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RACCONTI

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Marirosa Barbieri
Santiago






 



      Ho provato a telefonarti, Santiago. La mia voce sfilava sul nastro invisibile della segreteria telefonica. Parole cadute in un mare profondo…
So che eri lì: disteso sul letto con i pantaloni abbassati. Hai ascoltato mentre il vento, dalla finestra, soffiava via il sudore dai riccioli bruni…
Ti ho sognato, Santiago…ho sognato la tua casa nel sobborgo di Rio, all’ultimo piano di una palazzina dimenticata da Dio. Pianti di bimbi mai nati, nenie di mamme con gli occhi essiccati dal sole, venditore ambulante che trascina un carretto e la coda di un’ altra giornata di stenti.
Ieri al mercato ho comprato la Maracuja: cresce nella tua terra dove il cielo è viola, gli alberi bruni ed il sole bianco.

Ho fatto l’amore con te, Santiago... in un sogno perverso in cui due figuri dall’accento straniero si avvinghiano. Due tralci bucati dal sole e resuscitati dal vento. Vecchie canaglie stordite dall’oppio.
Mi hai penetrato, Santiago... sulla branda divorata da ruggine antica. Cigolio della rete, odore forestiero di ratti.
Il letto ha tremato mentre tu sovrastavi il mio corpo, prigioniero di spasmi e piacere. Mi hai presa con forza. Nelle tue vene, l’odore di sangue macchiato di piombo, eroina e corallo. Nel tuo sesso selvaggio, il sapore delle strade di Rio.

Fuori, il tramonto si colora di giallo, di rosa, di verde, di nero…Ed è già un nuovo giorno Santiago…
Il Brasile è così: terra dai mille colori e di discariche che respirano ancora.
Ho provato a salvarli, Santiago…Ne ho salvati forse uno, due, tre al massimo. Ho tirato via dai tombini topi morti che sembravan bambini…e forse, Santiago, erano davvero bambini, figli di zoccole divoratrici di fogne.

Quanti ne ho visti morire, trascinati dal braccio sinistro di un raccattatore spregiudicato. E le donne bambine, Santiago…lucciole spente ed ubriache di samba. Piccoli falò per predoni e vecchi occidentali. Occhi accecati dalla luna. Relitti di una società senza cuore che gioca a fregare e…fotte.

Ho scritto una poesia per te, Santiago. L’ho scritta dopo averti sognato. Ho scritto che voglio le tue mani roventi, di nuovo, sulle mie carni. Voglio che stringa i miei seni e li bruci.
“Che cosa ci fa la Croce Rossa in questa terra?”, mi chiedesti la prima volta.
Poi le tue mani sulle mie: calde ed affilate come denti di una chiave che non apre più.

“Potrei avere l’Aids”, mi sussurrasti una notte tra tosse e mosquitos.
Era tardi, Santiago… Il mio cuore aveva bevuto anche l’Aids.
“Parti con me, ricominciamo”.
“E' troppo tardi”.
L’eroina ti aveva pippato il cervello. Dicevi che avresti regalato il tuo ultimo respiro alla terra dai mille colori. Che saresti morto al centro della strada investito dall’ultimo carnevale di Rio e... seppellito in discarica, tra merda e rifiuti.

Continuo ad immaginarti, Santiago...fermo nella tua casa di Rio, disteso sul letto con gli occhi fissi al soffitto, una siringa sparata in vena e l’orecchio in ascolto di un battito nuovo e lontano: tuo figlio.






FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Marirosa Barbieri
Photo    Zachar Rise

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