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RACCONTI

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Alisa Mittler
Di vento e di cenere






 



     Per dare vita alle ore che trascorro tutte uguali, con i capelli impigliati nello scheletro di questo leccio senza più linfa, voglio raccontare una storia. Una delle tante portate dal vento alla casetta rossa, il piccolo capanno che se ne stava lì, a interrompere la linea grigia dell'orizzonte guardando gli arbusti piegati alle folate. Vicende di amanti in bilico, che trovavano un pertugio nel tempo, tra una raffica e l'altra. Amori che si ingarbugliavano dietro la porta scardinata, per poi svanire in un soffio una volta aperte le finestre.

Storie d'aria.

D'aria come Bianca che, silfide fredda, volteggiava lieve sulle punte. Sempre sicura ad impostare i passi, abile a sorridere e a muoversi. E a fuggire, con il suo abito di tulle, da dita ancora affamate, dopo aver rubato loro il piacere.

Bianca era il vento che soffia nei giorni invernali: indispettisce i capelli, scompiglia pensieri e schiaccia a terra le persone a camminare con la testa bassa e l'ombrello rovesciato.

A terra come me. Che mai sono riuscita ad orecchiare lo spartito dell'aria e che passavo i pomeriggi dietro la finestra della scuola di danza. Aggrappata alle grate, spiavo rigida i passi, cercando di rubarne la formula segreta, finché i muscoli indolenziti cedevano facendomi piombare con il sedere per terra.

Nei momenti di quiete, invece, venivo a sedermi qui, tra gli arbusti, ad osservare la casetta rossa. Allora come oggi, custodivo il tempo di amanti maturi o di adolescenti timorosi.

Restavo ore ad attendere che il cielo si gonfiasse fino a montare nuvole umide, nella speranza che, accarezzando i fianchi del capanno, mi portasse fantasie di onde violente attraverso le voci affannate. Tendevo l'orecchio soprattutto quando ad entrare era Bianca con qualcuno dei suoi amici. Ma il Maestrale, che la proteggeva, ne confondeva le parole e mi costringeva ad accucciarmi a terra con i nervi tesi e il fiato spezzato, mentre un sudore ghiacciato, mi solleticava il collo e la schiena.

Pensavo a Simone e allora non era questa aria gelata che sentivo, ma un vento amico, caldo, che pareva conoscere da sempre il mio inguine. Anche quella mattina all'università, quando, chiedendomi gli appunti, lui mi aveva appoggiato la mano sui fianchi tondi e mi aveva guardata negli occhi.

Fino a che un refolo dispettoso non aveva sparpagliato i fogli lungo la strada costringendomi a rincorrerli sembrando un tacchino.

E riprendevo a camminare, giorno dopo giorno, con la testa bassa, mentre le raffiche, come ballerine sulle punte, mi tagliavano il respiro e le giornate che si andavano illuminando facevano scuri i pensieri.

Quel pomeriggio d'estate sapevo che Bianca, dopo la lezione di danza, non importa con quale dei suoi amici, sarebbe arrivata puntuale alla casetta rossa. Sapevo anche che lui l'aveva attesa fuori dal portone e che lei gli aveva allungato un bacio prima di intrufolarsi dentro la macchina.

Erano entrati tenendosi per mano, ridendo agli sbuffi caldi che scombinavano i riccioli biondi di lei. Libeccio, che sempre mi è stato amico, mi circondava i fianchi e arrossava le guance. Sentivo la sua forza sul seno, attraverso i vestiti leggeri, avvertivo la spinta sul mio ventre violenta fino a farmi quasi cadere a terra finché dopo un colpo più forte, si quietò all'improvviso, lasciandomi inebetita.

Fu allora, in quel momento di silenzio, che presi la tanica dal bauletto del motorino e cosparsi di benzina l'esterno della casetta rossa.

Il tempo di gettare un fiammifero e scappare poco distante, che il vento, confuso con il caldo dell'incendio tornò ad abbracciarmi, a mordermi sul collo a intrufolarsi tra le mie cosce e a fare le mie labbra sempre più secche. Avviluppata dalle spire dell'aria mi sollevai finalmente volteggiando da terra, contemplando dall'alto Bianca diventare cenere, finché le nocche di un leccio stecchito s'aggrapparono ai miei capelli e ancora oggi mi tengono sospesa fra l'aria e la terra. Solo la mia voce piroetta leggera, a raccontare una storia che altrimenti si sfilaccerebbe come i cirri.






FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
Alisa Mittler
Photo  Dmitry Nevlad

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