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RACCONTI

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Marirosa Barbieri
Chantal e Soraya






 



      Non mi hanno detto che chiamarsi Chantal significasse, per forza, essere donna. Né che nascere donna significasse mantenere, a vita, una parte che non ti appartiene. Mi hanno fregata. Prigionia genetica. A scuola e nella vita.
Sono Chantal. Sono donna. Sono saffica. Per chi non lo avesse compreso: sono lesbica. Io e la mia compagna Soraya vogliamo avere un bambino. E’ inutile che spalanchi gli occhi dalla meraviglia. Già ti vedo, lettore…
Vogliamo un figlio, proprio così.

Soraya è fatta di carne, aceto e singhiozzi. L’ho conosciuta sul tram che mi portava in un club di recupero. Uno di quelli pensati per risanare sessualità deviate. “Perché tu sei malata”, mi ripeteva mia madre con voce strozzata. Un bugigattolo dove l’aria ingravidata dal puzzo stantio di sudori si sposa amabilmente con l’odore di feromoni azzoppati.

Tutte “lesbiche” nella comunità di recupero. Una carrellata di lesbiche inamidate. “Perché per sembrare normali bisogna truccarsi”. Anche Soraya viveva lì in mezzo, con i suoi occhioni blu notte ed un sorriso sbilenco, a tratti sfacciato.
Mi innamorai dei suoi capelli bruciati, dell’espressione dimessa, delle carni nude, simili a quelle di un cane che di bastonate ne ha prese.

Soraya mi ha raccontato del suo matrimonio. Passato. Lui, “un moschettone consunto che non regge il peso del fallimento”.
Lo ha mollato così, su due piedi. In valigia poche mutande, una foto ricordo scattata a Parigi, un carillon dall’Africa. Cimelio arrugginito. Ricordo d’infanzia. Becchime per uccelli. Montagna scoscesa. Canovacci di sabbia e…nebbia.
Soraya ha scoperto di essere lesbica, pardon saffica (è più elegante), la prima notte di nozze.
Non le piaceva annusare il testosterone bruciato e…malato. Non la eccitava lo sfrigolio delle dita sulla barba pungente, né la forma di maschio inguainata in sottili strati di stoffa.

Io e Soraya vogliamo essere madri. Felici. Madri. Di quelle stupidamente felici. Di quelle che alla sera non spengono le luci di casa se non hanno cullato un bambino. Apprensioni forestiere nate in mondo che non ci capisce, o meglio, non capisce quel che c’è da capire davvero.
E se qualcuno prova a dire che siamo malate, può andarsene al diavolo. Che il mondo, falsamente libero, accetti anche le nostre rivendicazioni.
Libertà: concetto abusato, sfumato…La libertà che guarda il negro con occhi da padrone ed il negro lesbico con occhi da boia.

Ho promesso a Soraya che l’avrei protetta. Scudo di piombo contro il tempo di latta. Spada brandita contro ghigni assassini. Fendente spianato contro il senso di colpa.
Le ho promesso una casa, alcova di mille inquietudini. Scampoli di Paradiso.
Non riuscirò a mantenere le mie promesse. Non ci riuscirò.
Ieri notte Soraya mi ha abbracciato. Due tralci di viti avvinghiati ad un’amaca. Abbiamo fantasticato sul nostro bambino. “Che cosa dovremmo insegnargli?”, mi ha chiesto.

Mio padre mi diceva che la cosa più importante, nella vita, “è essere uomini, comportarsi da uomini, agire da uomini”.
Ci ho pensato a lungo. E non sono per niente d’accordo. Ho risposto a Soraya che insegnerò a nostro figlio ad esser se stesso. Perché nell’essere uomo si nasconde già il verme della discriminazione.



FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Marirosa Barbieri
Photo    Zachar Rise

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