasei anni, ex
cantante di caffè-concerto, ancora bella di una bellezza
appassita che sapeva di rossetto e reggicalze. In cambio
di un letto e di un piatto caldo, Bartolomeo scaldava le
lenzuola della vecchia signora tutte le notti e le
portava clienti per le sigarette americane che lei
rivendeva sottobanco.
Il vice di Boscolo,
sergente Parodi, bussò ed entrò con una cartellina.
«Abbiamo ricostruito la serata, signor ispettore:
Alle 19:15 Toma è stato visto da due testimoni in un bar
in compagnia di Linda. Hanno bevuto due ombre di
prosecco, lei ha pagato. Alle 20:05 sono usciti
insieme. Direzione Fondamenta Nuove. Alle 21:30 un
gondoliere giura di averli caricati vicino al ponte dei
Greci e lasciati alla Sacca della Misericordia, proprio
davanti al Casino degli Spiriti. Dopo, nessuno li ha
più visti.»
Boscolo si alzò, spense la sigaretta
sul bordo del posacenere già pieno. «Il brindisino
abita ancora nella soffitta della vecchia?»
«Sissignore. Non si è fatto vedere per due giorni dopo
la scomparsa, poi è tornato come se niente fosse. Gioca
a carte da Remigio, perde, chiede credito. Dice che
Linda gli doveva dei soldi.» Boscolo si mise il
cappotto. «Andiamo a prenderlo. E porta tre uomini
con te. Voglio che quella soffitta sia passata al
setaccio.»
Ore 23:12. La porta della soffitta è
socchiusa. Dentro, odore di tabacco, profumo da due
soldi e sudore. Bartolomeo Toma dormiva ancora, ubriaco,
la testa appoggiata sul seno floscio di Rosetta. Non
fece in tempo ad aprire bocca: due agenti gli torcono le
braccia dietro la schiena, le manette scattano fredde.
Sul comodino una bottiglia di grappa mezzo vuota.
Quando vide Boscolo e i quattro agenti, sorrise senza un
filo di paura. «Buonasera, ispettore. Vedo che cercavate
me…»
Boscolo gli mise sotto il naso la foto di
Linda ricomposta. «L’ultima volta che è stata vista viva
era con te, brindisino. Alla Sacca della Misericordia.
Poi l’hanno trovata in due pezzi dentro un baule. E tu
sei sparito per quarantott’ore. Spiega.» Bartolomeo
guardò la foto, fece una smorfia, si strinse nelle
spalle. «Linda era una puttana con la puzza sotto il
naso. Mi doveva trentamila lire di sigarette che non ha
mai pagato. Abbiamo litigato. Lei è scesa dalla gondola,
io sono rimasto a bere. Fine della storia.»
I
poliziotti rovistarono la mansarda e nel cassetto del
comodino, avvolto in un giornale del ’44, spuntò un
fazzoletto di seta bianca con le iniziali L.C. ricamate
in rosso. Al centro, una macchia bruna ormai secca. Il
laboratorio della Scientifica confermerà in poche ore:
sangue umano, gruppo 0, lo stesso di Linda Cimetta.
Boscolo si avvicinò. Il sorriso di Bartolomeo
vacillò per la prima volta. Rosetta Dall’Acqua urlò:
«Non è stato lui! È stato con me tutta la notte! Giurò…»
Boscolo fece cenno ai suoi uomini. «Portatelo dentro. E
portate anche la vecchia. Domani mattina voglio sapere
chi dei due mente.» Mentre lo trascinarono via,
Bartolomeo si voltò un’ultima volta verso l’ispettore.
«State cercando il diavolo sbagliato, Boscolo» Disse
piano. «Quello vero non lo prenderete mai con le
manette.» La porta si chiuse. Nella soffitta restò
solo l’odore della grappa alla ruta e la bottiglia che
gocciolava sul pavimento, goccia a goccia, come un
orologio che contava le ore prima dell’inferno.
Venezia, 14 maggio 1947. Stanza interrogatori, terzo
piano della Questura. Solo una lampada puntata in
faccia, una sedia di ferro, il caldo di maggio che
entrava dalle finestre aperte sul canale. Toma durò nove
ore. Poi crollò. «L’abbiamo uccisa per i soldi, sì…
centodiecimila lire… una fortuna… dovevo pagare i debiti
da Remigio o mi facevano a fette.» Parlava in fretta,
la voce rotta, il sudore che gli colava sugli zigomi.
«Ma non sono stato solo. C’era Luigi. Luigi Sardi, il
gondoliere di San Samuele. È stato lui a portare la
gondola quella notte. È stato lui a dire che il Casino
degli Spiriti era il posto perfetto… nessuno ci va,
nessuno vede…»
Luigi Sardi venne prelevato alle
undici di sera mentre lucidava la sua gondola sotto il
ponte de le Ostreghe. Trentacinque anni, faccia larga da
veneziano puro, occhi piccoli e cattivi. Quando gli
dissero il nome di Toma, sputò in acqua. «Quel bastardo
meridionale mente! Sono stato io a colpire per primo,
sì, ma solo perché lei aveva tirato fuori il coltello! È
stata legittima difesa! Poi lui… lui l’ha finita… e lui
ha voluto tagliarla per farla entrare nel baule… io non
volevo…» Verbali che si contraddicono, ore e ore di
accuse reciproche. Toma: «Sardi ha colpito alla gola
con il remo, io ho solo tenuto le gambe.» Sardi:
«Toma l’ha strangolata con il fazzoletto, io ho guardato
dall’altra parte.» Sulla sega da falegname nel
magazzino di Sardi i poliziotti trovarono le tracce di
sangue e di midollo. Sulla camicia di Toma, sequestrata
nella soffitta, alcuni frammenti della seta dell’abito
di Linda.
14 novembre 1947 Il processo fu
rapido. Venezia voleva chiudere in fretta quella storia
che puzzava di marcio e di Casino degli Spiriti. La
Corte d’Assise li condannò entrambi all’ergastolo:
omicidio plurimo aggravato dalla rapina e dalla sevizia.
La fucilazione alla schiena, prevista per i delitti più
gravi, venne commutata in ergastolo per l’abolizione
della pena di morte in tempo di pace decretata pochi
mesi prima.
Ventotene. Carcere di Santo Stefano.
1953. Bartolomeo Toma, ormai ridotto a un’ombra con
gli occhi verdi spenti, tentò la fuga con altri tre
detenuti. Traversarono a nuoto il tratto di mare fino a
Ventotene. Lo ritrovarono cadavere tre giorni dopo,
gonfio, incastrato tra gli scogli, la bocca aperta.
******
Luigi Sardi invece sopravvisse.
Nel 1961 una perizia psichiatrica gli riconobbe «vizio
parziale di mente» per via di un’antica sifilide non
curata. La pena venne ridotta a trent’anni. Con i
condoni del ’59, del ’66 e del ’68 uscì nel 1974, dopo
ventisette anni tondi.
L’ultima volta che
qualcuno lo vide fu nel 1981. Una sera d’inverno, seduto
su una panchina a Sant’Alvise, guardava verso la laguna.
Aveva sessantanove anni, la barba bianca, le mani che
tremavano. Un ragazzino gli chiese l’ora. Sardi alzò
gli occhi, lattiginosi come quelli di Alvise Zane
trent’anni prima, e disse soltanto: «Troppo tardi, fio.
Troppo tardi per tutti.» Poi si alzò, camminò fino al
bordo dell’acqua e sputò nella nebbia. Non si voltò più.
Il Casino degli Spiriti era ancora lì, muto, con le
finestre cieche. Ogni tanto, quando la nebbia è alta, i
pescatori giurano di vedere due ombre sulla porta: una
alta e snella, l’altra tarchiata e curva. Aspettano una
gondola che non arriverà mai più.
Questa è la
nostra storia di oggi, una storia che i veneziani
conoscono molto bene tanto che da quel momento nessun
veneziano si è più tuffato nelle acque del Casino degli
Spiriti. |

IMMAGINE GENERATA DA IA
A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
http://www.bellunopress.it/2013/01/04/
https://www.unospitedivenezia.it/new/halloween-


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