HOME       CERCA NEL SITO       CONTATTI      COOKIE POLICY

1
RACCONTI

1

Marirosa Barbieri
Lettera anonima






 



      Cara sconosciuta,
sono le cinque e quaranta del mattino, in questa fredda Stoccolma. Dieci gradi sotto lo zero segna il termometro qui appeso alla parete della mia cucina. L’ennesima notte insonne degli ultimi quindici anni, da quando lei è morta, lasciandomi solo in questa casa. Alcune mattine mi sembra di sentire ancora più freddo mentre sorseggio il caffè, altre volte riesco quasi a percepire il calore della tua compagnia. Ti spio, ogni giorno, da questa finestra invisibile. Osservo la tua intimità domestica ed i gesti che compi. Ho sempre pensato che il palazzo in cui vivi, di fronte al mio, sia molto più bello della bettola in cui abito. Quando comprammo questo appartamento io e lei eravamo appena sposati, giovani ed entusiasti. Ci importava solo ritagliare uno squarcio di mondo tutto per noi.

Questa casa sembrava perfetta nonostante le pareti umide, il puzzo di muffa stantio, il pavimento dissestato, i battiscopa divelti, le tende impiastricciate, il lampadario fulminato e le pareti di carta che filtravano tutto, persino i respiri. Per me e lei era un piccolo paradiso nella sofferenza da cui venivamo. Lei era cresciuta nei sobborghi di Stoccolma e non aveva studiato. Io, un professore di matematica squattrinato e sognatore. Ci amavamo però e la melma non era riuscita a coprire la bellezza del suo viso.

Cara sconosciuta del palazzo di fronte, anche se tu non mi conosci io so tutto di te: sei la persona a me più cara, la mia ascoltatrice più paziente. Tu svolgi la tua vita ignorando la mia esistenza ma a me basta che tu ci sia. Non importa se non ti siedi ad ascoltare i miei racconti. Il tuo affaccendarti distratto per casa mi basta. Mi accontento di guardarti mentre volteggi tra la sala e la cucina. I tuoi movimenti aggraziati e femminili mi fanno sognare. La dolcezza che traspare dai tuoi occhi quando imbocchi il tuo piccolo mi emoziona. Poi, arriva la sera, quando accudisci tuo marito: lo accogli con un abbraccio, gli cingi il collo e delicatamente lasci scivolare le mani sul suo corpo. Poi, gli porti le pantofole e lui ti segue in cucina.

Cara sconosciuta, la tua vita rende viva la mia vita e trascorro intere giornate ad osservarti. Abbiamo una cosa in comune: siamo due relitti confinati in pochi metri quadri di casa: la cucina è il tuo mondo, la mia cucina è una prigione. Ma grazie a te è una prigione sopportabile. A volte mi prende l’ansia, trasalisco al pensiero che tu possa trasferirti altrove abbandonandomi alla mia solitudine. Mangio poco, dormo niente, aspiro sigarette come fossero ossigeno ma è la mia unica consolazione. Forse dentro me spero di morire soffocato da una coltre di fumo. Non temo più la morte da quando lei è andata via. Morendo non sentirei più nulla. Ciò che mi assilla, invece, è il continuare a vivere con la tua assenza.

Mia cara sconosciuta, la tua giornata inizia alle cinque e quaranta, quando le imposte della tua finestra si spalancano al mondo. In cucina non ci sono tende, i tuoi segreti li conosco e forse so molte più cose io di tuo marito perché non ti perdo di vista tutto il giorno. Il tuo primo gesto, al mattino, è accendere una sigaretta ma non la finisci mai tutta. Fumi sigarette francesi, lo so quasi per certo. Ti piace il tè con una fetta di limone per colazione. Tuo marito ama latte con biscotti ed ogni tanto ne spilluzzichi qualcuno. I tuoi bambini sono bellissimi ed il più piccolo ti somiglia. Credo si chiamino Fabio e Giorgio, l’ho letto dal tuo labiale. Sei molto apprensiva verso l’ometto più piccolo, Fabio: forse lo vedi così indifeso.

Cara sconosciuta, quando chiudi la porta alle tue spalle dopo che tutti sono andati via, tiri un sospiro e piangi. Ogni giorno quando sei sola piangi. Non so il perché ma forse un giorno troverò il modo per chiedertelo. Com’è strana la vita, io farei di tutto per avere ciò che hai tu e non sentirmi così solo, invece a te non basta. A volte mi sembra che tu ti accorga della mia esistenza. Mi sembra che fissi la mia finestra ed io mi ritraggo nascondendomi dietro il drappo marrone della mia tenda. Poi mi sporgo leggermente per vedere se hai abbassato lo sguardo, non ti trovo più ed un po’ mi rattristo. A volte vorrei che ti accorgessi di me, del mio viso sghembo ma sempre fisso e attento alla tua vita. Altre volte addirittura mi fingo al tuo fianco, forse riuscirei a renderti felice ma poi la malinconia mi prende, mi butta giù e mi sotterra. Il tuo sorriso quando rispondi al telefono mi restituisce il sorriso, la tua trepidazione quando qualche tua amica ti fa visita e l’entusiasmo con cui prepari i dolci mi ridonano la vita.

Cara sconosciuta, assomigli molto a lei: hai capelli nero corvino, i tratti del viso marcati ed una fossetta sulla guancia sinistra. Una piccola ruga solca la tua fronte ogni volta che l’aggrotti quando rimproveri i tuoi figli ma lasci subito posto ad una abbraccio materno. Ti immagino da vecchia: sarai bellissima, come ora.

Cara sconosciuta, ieri è venuto a farmi visita il medico e mi ha detto che la mia ernia è peggiorata e che dovrei stare a riposo, disteso sul letto e ridurre gli sforzi al minimo. Io gli ho detto che è pazzo ma lui non può sapere delle nostre lunghe giornate insieme e di quanto a lungo parliamo. Ti racconto e tu mi racconti. Ho provato a spiegare al dottore che riesco a parlare ad una mia amica attraverso i vetri e lui mi ha risposto che il pazzo sono io e che la mia depressione sta peggiorando. Io credo, invece, di star meglio. A parte la sera, dopo la mezzanotte, quando tu chiudi le imposte e ti ritiri nella tua stanza che ridà sul cortile interno. Quella separazione di poche ore mi fa smaniare ma cerco di controllarmi: prendo il tranquillante, lo diluisco in un bicchiere d’acqua, mangio una mela e mi lavo i denti.

Poi, mi butto sul letto come un sacco vuoto e scucito e chiudo gli occhi. Mi dimeno, mi agito, mi rivolto tra le coperte sgualcite, cerco lei con la mano. Continuo a cercarla ancora dopo quindici anni. Non la trovo e prendo la sua foto che ho sul comodino, come una reliquia. La poggio sul petto, all’altezza del cuore e stringo la presa. Poi mi lascio andare per qualche minuto e mi attraversa un vuoto profondo. Sento persino il freddo che c’è fuori, ma perché? Ho cambiato gli infissi, quelli nuovi sono più spessi.. Invece lo sento davvero il freddo. Spalanco gli occhi e guardo il soffitto, poi, controllo l’ora e mi accorgo che sono le tre del mattino: “ancora un po’ e suonerà la sveglia “penso e mi conforto. Mi cullo in un torpore isterico mentre le lancette dell’orologio scandiscono il ritmo del mio dormiveglia.

Cara sconosciuta, le 5 e 40: il trillo della salvezza, della speranza, della gioia, della vita che anche oggi mi ridarai. Mi precipito in cucina, preparo il caffè e aspetto che la tua finestra si apra: “aprila sconosciuta, spalanca quelle imposte e salutami, come fai ogni giorno, con la tua sigaretta e la tazza di tè con uno spicchio di limone”.
Marirosa Barbieri



FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Marirosa Barbieri
Photo    Zachar Rise

Tutti i racconti di Marirosa Barbieri su LiberaEva
Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore



 

1

1

 


SEGUI LIBERAEVA SU

1 1 1

 

 

Tutte le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi autori.
Qualora l'autore ritenesse improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione verrà ritirata immediatamente.
( All images and materials are copyright protected and are the property of their respective authors.
If the author deems improper use, they will be deleted from our site upon notification.) Scrivi a liberaeva@libero.it

Questo sito non utilizza cookies a scopo di tracciamento o di profilazione. L'utilizzo dei cookies ha fini strettamente tecnici.
 COOKIE POLICY


 

1

TORNA SU (TOP)

 LiberaEva Magazine Tutti i diritti Riservati  Contatti


1