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GIALLO PASSIONE

Il mistero
della Fornarina
Chi era la donna che stregò Raffaello?
Su di lei molte leggende e poche notizie certe.
Una sola però si rincorre da secoli. Per
quegli occhi scuri e profondi, Raffaello Sanzio
perse la testa. Al punto che ancora oggi il
suo nome evoca il mistero e a lei sono stati
dedicati libri e testi teatrali

Roma, Trastevere,
1530. Entro in un piccolo cortile coperto da una pergola
di vite che filtra la luce romana di fine primavera. Al
centro, su un sedile di pietra antica, lei è lì ad
attendere: la Fornarina. Ha un abito semplice di lino
color crema, sciolto in vita da una cintura di corda
intrecciata, i capelli scuri sono raccolti in una
crocchia morbida da cui sfuggono. Le gote appena
arrossate, le labbra piene che trattengono un sorriso
malizioso.
Si alza con una grazia naturale, senza
pose studiate. Mi porge la mano e la sua voce è calda,
con una lieve inflessione romanesca. «Entrate, messere.
Vi aspettavo da un pezzo. Sedetevi qui, sotto la vite.
Il sole non dà fastidio.» Sorride di nuovo, un sorriso
che accende gli occhi scuri, profondi, di chi ha
conosciuto l'amore e la fama senza mai lasciarsi del
tutto catturare da nessuno dei due.
Prendo posto
su una panca di legno, di fronte a lei. Il taccuino mi
trema leggermente tra le mani. Non è paura. È solo la
consapevolezza di intervistare un miraggio che Raffaello
ha reso eterno. «Allora..» dice lei, incrociando le
braccia sotto il seno con la stessa posa
pudica-provocatoria del quadro. «Domandate pure.»
LE SUE ORIGINI MADAME? Ah, messere, le
origini sono sempre più semplici di quanto la leggenda
voglia far credere. Mi chiamo Margherita Luti. Sì,
proprio così: Margherita, come la margherita del campo,
umile e testarda. Mio padre si chiamava Francesco Luti,
detto il Senese perché la sua famiglia veniva da Siena,
ma lui era fornaio qui a Trastevere. Il forno era al
pianterreno di una casa in via di Santa Dorotea, al
numero 19. Lì impastava il pane all'alba, con le mani
forti e infarinate, e io, quando ero ancora una bambina,
aiutavo come potevo: portavo la legna, attizzavo il
fuoco, vendevo le pagnotte calde ai passanti. Poi le
cose sono cambiate…
PER QUESTO MOTIVO TUTTI LA
CHIAMAVANO "LA FORNARINA"? Un soprannome che mi è
rimasto appiccicato addosso come la farina sui capelli.
Eravamo gente modesta. Niente nobili natali, niente
doti, niente promesse di matrimonio con signori
altolocati. Mio padre era un lavoratore onesto venuto
per cercare fortuna nella Città Eterna. Io sono nata e
cresciuta tra il fumo del forno e l'odore del Tevere che
passava lì vicino. Eppure, sapete, non mi sentivo
povera. Avevo il sole sulla pelle, il chiacchiericcio
delle donne al lavatoio, i ragazzi che fischiavano
quando passavo con il cesto del pane...
E POI È
ARRIVATO LUI… RAFFAELLO… Beh no, prima ci sono state
altre cose… Sono cresciuta e sono diventata bella… Poi
sì, è arrivato lui, il mondo lo chiama "il divino", ma
per me era solo Raffaello: un uomo che passava e
ripassava davanti al forno, fingendo di cercare
ispirazione per i suoi affreschi, e invece guardava me.
All'inizio pensavo fosse uno dei tanti artisti che
giravano per Trastevere, sempre affamati di bellezza e
di pane fresco. Poi ho capito che cercava qualcosa di
più... e io, beh, gliel'ho dato. Non per ambizione,
intendiamoci. Per amore, o per quel miscuglio di
desiderio e curiosità che fa battere il cuore più forte
del forno acceso.
COME CONOBBE, RAFFAELLO? La
prima volta lo vidi passare sotto la mia finestra. Io
ero affacciata a pettinarmi i capelli al sole del
mattino. Un colpo di fulmine da romanzo, no? Dolce,
poetico... quasi troppo per essere vero. Lui mi ammirò
da lontano, come si ammira un bel quadro in una chiesa.
Passava, guardava, sorrideva tra sé. Ma l'incontro vero,
quello che cambiò tutto, fu qualche giorno dopo, sulle
rive del Tevere.
COSA SUCCESSE LÌ? Era una
giornata afosa, di quelle in cui Roma sembra soffocare.
Io ero scesa al fiume per lavarmi, sì, ero nuda, come
facevano tante donne del popolo quando il caldo mordeva
e l'acqua era l'unica grazia. Il Tevere scorreva pigro,
sotto il ponte Sublicio. Mi immersi piano, l'acqua
fresca che mi arrivava alla vita, sciacquandomi i
capelli, sentendomi libera, invisibile al mondo...
finché non alzai lo sguardo. Lui era lì, sulla riva
opposta. Quegli occhi chiari, intensi, da pittore che
vede oltre la pelle. Non disse nulla. Non si avvicinò.
Rimase fermo, a guardarmi. E in quello sguardo c'era già
tutto: desiderio, meraviglia, l'idea che quella visione
potesse diventare eterna su una parete o su una tela.
LEI COSA FECE? Io non scappai, non mi coprii. Lo
guardai a mia volta, con sfida, con curiosità. E in quel
silenzio, in quell'acqua che ci divideva, qualcosa si
accese. Non fu un corteggiamento vero e proprio, ma solo
ammirazione, come se entrambi sapessimo, in
quell'istante, che da lì non si sarebbe tornati
indietro.
RAFFAELLO SI INNAMORÒ DI LEI VERO?
Eh sì, messere... Era innamorato della bellezza, e
quando la trovava non riusciva a lasciarla andare. Fu
come folgorato come San Paolo sulla via di Damasco. Un
vero colpo di fulmine. Raffaello in quel periodo
lavorava alla villa di Agostino Chigi, in via della
Lungara. Affreschi su affreschi: la Galatea sul
soffitto, poi la Loggia di Psiche con tutte quelle
storie d'amore mitologico, Venere, Cupido, le nozze
divine... Agostino voleva un paradiso di bellezza per i
suoi banchetti, e Raffaello era il solo capace di
darglielo. Ma il lavoro procedeva a rilento. Lui
dipingeva, ma dopo il nostro incontro la sua mente era
altrove.
È VERO CHE MINACCIÒ DI NON FINIRE IL
LAVORO? Era così ossessionato da me, da
quell’immagine sul Tevere, che minacciò di piantare
tutto in asso se non gli avessero dato il permesso di
tenermi accanto a lui mentre lavorava. "O mi portate la
ragazza, o addio pennelli!" E così Agostino Chigi, il
banchiere più ricco di Roma, che tremava all'idea di
perdere il suo Raffaello... cedette al suo capriccio e
mi fece ospitare nella villa, pur di tenere il maestro
al lavoro. Mi diede una stanza nella villa, e le pause
si fecero più calde, i lavori procedettero tra sospiri e
sorrisi rubati. Ma non fu solo passione carnale, sapete.
Fu... riconoscimento. Lui vedeva in me ciò che voleva
dare al mondo: armonia, grazia, un amore che non si
consuma ma si eternizza. Io gli diedi quello che potevo:
il mio corpo, il mio viso, il mio tempo.
LEI
ACCETTO DI FARSI RITRARRE A SENO NUDO… Raffaello
dipingeva ciò che amava. E in quel periodo amava me, o
almeno l'idea di me che aveva colto da quella finestra.
Come è possibile, dite? In un'epoca in cui le donne
perbene non si mostravano nemmeno con i capelli sciolti,
figuriamoci il resto. Vedete, la verità è semplice e
complicata insieme. Se fossi stata solo la figlia del
fornaio di via Santa Dorotea no, non sarebbe stato
possibile. Le ragazze come me, del popolo, non posavano
nude per i pittori. Al massimo si facevano ritrarre
vestite da madonne o sante, per devozione o per un
marito che voleva un ritratto casto.
QUINDI?
Essere ritratta a seno nudo come una Venere pagana era
territorio di altre donne: le cortigiane. Ebbene
messere, il mio soprannome la "Fornarina" non indicava
solo il forno del pane, ma il luogo dove si "infornava"
l'amore carnale, il sesso. Un soprannome appunto,
compatibile con la moda dell'epoca. Era un marchio, un
invito sussurrato diffuso tra le cortigiane romane, come
Imperia o Lucrezia Cognati, che si facevano chiamare con
nomi maliziosi per distinguersi dalle prostitute comuni.
Quindi il ritratto nudo era naturale: le cortigiane
posavano per gli artisti, si facevano dipingere come
Venere o come amanti mitologiche. Era parte del
mestiere, un modo per farsi pubblicità, per immortalare
la propria bellezza.
NON AVVERTÌ IMBARAZZO? Lo
considerai un atto di intimità estrema, di possesso
artistico e carnale. In quel Rinascimento che riscopriva
l'antico, il nudo non era scandalo se era bellezza
ideale. E io ero la sua bellezza ideale. Nel quadro sono
lì, seminuda, serena, padrona del mio sguardo. Un
momento privato, intimo, un voto. Il seno nudo, la mano
che indica e copre... non era solo lussuria da bordello.
Era celebrazione, amore che sublima il desiderio. Non mi
vergognavo allora, non mi vergogno ora. Ero desiderata,
ero dipinta, ero eterna. E questo, messere, vale più di
qualsiasi origine umile o nobile.
RAFFAELLO
SAPEVA DEL SUO MESTIERE? Raffaello era un artista e
guardava oltre, non guardava solo il corpo: guardava
l'anima che ci abitava. Ma non era uno sprovveduto e
sapeva benissimo che ero lì, affacciata alla finestra,
per adescare i clienti. Del resto, Roma nel 1520 era un
bordello a cielo aperto per chi aveva soldi e talento.
Le cortigiane "oneste", le colte, dominavano i salotti e
le stanze dei cardinali. E lui mi ritrasse come musa,
come amante, come Venere che eleva lo spirito.
VI CONCEDESTE A LUI SUBITO? Guardatemi: nel quadro
porto il suo nome inciso sul bracciale, come un marchio
d'amore e di possesso. "Raphael Urbinas". Non è una
firma qualunque, è un voto. E quel seno scoperto, quel
gesto della mano che copre non è pudore da vergine. È
intimità da amante. Raffaello non mi dipinse per
commissione, quel quadro lo fece per sé, per noi. Un
ritratto privato, rubato al mondo. E per dipingere una
donna così, nuda fino al cuore, serena nel suo nudo, non
basta uno sguardo da finestra o dal fiume. Ci vuole
vicinanza. Notte dopo notte, pelle contro pelle, sospiri
condivisi. Certo che mi concessi a lui. Fu amore
carnale, passione che consuma e nutre allo stesso tempo.
RAFFELLO MORÌ PER TROPPO AMORE VERO? Una
febbre venuta dopo eccessi di lussuria, dopo notti in
cui il pennello riposava e il corpo parlava. Io ero lì,
nella villa di Chigi, nella sua stanza, nel suo letto.
Lui mi voleva sempre vicina, perché senza di me la
pittura gli sfuggiva. E io... io lo volevo altrettanto.
Il suo tocco era gentile, da pittore: accarezzava come
se dipingesse, con cura, con reverenza. Ma era fuoco,
messere. Fuoco che bruciava piano e lasciava cenere
dolce. Non ci furono promesse o matrimoni segreti.
Rimasi con lui fino all'ultimo. Raffaello morì il 6
aprile 1520, Venerdì Santo, a trentasette anni, dopo
quindici giorni di malattia, salassi ripetuti che lo
indebolirono invece di curarlo.
POI LEI COSA
FECE? Quando morì, a trentasette anni, per quella
maledetta febbre, entrai in convento a Santa Apollonia
distrutta dal dolore. Non per disperazione da vedova, ma
per fedeltà. Perché lui era stato il mio amore vero,
carnale e spirituale insieme. Mi concesse il corpo,
l'anima, l'eternità su una tavola di legno. E io gli
concessi tutto. Non fu scandalo, fu grazia. Nel
Rinascimento la bellezza e il desiderio non si
separavano: si celebravano, non importava se fossero
Madonne, cortigiane o donne del popolo... Come nel mio
caso in cui quei seni acerbi e nudi che si intravvedono
sotto veli leggeri, quel ventre appena accennato dal
tessuto trasparente, quel turbante di seta annodato con
noncuranza tra i capelli scuri... quelle sono grazie
terrene, carnali, prese da una ragazza di Trastevere che
impastava il pane al mattino e si bagnava nuda nel
Tevere al pomeriggio. Non c’è nulla di mistico in quel
corpo: è caldo, vivo, segnato dal sole romano e dal fumo
del forno. Eppure, Raffaello lo ha fatto diventare il
seno della Vergine che tiene in braccio e nutre il
Figlio di Dio. Lui era un genio e sapeva mescolare il
divino con l’umano, il sacro col profano.
Il
crepuscolo avvolge il piccolo cortile di Trastevere, e
lei resta lì, immobile, eterna come il quadro che la
ritrae, musa, amante, donna che si diede senza
rimpianti. Mi guarda con un sorriso lento, quasi
complice, mentre il buio si fa più denso e la lanterna
lontana illumina appena il contorno del suo viso. Si
sistema il turbante tra i capelli e scuote piano la
testa, come se la mia ammirazione la divertisse
profondamente.
Poi si alza dalla panca, con
quella grazia fluida che non ha bisogno di fretta né di
pose. Si avvicina di un passo, il velo di lino che le
sfiora le caviglie con un fruscio leggero. Mi porge la
mano: «Basta domande per stasera, messere.» Dice con
quella voce calda, che sa di pane appena sfornato e di
notti rubate. «Avete scavato abbastanza nei miei
ricordi, nei miei silenzi, nei miei veli. Ora andatevene
con ciò che vi ho dato: un po’ di verità, un po’ di
leggenda.» Sorride, lo stesso sorriso che Raffaello
immortalò per sempre. Poi, con un gesto lento e
naturale, fa un passo indietro. La luce della lanterna
le accende i capelli di riflessi ramati, e per un
istante sembra esattamente come nel dipinto: serena,
nuda di veli ma coperta di mistero, padrona assoluta del
proprio sguardo.
Poi si volta. Non si gira più.
La porta si apre senza rumore e lei sparisce nel buio
della casa, lasciando dietro di sé solo il profumo
persistente dei gelsomini. Il cortile resta silenzioso.
L’intervista è finita. Ma Roma, Trastevere, Raffaello e
la Fornarina... quelli non finiranno mai.
Il
quadro restaurato di recente fu acquistato dai
Barberini, negli anni Settanta fu trasferito alla
Galleria Borghese, per poi fare ritorno nelle sale di
Palazzo Barberini. Qui si può ammirare ancora oggi,
gioiello nel gioiello della Roma barocca. Quando ti
troverai di fronte la Fornarina nota la perla sulla
fronte alquanto inconsueta per il tempo, Raffaello ci ha
lasciato un indizio ovvero il nome dell’amata: in latino
infatti "perla" si dice "Margarita". E nota anche la
scritta sul monile al braccio, ovvero Raphael Urbinas,
Raffaello di Urbino. È il nome dell’uomo che l’ha resa
immortale.
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ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
IMMAGINE GENERATA DA IA


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