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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 
Fiammetta Michaelis
La "damigella di singolare beltà"
Nella Roma rinascimentale le grandi protagoniste del pettegolezzo capitolino erano le cortigiane e tra queste, quelle di buon livello culturale, che sapevano all’occorrenza recitare una poesia o sostenere una dotta discussione, spiccava la figura leggendaria di Fiammetta Michaelis, così famosa e importante che i romani le dedicarono addirittura una piazza.
(Firenze, 1465 – Roma, 1512)
 


 


È una calda mattina della primavera del 1500, tramite un cardinale di mia conoscenza sono riuscito a fissare un appuntamento con madonna Fiammetta Michaelis. Entro nella sua casa con il cuore che batte forte, come se stessi varcando la soglia di un tempio pagano riemerso dal suolo romano.
Il sole filtra attraverso le imposte socchiuse, disegnando strisce dorate sul pavimento di marmo antico. L’atrio è fresco e ombroso, pavimentato con mosaici recuperati da qualche villa imperiale: delfini, tridenti e ninfe che danzano tra onde stilizzate. Alle pareti, affreschi raffigurano giardini con aranci e limoni, uccelli esotici e amorini che suonavano liuti.

Un servo mi guida su per una scala di pietra fino al piano nobile. Qui si apre un salone luminoso, con soffitto a cassettoni dipinti di azzurro e oro. Grandi finestre ad arco si affacciano su un cortile interno. È ora che la vedo! Madonna Fiammetta Michaelis, è seduta vicino alla finestra, illuminata dalla luce del mattino che accende i suoi capelli di un rosso ramato profondo, sciolti sulle spalle in morbide onde e trattenuti solo da una sottile catena d’oro con un piccolo rubino al centro della fronte.

Il suo viso è di una bellezza che toglie il fiato: pelle chiarissima con lievi lentiggini dorate sul naso; occhi grandi, verdi come il Tevere in certi giorni di sole, bordati da ciglia lunghe e scure; labbra piene, rosse, che si aprono in un sorriso caldo e consapevole. Indossa una gamurra di velluto verde scuro, ricamato con fili d’oro e perle minute lungo lo scollo quadrato, che lascia intravedere la curva delicata del seno. Sopra indossa una leggera sopravveste di broccato d’oro pallido, aperta sul davanti, che cade a pieghe morbide fino a terra.

Mi saluta con una voce calda, leggermente rauca, che sembra accarezzare le parole. «Benvenuto, messere. Accomodatevi. Gradite un poco di vino di Cipro?» Sconvolto da quella bellezza rimango senza parole con la penna sospesa e la mente vuota, incantato da quella visione che sembrava uscita da un dipinto del maestro Botticelli, ma viva, reale, e più pericolosamente affascinante di qualsiasi Venere. Mi siedo.


Madame le sue origini?
Le mie origini sono fiorentine, sono nata nel 1465 a Firenze, ma
alla morte di mio padre Michele e ancora tredicenne arrivai a Roma assieme a mia madre Santa.

Chi era sua madre?
Mia madre era una famosa cortigiana fiorentina. Nata a Firenze, era sposata con Michele Cassini. Rimasta vedova nel 1479, ci trasferimmo a Roma insieme a mio fratello Andrea. La congiura dei Pazzi aveva reso l’aria toscana troppo pesante per molti fiorentini, e Roma, la città eterna, la corte papale, prometteva opportunità più grandi per chi sapeva coglierle.

Che mestiere faceva sua madre?
Mia madre non era una donna qualunque. A Firenze aveva già esercitato l’antico mestiere, quello delle meretrici di buon rango, frequentando ambienti dove la bellezza era moneta di scambio per protezione e ricchezza. Sapeva che Roma, con i suoi cardinali, ambasciatori e nobili in cerca di piaceri raffinati, era il luogo ideale per prosperare. E sapeva anche che la figlia, con quei capelli ramati, quella pelle di porcellana e quegli occhi verdi che sembravano promettere paradisi proibiti, era un dono del cielo per continuare la tradizione familiare.

Quindi fu proprio lei a introdurla negli ambienti clericali e curiali romani…
A Roma del resto è frequente che il mestiere di cortigiana sia tramandato di madre in figlia, specialmente tra le donne di alto rango che godono di una certa indipendenza economica e culturale.

Lei era nota per la sua straordinaria bellezza e non le fu difficile entrare nelle grazie della Curia romana…
Arrivate nella Città Santa ci stabilimmo in una modesta casa nel rione Ponte, non lontana dal Tevere. Mia madre, con la sua esperienza, aveva già contatti tra le cortigiane romane e gli ambienti clericali. Iniziammo subito a frequentare i salotti discreti, le cene private, i giardini ombrosi dove i prelati discutevano di poesia latina e di piaceri carnali con la stessa naturalezza. «Figlia mia…» Mi diceva mentre mi pettinava i lunghi capelli davanti a uno specchio. «La bellezza è un’arma, ma da sola non basta. Devi imparare a parlare come una dama, a recitare Petrarca, a suonare il liuto. Gli uomini potenti non vogliono solo un corpo: vogliono sentirsi unici, colti, desiderati nell’anima prima che nella carne. Io ti mostrerò la via, come mia madre mostrò a me.» Quindi grazie a lei diventai una cortigiana onesta e in breve tempo riuscii ad entrare nelle grazie dei potenti signori della chiesa e ad accumulare una vera fortuna.

Come furono i primi tempi?
Mia madre mi accompagnava presentandomi come una “damigella fiorentina di singolare beltà”. Mi insegnava l’arte della seduzione sottile: un sorriso trattenuto, uno sguardo che prometteva senza dare, una conversazione che mescolava Ovidio e pettegolezzi curiali. Presto col mio viso da quattordicenne attirai l’attenzione del cardinale Jacopo Ammannati Piccolomini, umanista raffinato e anziano porporato. Fu mia madre a facilitare l’incontro, offrendo dapprima se stessa. Mentre si donava al cardinale elogiava le mie arti e le mie fattezze fresche e così ben presto, il cardinale incuriosito, volle conoscermi.

Chi era Iacopo Ammannati Piccolomini?
Era un importante cardinale, vescovo e umanista nato nel 1422 vicino a Pescia quindi aveva 42 anni più di me. Era di origini modeste, aveva studiato a Firenze e quando giunse a Roma intorno al 1450, entrò al servizio del cardinale Domenico Capranica come segretario privato, poi sotto papa Callisto III divenne segretario dei Brevi apostolici. La sua carriera decollò con papa Pio II (Silvio Piccolomini), che lo accolse nella propria famiglia pontificia. In segno di gratitudine, Ammannati aggiunse al suo cognome quello dei Piccolomini.

Come avvenne il vostro primo incontro?
Ero spaventata, ma mia madre mi aveva preparata nel migliore dei modi: bagni profumati di latte e rose, oli di mandorla sulla pelle, capelli sciolti e pettinati cento volte fino a brillare come rame fuso. Lo incontrai una sera di fine primavera del 1479. Il cardinale mi fece portare nella sua dimora sul Tevere, vicino a San Celso – una casa grande, piena di libri, arazzi fiamminghi e quel silenzio colto che hanno le residenze degli umanisti. Mi ricevette nel suo studio privato: alto, magro, con i capelli bianchi e gli occhi azzurri ancora vivaci nonostante gli anni. Portava la veste porporina slacciata, come un uomo qualunque. Mi guardò a lungo, senza parlare. Poi sorrise,– un sorriso dolce, quasi paterno, e mi prese la mano. «Non temere, bambina mia.» Disse. «Non sarò brutale. Voglio solo insegnarti che il piacere può essere gentile, come la poesia.»

Poi?
Mi condusse nella sua camera privata: un grande letto a baldacchino con tende di damasco, candele di cera vergine che profumavano di miele, un liuto appoggiato su una sedia. Mi fece sedere sul bordo del letto e, invece di gettarsi su di me come temevo, iniziò a parlarmi. Mi chiese di Firenze, di mia madre, di cosa amavo leggere. Mi fece recitare versi del Petrarca – lui stesso ne conosceva a memoria interi canti. Solo dopo, piano piano, mi sfiorò. Le sue mani erano delicate e mi accarezzavano come se temessero di rompere un vaso prezioso. Mi baciò il collo, le spalle, il seno… e io, che mi aspettavo violenza o fretta, scoprii la lentezza. Mi insegnò che il desiderio si costruisce come una lettera latina elegante: parola per parola, con cura. Quando infine ci unimmo, fu con una dolcezza che mi fece piangere, non di dolore, ma di sorpresa. Lui lo notò, asciugò le mie lacrime con un fazzoletto e rise piano. «Ecco, Fiammetta mia.» Sussurrò. «Questa è la differenza tra l’amore di un vecchio umanista e quello di un giovane soldato. Io non ho fretta: la notte è lunga, e tu sei il mio più bel carme.» Dormimmo poco, quella notte. Parlammo, ridemmo, lui mi raccontò di Pio II, dei suoi viaggi, della nostra Firenze, dei libri che amava. All’alba mi regalò una collana di perle, la prima di tante, e mi promise protezione.

Da allora divenne il suo amante…
Imparai che il potere di una cortigiana non sta solo nel dare il corpo, ma nel ricevere l’anima di un uomo… e custodirla. Quella notte mi rese donna, messere. Non solo nel senso carnale, ma nel senso di chi sa di valere, di chi scopre che la bellezza può comandare anche un cardinale. Scrivetelo pure. È una storia dolce, tra tante crude che si raccontano di Roma.

Quella relazione durò solo un anno però…
Purtroppo il cardinale morì un anno e mezzo dopo il mio arrivo a Roma e nonostante ci fossimo frequentati per un solo anno nel testamento Iacopo mi donò tutti i suoi beni. Un gesto che scandalizzò la Curia, ma che papa Sisto IV confermò parzialmente, definendomi “damigella di singolare beltà” meritevole di una dote “per amor di Dio”. Fu l’inizio della mia fortuna: case, vigne, rendite che mi resero indipendente.

Una fortuna ingente…
Sì lo era, tanto che Papa Sisto IV istituì una commissione di quattro prelati incaricata di vedere se meritassi tutto quel ben di Dio. Alla fine dichiarò legittimo il testamento, ma ridusse notevolmente il lascito sfruttando un cavillo che prevedeva di devolvere la metà dei beni "all’amore di Dio". E la “damigella di singolare beltà" come mi chiamò la stessa commissione ricevette a titolo di dote, una vigna dotata di casino presso la Porta Viridaria del Vaticano e diverse case tra cui quella di via degli Acquasparta 16 ed una con torre in vicolo della Palma presso la chiesa dei Santi Simone e Giuda.

Sua madre Santa continuò a viverle accanto…
Mi consigliava, mi proteggeva dagli intrighi della corte papale, soddisfatta di aver compiuto la sua missione: tramandare l’antico mestiere non come miseria, ma come via per l’ascesa sociale in una Roma dove le cortigiane “oneste” potevano accumulare ricchezze, persino essere sepolte in chiese nobili. Diventai una delle donne più celebri della città e dopo il 1505 quando lei morì non la dimenticai mai. Nel mio testamento del 1512 disposi messe perpetue per l’anima di Santa Cassini, accanto a quelle per mio padre e mia nonna Antonia. Avevo imparato la lezione: in quel mondo, la bellezza era eredità, e mia madre era stata la prima maestra.

A quel punto che gradino occupava nella scala delle prostitute?
A Roma nel Cinquecento il gradino più basso era occupato dalle cortigiane de lume o de candela e le cortigiane da gelosia e da impannata, che attiravano i clienti dalle finestre socchiuse. Poi risalendo la scala vi erano le domenicali che lavoravano solo nei giorni festivi e infine le cortigiane oneste, vale a dire quelle dotate di buona cultura e di una certa educazione ed accettate ai livelli alti della società romana circondate dal lusso. Io ero una di queste!

Immagino fosse molto ricercata…
Perché mai dovrei fingere, messere? A Roma, tra queste mura, la verità è più preziosa dell’ipocrisia. Sì, ero molto giovane quando cominciai ma mia madre Santa, che Iddio l’abbia in gloria, fu maestra severa e sapiente. Non mi insegnò solo a compiacere il corpo, ma a governare il desiderio altrui. A far sì che un uomo, lasciandomi, portasse con sé il ricordo di un paradiso che nessun’altra poteva offrirgli. Mi mostrò come una carezza possa essere più potente di un bacio, come una parola sussurrata all’orecchio valga più di cento gemiti. Mi insegnò i segreti delle spezie orientali che accendono i sensi, gli oli profumati di rosa e ambra da versare sulla pelle, i movimenti lenti che fanno impazzire un cardinale avvezzo a ogni lusso. E soprattutto mi insegnò il potere del rifiuto: dare tutto subito è da meretrice comune; saper attendere, far desiderare, far supplicare… quello è l’arte delle vere cortigiane.

Ed era anche molto bella…
Il buon cardinal Ammannati, diceva che con me aveva ritrovato la giovinezza perduta. E non era per la mia bellezza sola, Roma ne è piena, di belle donne. Era per come sapevo far sentire un uomo: unico, adorato, quasi divino. Ed io ci mettevo tutta me stessa perché in questa città, messere, una donna senza marito e senza dote ha solo due strade: il convento o il letto. Io scelsi il letto… facendolo diventare un trono.

Oltre che bella era diventata anche possidente…
Dopo l’eredità di Ammannati continuai ad accumulare ricchezze e il mestiere mi consentì di acquistare alcune case, come questa casa che ancora oggi fa bella mostra di sé nei pressi di via dei Coronari.

Però il vero salto di qualità, se così si può chiamare, fu quando conobbe Cesare Borgia…
Nottetempo vestito della porpora e armato di spada, con cui si difendeva da eventuali assalti di banditi di strada, Cesare faceva visita alle cortigiane della zona in cui abitavo. Ben presto divenni la sua preferita e si innamorò di me.

Chi era?
Era il figlio del papa Alessandro VI, chiamato il Valentino, essendo stato nominato dal re di Francia Luigi XII Duca di Valentinois. Ovviamente per me fu motivo d’orgoglio essere l’amante di un componente della famiglia più prestigiosa della Roma del tempo.

Come fu il suo rapporto con Cesare Borgia?
Ah, messere, quello non fu amore come con il buon cardinal Ammannati. Quello fu tempesta. Fu desiderio che consuma. Lo conobbi nel 1500, quando era già Duca Valentino, trionfatore di Imola e Forlì, con l’esercito francese al seguito e la fama di condottiero invincibile. Aveva venticinque anni, io trentacinque: lui nel pieno della forza, io nel pieno della bellezza matura. Roma parlava di lui con terrore e ammirazione: “Il figlio del Papa che uccide con la stessa facilità con cui sorride.”
Veniva da me di notte, avvolto nel suo mantello e due soldati che restavano fuori dalla porta. Bussava piano – tre colpi secchi – e io aprivo, già pronta, con una camicia trasparente e i capelli sciolti. Non era gentile come Jacopo. Era vorace. Entrava, mi prendeva tra le braccia senza una parola, mi baciava con furia, come se volesse divorarmi. Mi portava a letto con una forza che mi faceva mancare il respiro, e l’amore con lui era battaglia: corpi che si scontravano, morsi, graffi, gemiti che dovevano essere uditi fino in strada. Mi chiamava “La mia fiamma rossa”, e rideva quando gli dicevo che mi faceva male, ma era un male che desideravo.

Tutto qui?
No, no, non era solo carne. Tra un amplesso e l’altro, quando il sudore si raffreddava, parlavamo. Lui si sdraiava accanto a me, la testa sul mio seno, e mi raccontava i suoi piani: voleva un regno nel centro Italia, voleva cacciare i francesi, voleva essere principe senza papa. Io gli accarezzavo i capelli neri, gli sussurravo che era il più bello e il più terribile uomo che avessi mai conosciuto. Gli davo consigli – su chi fidarsi a corte, su quali cardinali comprare – e lui ascoltava, perché sapeva che le cortigiane sentono tutto. Ma era anche gelosissimo. Una volta seppe che un giovane spagnolo, un capitano delle sue truppe, mi aveva mandato versi d’amore. Lo fece arrestare e bastonare. Geloso e generoso mi copriva di regali: stoffe di damasco, gioielli con rubini grandi come ciliegie, persino un cavallo baio con finimenti d’oro. E io lo ricambiavo con tutto me stessa: gli preparavo bagni profumati, gli suonavo arie malinconiche al liuto, gli facevo dimenticare per qualche ora il peso del mondo.

Quindi vi fu una vera e propria relazione fra voi due…
Cesare non era uomo da legami duraturi. Partì per nuove campagne, e le visite si diradarono. L’ultima volta, nel 1503, prima della morte del padre Alessandro, venne da me all’alba, pallido, agitato. Facemmo l’amore con una disperazione nuova, come se sapesse che era l’addio. Mi lasciò un anello con il suo stemma – il toro dei Borgia – e disse: «Se mai avrò un regno, tu sarai la mia regina nascosta.» Non lo rividi più. Lui cadde in disgrazia, fuggì, morì in Spagna quattro anni dopo. Io tenni l’anello fino alla morte, e nel testamento mi firmai “Fiammetta del Duca de Valentino”, perché quel nome mi aveva dato gloria e terrore insieme. Fu passione, messere. Non dolcezza, non tenerezza. Fu come stare vicino a un incendio: ti scalda, ti illumina, ma rischia di bruciarti viva. E io, per un po’, volli bruciarmi. Perché Cesare era il diavolo più bello che Roma abbia mai visto.

La bella donna morì a Roma nel 1512. Nel testamento rilasciato in data 19 febbraio 1512, nel quale è indicata come "Fiammetta del Duca di Valentino", lasciò in eredità al figlio Andrea, il quale per ovvie ragioni nel testamento fu indicato come fratello, la casa di Piazza Fiammetta, l’altra su via dei Coronari e la vigna con casino presso il Belvedere Vaticano.

Dopo la sua morte, Fiammetta, per sua volontà, fu addirittura sepolta in una delle chiese principali della città, Sant'Agostino in Campo Marzio, dove aveva predisposto per sé una cappella e dove era sepolto lo stesso cardinale Ammannati.
Pietro Aretino e il Vasari confermano la singolare sepoltura, ma occorre tenere presente che le cortigiane romane prediligevano per le loro preghiere proprio Sant’Agostino e si mostravano molto generose nelle elargizioni alla chiesa.

Così nell’austero edificio, accanto a Santa Monica giacevano anche le spoglie di cortigiane d’alto bordo, come Giulia Campana e la famosissima Tullia d’Aragona. Purtroppo non rimane traccia di nessuno dei loro monumenti sepolcrali, probabilmente spazzati via dal vento di intolleranza alzatosi con la controriforma.
Nello stesso testamento Fiammetta imponeva a suo “fratello” di corrispondere 6 carlini alla chiesa di S. Maria della Pace e 6 a quella di S. Agostino, affinché fossero celebrate messe annuali in suffragio della sua anima.

Di lei ci resta l'edificio quattrocentesco, a due piani con altana e porticato antistante sorretto da colonne e pilastri, situato all’angolo tra piazza Fiammetta e via degli Acquasparta. Seppure trasformato dalle semplici e gradevoli strutture originarie, conserva tuttora un fascino ed un alone di mistero e romanticismo che i tanti secoli trascorsi non sono ancora riusciti a cancellare.






 
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L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga










 
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