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Adamo Bencivenga
La favola dell’uomo degli ombrelli

Fuori pioveva, come sempre. Erano le cinque in punto
di un lunedì qualunque. Dal suo ufficio al secondo piano
l’Addetto Contabile Santiago Pablo Reyes guardò fuori
dalla finestra e scosse la testa. Da quando era nato,
praticamente da trentadue anni, non ricordava una
giornata senza pioggia, in quel luogo dimenticato da
Dio, ma visitato puntualmente dai suoi angeli piangenti.
Chocó era considerata la provincia più piovosa del
mondo, un titolo conquistato non con orgoglio, ma con
rassegnazione, come un'eredità fatale che si tramandava
di padre in figlio. Deteneva il record di 922 giorni di
pioggia consecutivi, un numero che gli abitanti
recitavano come una preghiera rovesciata, un incantesimo
che evocava non la fine di un diluvio biblico, ma la sua
eternità.
Quel lunedì Santiago Pablo Reyes
fissava incantato quel lento scrosciare come se non
fosse acqua, ma il lamento degli antenati defunti, che
versavano lacrime per i vivi intrappolati in un ciclo
inevitabile, dove le case crescevano come muffa
impregnata di una tristezza liquida, impossibile da
asciugare. Santiago, con i suoi occhiali spessi ed
appannati dall’umidità perenne, sapeva che opporsi a
quel fato era inutile, come cercare di fermare il fiume
Magdalena con le mani nude. Ogni goccia che batteva sul
tetto era un sussurro del destino: "Rassegnati, figlio
mio, la pioggia è il tuo sangue, il tuo respiro, la tua
vita!" Ricordava le parole di sua madre mentre il mondo
esterno si dissolveva in un ineluttabile acquerello
grigio…
Dopo aver messo in ordine la sua
scrivania Santiago Pablo salutò il suo collega e scese
in strada. Sconsolato guardò il cielo nero. La pioggia
si era fatta ancora più fitta. L’acqua colpiva il
selciato con una furia sorda, quasi fosse il battito
cardiaco di un gigante addormentato sotto la crosta
della terra. E fu proprio in quel momento, mentre
l’acqua gli inzuppava le scarpe di vernice nera che si
rese conto di essere senza il suo ombrello, il suo
compagno di vita nero, con il manico d’osso ingiallito.
Non un semplice ombrello, ma quello che suo nonno
aveva portato per quarant’anni sotto tutti i monsoni del
mondo prima di lasciarlo in eredità al padre, e il padre
a lui, con la raccomandazione solenne: “Questo ti
salverà la vita almeno tre volte, ma la quarta ti
tradirà.” E lui, Santiago Pablo, l’aveva tradito per
primo lasciandolo, il giorno prima, sulla poltrona di
velluto logoro della seconda fila del Madison. Quel
cinema dove la gente entrava più per sfuggire alla
pioggia che per vedere un film. Dove le luci si
abbassavano e per novanta minuti il diluvio là fuori
sembrava sospendersi, per poi tornare, più vendicativo
di prima, appena i titoli di coda scorrevano.
Quella domenica aveva visto per l’ennesima volta Macondo
Express, un vecchio film in bianco e nero che raccontava
di un treno che non arrivava mai, ma che tutti
continuavano ad aspettare sotto la pioggia. Aveva
pianto, discretamente, quando la protagonista aveva
aperto l’ombrello e l’aveva offerto al cielo come un
ultimo gesto di sfida. E poi, nel buio, si era alzato,
aveva infilato il cappotto, e aveva dimenticato
l’ombrello lì, sulla poltrona, come si dimentica un
figlio in una stazione.
Santiago Pablo era un
uomo solitario, di quelli che il mondo sembra
dimenticare prima ancora che loro dimentichino se
stessi. Ma aveva un compagno della domenica: Diego
Gonzalo, il vicino di casa del piano di sopra, un tipo
con la barba sempre un po' sfatta e gli occhi che
brillavano solo quando parlava di pellicole in bianco e
nero o di registi esiliati. Insieme, come due naufraghi
aggrappati allo stesso relitto, passavano tutti i
pomeriggi festivi al cinema Madison. I film non erano
mai nuovi, naturalmente. Erano vecchie copie graffiate,
ma Santiago non si lamentava.
Adesso, fermo
sotto la tettoia sghemba della farmacia chiusa, con
l’acqua che gli colava dal cappello come da un rubinetto
rotto, Santiago Pablo capì che il destino, quando vuole
prendersi gioco di un uomo, non sceglie fulmini né
terremoti: sceglie un ombrello dimenticato su una
poltrona di seconda fila. Ma poi, da indefesso
ottimista, pensò che forse quell’ombrello non fosse un
errore, ma un segno. Forse il destino, stanco di vederlo
ripararsi, aveva deciso che era ora di lasciarlo
inzuppare del tutto, fino alle ossa, fino ai ricordi,
fino a quel treno che non sarebbe mai arrivato a
Macondo.
Un sospiro lungo, profondo, si mescolò
al rumore della pioggia e parve durare quanto tutti i
suoi trentadue anni di vita liquida. Poi, senza più
esitazioni, si incamminò sotto il diluvio. Non correva.
Camminava con la calma di chi sa che la pioggia, prima o
poi, entra dentro le ossa, dentro i polmoni, dentro i
sogni, e lì rimane per sempre. E mentre avanzava gli
sembrò di sentire, lontano, il ronzio del proiettore del
Madison che riprendeva a girare da solo, nel buio,
proiettando sullo schermo vuoto la silhouette di un
ombrello nero abbandonato, che aspettava, paziente, il
suo legittimo proprietario. O forse il suo prossimo
traditore.
Santiago scosse di nuovo la testa, un
gesto che ormai era diventato parte del suo repertorio
corporeo, come il battito del cuore o il respiro
affannoso. S’incamminò riparandosi sotto i cornicioni di
palazzi che sembravano inclinarsi apposta al suo
passaggio per offrire un misero riparo. Fu in quel
momento che gli tornò in mente di aver intravisto, tempo
addietro, un piccolo negozio di ombrelli alla fine della
Calle del Pueblo Español. Guardò il suo orologio con
le ore bagnate, in effetti era tardi, l’ora in cui
persino i cani randagi preferivano starsene accucciati
sotto i portici, ma Santiago decise ugualmente di
allungare il suo solito percorso verso casa e tentare la
sorte. La strada era lunghissima, costeggiata da palazzi
antichi senza balconi né tettoie generose, solo facciate
nude e muffose che sembravano voltare le spalle alla
pietà. La pioggia lo colpiva da ogni angolazione,
obliqua, frontale, traditrice, come se volesse punirlo
per aver osato uscire senza il suo talismano nero dal
manico d’osso. Accelerò ancora di più, quando da
lontano, gli apparve l’insegna, viola e gialla, accesa
come un miraggio tropicale, un faro in mezzo al diluvio.
Santiago entrò nel negozio tutto trafelato e
praticamente fradicio, lasciando dietro di sé una scia
d’acqua che si allargava sul pavimento di legno.
L’interno era un universo a parte: ombrelli di ogni
foggia e colore pendevano dal soffitto come frutti
esotici di un albero capovolto, neri come corvi
notturni, rossi come ferite aperte, trasparenti come
lacrime trattenute. L’aria odorava di gomma nuova, di
naftalina e di qualcosa di indefinibile, forse il
ricordo di giorni asciutti che nessuno aveva mai
veramente conosciuto.
Tolse il cappello
maledicendo il tempo ed il governo, quel governo lontano
e indifferente che non aveva mai saputo fermare una sola
goccia di quel diluvio perpetuo, come se la pioggia
fosse un tributo inevitabile imposto dall’alto per
tenere gli uomini umili e fradici. Ma quando alzò
gli occhi il mondo cambiò di colpo, come se qualcuno
avesse girato una pagina in un libro dimenticato.
Davanti a lui, dietro il bancone ingombro di ombrelli
appesi come pipistrelli addormentati, gli apparve il
sorriso di un viso angelico che alleggerì di colpo tutto
il suo malessere.
La ragazza immediatamente gli
andò incontro e lo pregò di togliersi l’impermeabile.
“Signore, la prego, si tolga quell’impermeabile zuppo, o
finirà per prendersi un malanno…” Quella voce soffice e
vellutata gli ricordò il quarto atto del “Canto delle
ginestre” di Hommer, quando la bella Adalgisa lancia una
rosa rossa sulla tomba del suo spasimante Goffredo.
Santiago notò il candore del suo viso, quasi irreale
sotto la luce fioca del negozio, la pelle color pesca
matura che sembrava non aver mai conosciuto il sole né
la pioggia; gli occhi espressivi, grandi e liquidi come
pozzanghere in cui si specchiava il cielo nero; e quel
piccolo neo sulla guancia sinistra, un punto di
inchiostro posato lì da un pittore distratto, o forse da
un angelo che aveva firmato la sua creazione. I capelli
sciolti le cadevano sulle spalle in un’onda morbida,
adagiata sulla seta della camicetta rosa antico, un
colore che in quella città di grigi e di ombre pareva un
miracolo, un’alba rubata al monsone.
Estasiato
da tanta grazia e bellezza Santiago non si fece pregare.
Ancora stordito, porse il suo impermeabile e il cappello
completamente zuppo nelle mani della ragazza. Le loro
dita si sfiorarono per un istante, e fu come se un
fulmine secco, asciutto, avesse attraversato il negozio,
lasciando dietro di sé un forte odore di possibilità.
Lei sorrise si voltò con una grazia leggiadra ed
appese i suoi indumenti a un gancio vicino alla stufa a
gas che borbottava piano. “Si accomodi su quella
poltrona, signore.” Santiago annuì, incapace di parlare.
Fuori, la pioggia continuava a cadere con la sua
ostinazione secolare, ma dentro quel piccolo negozio di
ombrelli, per la prima volta dopo trentadue anni di vita
liquida, gli parve che il diluvio potesse avere una
fine. O almeno una pausa. Una rosa rossa, invisibile,
sembrava aleggiare nell’aria tra loro, pronta a essere
lanciata non su una tomba, ma su un futuro che, forse,
non sarebbe stato solo bagnato.
Si accomodò e
disse: “Credo sia inutile dirle il motivo della mia
presenza qui.” Santiago non era un uomo di molte parole
e in quel frangente gli fu difficile trovarne diverse.
Le sillabe gli uscirono come gocce isolate, pesanti,
cadendo nel silenzio del negozio. “Immagino che
voglia acquistare un parapioggia…” Lo aiutò la donna con
un leggero sorriso, un sorriso che sembrava conoscere
già ogni piega della sua timidezza, ogni crepa della sua
solitudine. “Già.” Sospirò Santiago, e quel sospiro
fu quasi un sollievo, come se avesse scaricato un peso
accumulato da novecentoventidue giorni di pioggia.
“Posso sapere le sue preferenze?” Disse lei con lo
sguardo già rivolto verso la fila di ombrelli capovolti.
Santiago iniziò a guardarsi intorno. In effetti c’era
solo l’imbarazzo della scelta. Ma lui, credendo o
sperando di fare colpo sulla ragazza, azzardò: “Vorrei
vedere qualche modello che non sia necessariamente
nero.” La commessa rimase un attimo interdetta.
Nonostante il negozio fosse ben fornito e nonostante
svolgesse quell’attività da oltre due anni, la richiesta
le parve piuttosto eccentrica, quasi un atto di
ribellione contro la fatalità del grigio e del nero.
Pensò una frazione di secondo, poi, con l’aiuto di una
scala di legno prese dallo scaffale in alto un ombrello
color verde autunno, con il manico di ottone brunito.
Decisamente un articolo elegante, quasi aristocratico.
“Con questo andiamo su di prezzo…” Disse la ragazza,
porgendolo all’uomo con cura reverenziale. Santiago
sorrise. Nonostante non avesse molte disponibilità
economiche visionò l’articolo con estremo interesse. Ma
in realtà il suo intento era un altro: allungare per
quanto possibile la sua permanenza in quel negozio, dove
la pioggia sembrava lontana, attutita dal suono di
quella voce vellutata. “Direi un ottimo parapioggia,
ma è possibile vederlo in altri colori?” La donna salì
di nuovo sulla scala, agile come un’ombra, e tirò giù un
intenso blu oceano, profondo come il ricordo di un mare
che nessuno lì aveva mai visto davvero.
“Ecco
questo mi sembra più adatto alla mia personalità. Non
trova?” Disse Santiago guardandola negli occhi. “Oh
signore, non conosco il suo carattere, ma di sicuro è
appropriato alla sua figura.” Rispose lei da abile
venditrice. Soddisfatto per il complimento
inaspettato, lui sorrise. In fin dei conti era un
accessorio di lusso, firmato, un oggetto che sembrava
provenire da un altro mondo, da una Colombia parallela
dove il sole vinceva sulla pioggia. Decise di
acquistarlo, pagando 59.000 pesos, una somma che
rappresentava per le sue tasche una piccola follia, ma
di certo un investimento contro la monotonia.
Fu
in quel momento che Santiago si alzò dalla poltrona,
pagò il suo acquisto, prese il suo ombrello nuovo e si
congedò augurando alla ragazza una buona serata. La
donna lo accompagnò all’uscita, gli aprì la porta con un
gesto gentile, quasi cerimonioso, e rimase dietro i
vetri bagnati finché non lo vide scomparire per Calle
del Pueblo Español, inghiottito dal velo d’acqua
incessante. Santiago con la coda dell’occhio si
accorse di quella stranezza e durante il tragitto verso
casa, riparato dal suo nuovo ombrello blu oceano, si
scoprì insolitamente allegro. Sentiva la pioggia
picchiettare sulla tela tesa, e soddisfatto gli sembrò
di portare con sé non solo quell’accessorio nuovo, ma un
pezzetto di quella ragazza, il suo sorriso, il neo sulla
guancia, la voce che evocava rose rosse su tombe
dimenticate. Con quella scelta era sicuro di aver
suscitato un forte interesse nei confronti della
ragazza. Il buonumore prosegui anche durante la cena di
fronte ad un buon bicchiere di vino bianco Santa Ana e
una pizza con ripieno di tonno e verdure.
******
La mattina seguente, Santiago Pablo Reyes
si svegliò con il sapore di un sogno ancora attaccato
alle palpebre. Aveva sognato la commessa – non una volta
sola, ma in frammenti insistenti, come scene di un film
montato male: lei che saliva la scala di legno ridendo,
lei che gli porgeva un ombrello trasparente attraverso
cui si vedeva il sole, lei che gli sfiorava la mano e il
neo sulla guancia sinistra si illuminava come una stella
cadente al contrario. Si alzò dal letto con una strana e
calda sensazione nel petto, una specie di febbre dolce
che non somigliava a nessuna malattia conosciuta.
Santiago in vita sua non si era mai innamorato, non nel
senso che davano al verbo i poeti o i personaggi dei
film del Madison. Aveva avuto solo fugaci relazioni e
incontri furtivi con signore audaci lungo l’Avenida
Cristóbal Colón – donne che sapevano esattamente cosa
volevano e quanto tempo avevano da dedicare ad un
piacere effimero. Niente di più. Niente che lasciasse
tracce di un flebile sentimento.
Di solito ci
andava la domenica dopo il cinema, quando salutava il
suo amico, Diego Gonzalo, e da solo attraversava in
lungo e in largo l’avenida. Le belle signorine
truccatissime e dal seno generoso gli sorridevano e lui
si faceva ammaliare da quelle forme provocanti che
promettevano il paradiso. Erano tutte uguali. Una valeva
l’altra e, sotto quei salici piangenti, zuppi di
pioggia, di solito Santiago, per l’imbarazzo, sceglieva
quella più vicina al portone della pensione Doña Carmen.
Un piccolo albergo di tre stanze, umido, con le persiane
sempre mezze chiuse e un odore persistente di colonia da
due pesos e tabacco stantio. Non c’era poesia e tanto
meno amore, ma solo il sentirsi maschio quando la
ragazza si distendeva sotto di lui ed aspettava
impaziente che Santiago facesse i propri comodi. Un
rantolo, uno schizzo, nulla di più. Cinque minuti,
spesso meno. Il tempo di un sigaro cattivo. Poi si
rivestiva in fretta, lasciava i soldi sul comodino di
formica, e usciva senza voltarsi indietro, con la stessa
indifferenza con cui ci si lascia alle spalle un caffè
ormai freddo.
Pochi minuti ed aveva già
dimenticato il nome della ragazza, ma quella mattina il
pensiero della dolce commessa, il suo profumo di pulito
e vaniglia, gli si era infilato sottopelle come una
spina dolce e ostinata. Per la prima volta, Santiago si
chiese se quel calore nel petto potesse essere l’inizio
di qualcosa di speciale. Qualcosa che non si compra con
le banconote stropicciate e che non finisce in cinque
minuti.
Davanti allo specchio, mentre si annodava
la cravatta, fischiettò piano “Run run se fue pa'l
norte” di Joe Arroyo, quella vecchia cumbia che parlava
di partenze e di cuori che scappano verso il nord, verso
un posto dove forse non pioveva mai. La melodia gli
usciva storta, ma allegra, come se il corpo avesse
deciso di ribellarsi alla malinconia prima ancora che la
mente se ne accorgesse. E allora, con un atto di
deliberata follia, scordò il nuovo ombrello blu oceano,
appeso con cura all’attaccapanni vicino alla porta. Lo
lasciò lì, apposta, come si lascia una scusa per
tornare.
In ufficio fu abbastanza distratto. I
numeri sulle colonne dei crediti si ribellavano, le
somme non tornavano e i debiti sembravano moltiplicarsi.
La sera, con la pioggia battente più fitta del giorno
prima, come se il cielo avesse saputo del suo piano e
volesse metterlo alla prova, allungò di nuovo il
percorso verso casa. Si bagnò, naturalmente. L’acqua gli
entrava nelle scarpe, gli colava lungo la schiena, gli
appiccicava la camicia al petto. Ma stavolta non
maledisse il tempo. Camminava con una specie di euforia
trattenuta, come un condannato che ha deciso di godersi
l’ultima sigaretta.
Lungo Calle del Pueblo
Español indugiò. Si fermò sotto una grondaia che perdeva
al ritmo di un bolero, finse di guardare l’orologio,
finse di esitare. Il cuore gli batteva forte. Poi si
fece forza ed entrò nel negozio. Il campanello sopra la
porta tintinnò, un suono antico e familiare, come il
primo accordo di una canzone che si sa a memoria.
L’interno era lo stesso: ombrelli appesi come frutti
proibiti, odore di gomma e naftalina, la stufa che
borbottava piano.
Ma lei era lì, dietro il
bancone, con la stessa camicetta rosa antico, i capelli
sciolti che sembravano catturare la poca luce e
trasformarla in seta. Alzò gli occhi e lo riconobbe
subito. Un sorriso le sfiorò le labbra, piccolo,
discreto, ma sufficiente a fermare il diluvio fuori per
un istante. “Oh Señor…” Disse con quella voce vellutata
che lui aveva continuato a sentire tutta la notte. “Ha
dimenticato di nuovo l’ombrello?” Santiago,
fradicio, con i capelli appiccicati alla fronte e il
cuore che gli faceva le capriole, riuscì solo a fare di
no con la testa. La bella commessa con il volto color
pesca si aprì in un sorriso ancora più ammiccante del
giorno precedente. Lui senza aspettare l’invito si tolse
di nuovo l’impermeabile e si accomodò sulla poltrona a
fiori.
Lei pensò un attimo e poi disse: “Allora…
Immagino che il colore non fosse di suo gradimento…”
L’uomo annuì: “Sì in effetti era decisamente
eccentrico.” “Optiamo per un nero questa volta?”
Disse lei facendo due passi verso lo scaffale del
reparto uomo. Lui rimase affascinato nel vedere quei due
passi. La paragonò all’usignolo che negli inverni freddi
sostava sul suo piccolo balcone. Pensò di nuovo al
“Canto delle ginestre” di Hommer, addirittura intonò
sottovoce qualche nota. Pensò di parlarle della
somiglianza con Adalgisa, ma poi credendo di osare
troppo e di metterla in imbarazzo non disse nulla.
Era davvero un piacere immenso vederla, così gracile
e nello stesso tempo con quel portamento regale. La
donna dovette ripetere la domanda finché Santiago tornò
in sé. Tra i tre modelli proposti scelse un pratico
portatile. Poi cercò disperatamente un argomento per
allungare il tempo e che non riguardasse la pioggia e
allora pensò al sole, al mare, all’estate, ma poi lasciò
stare e il vortice dei suoi pensieri finì miseramente in
un “buonasera”.
La commessa inclinò leggermente
la testa, lo guardò per un lungo secondo e disse:
“Buonasera anche a lei, señor.” Nella sua voce c’era una
punta di divertimento trattenuto, come se avesse capito
tutto molto prima di lui. “Però… mi scusi la curiosità…
se il blu era troppo eccentrico e il verde troppo
aristocratico… perché non tenere quello vecchio?”
Santiago sentì le guance scaldarsi sotto la pelle ancora
fredda di pioggia. Non si aspettava la domanda. Per un
attimo pensò di inventare una scusa, ma poi disse:
“L’ho… dimenticato domenica al Madison. Sulla poltrona
di seconda fila…” Lei sollevò un sopracciglio,
sorpresa: “Al Madison…” Ripeté, come se il nome del
cinema evocasse in lei qualche ricordo privato. “Ci vado
anch’io, sa? Non spesso, ma ci vado.” Santiago la fissò,
incredulo. Il Madison era il suo rifugio, il suo
confessionale buio. L’idea che anche lei, quella
creatura di seta rosa, frequentasse lo stesso luogo gli
sembrò un segno del destino. “Sul serio?” Chiese, e la
voce gli uscì più roca di quanto avrebbe voluto. “Sul
serio.” Confermò lei, appoggiando i gomiti sul bancone e
chinandosi appena verso di lui. “L’ultima volta che ci
sono stata davano Macondo Express. L’ho visto tre volte
e ogni volta ho pianto nello stesso punto, quando lei
apre l’ombrello e lo offre al cielo. È ridicolo, lo so.”
Santiago sentì il cuore fare un giro completo su se
stesso, come una trottola impazzita. “Non è ridicolo.”
Mormorò. “È… è esattamente lo stesso punto in cui mi
commuovo anch’io.” Poi lei, quasi sottovoce: “Sa qual è
la cosa più strana di quel film?” Lui scosse la testa,
incapace di parlare. “Che il treno non arriva mai… però
tutti continuano ad aspettarlo. Come se l’attesa, alla
fine, fosse più importante dell’arrivo.”
Santiago
sentì il mondo inclinarsi leggermente, ma non disse
nulla, temeva in quel momento che qualsiasi parola
potesse rovinare quell’incanto. Dopo appena un minuto
era fuori dal negozio con un ombrello nero portatile che
non gli serviva affatto, perché tanto l’indomani sarebbe
uscito di nuovo senza. Camminava sotto il diluvio senza
quasi accorgersene, con un sorriso stupido stampato in
faccia e la convinzione che la pioggia avesse un altro
suono. Non più un lamento. Piuttosto… un battito. Un
battito paziente, ostinato, che somigliava moltissimo
all’attesa di un treno che, magari, un giorno sarebbe
arrivato davvero.
Quella ragazza ormai abitava
stabilmente nei suoi pensieri. Non passava ora che non
pensasse a lei, che non provasse ad indovinare il suo
nome e cosa stesse facendo in quel momento o quanti
clienti fossero entrati quel giorno nel negozio e se a
tutti abbozzasse lo stesso sorriso. Pensò anche a quanti
clienti aveva proposto l’ombrello blu oceano o quello
verde autunno e se fosse normale accompagnare il cliente
fino all’uscita e rimanere a guardarlo finché non
scomparisse alla vista. Erano pensieri ai quali era
difficile dare una risposta. Pensieri pesanti e
ricorrenti che occupavano gran parte della sua mente.
Certo non sapeva nulla di lei. All’anulare sinistro non
portava però alcun anello, dedusse che non fosse
sposata.
******
Tornò il giorno dopo e
anche il giorno dopo ancora. Passarono così sette giorni
e puntuale come il tramonto, sempre senza ombrello,
sempre zuppo e sempre col suo solito imbarazzo, Santiago
Pablo Reyes entrava nel piccolo negozio. E ogni sera la
bella commessa lo riceveva con l’aria ingenua fingendo
stupore: “Anche oggi senza ombrello?” E lo accoglieva
col suo solito incantevole sorriso, proprio di chi
rispettava le regole di quel gioco strano. Le regole
ormai erano ferree e nessuno dei due mai avrebbe
trasgredito alla condizione primaria dell’uomo senza
ombrello che a causa della pioggia entrava zuppo nel
negozio, si sedeva sulla poltrona, sceglieva il suo
ombrello e alla fine si congedava augurandole
semplicemente una buona serata. Eppure, in quel rituale
silenzioso, qualcosa si stava accumulando, goccia dopo
goccia, come la pioggia fuori.
Nonostante il
presupposto giorno dopo giorno i loro sguardi si fecero
più intensi ed a poco a poco, parola dopo parola le loro
conversazioni si fecero più intime e andarono oltre gli
ombrelli, la pioggia e il cinema Madison. Santiago
arrivava sempre sul tardi, quando il negozio era ormai
vuoto e la luce del pomeriggio filtrava grigia
attraverso i vetri appannati. Le conversazioni
presero strade secondarie. Non più solo ombrelli, di
pioggia o del cinema Madison. Ora parlavano di piccole
cose come il sapore del caffè amaro che beveva lei al
mattino o i travestimenti da pistolero di lui da bambino
a Carnevale. Finché una sera Santiago prese coraggio a
due mani e iniziò a farle velati complimenti, per i
vestiti, le acconciature, le scarpe e il modo di
trattare con i clienti. Lei sembrava accettare
quell’appuntamento ormai fisso e quel fine
corteggiamento mai evidente. Addirittura una sera si
presentarono senza però stringersi la mano. “Piacere
Maria Estrella.” Disse lei con un filo di voce.
“Onoratissimo, Santiago Pablo.” Rispose lui
emozionatissimo. Enfatizzando subito dopo sulla bellezza
e sull’originalità del nome di lei, anche se, a dire il
vero, fosse molto diffuso in quella zona.
La
ragazza, dal suo canto, non mancò di raccontargli parte
della sua vita e per quale motivo si trovasse in quel
negozio. E così lui seppe che aveva 25 anni e non era
sposata. Orfana di padre, aveva due fratelli più grandi
e una sorellina ancora adolescente. Il negozio era di
suo nonno in pensione da due anni. Aveva perso il papà
in un incidente stradale e si era ritrovata a gestire il
negozio e la famiglia interrompendo gli studi
universitari a Medellin. Anche lui parlò di se
stesso, del suo impiego di Contabile e delle sue
aspirazioni di carriera, della sua vita da single, del
cinema Madison, del suo amico Diego Gonzalo,
dell’usignolo sul balcone e della sua casa ormai piena
zeppa di ombrelli. Con cura evitò di raccontare le sue
passeggiate lungo l’Avenida Cristobal Colon, ma pose
l’accento sui suoi 32 anni e sulla sicurezza economica
che avrebbe potuto offrire ad un’eventuale sposa.
Naturalmente parlarono anche della pioggia. Nessuno
dei due ricordava una giornata di cielo sereno. Proprio
in quel momento venne giù uno scrocio piuttosto intenso
seguito da un fulmine che illuminò per alcuni secondi
tutta la Calle del Pueblo Español. La ragazza si strinse
nelle spalle mentre lui benedì quell’acqua che ogni
giorno gli permetteva di entrare in quel negozio.
Passarono altre settimane di pioggia ed ogni giorno
verso le venti passate le cinque la bella Maria Estrella
accoglieva il suo cliente smemorato. “Salve Santiago,
proprio questa mattina mi sono arrivati nuovi modelli…”
oppure “Buonasera Santiago, oggi è più bagnato del
solito…” Lui con l’aria sconsolata annuiva ripetendo i
soliti gesti. Un giorno pieno di entusiasmo le disse:
“Sarebbe bello passeggiare in pieno sole per l’Avenida
Simon Bolivar e insieme gustarci un gelato alla fragola
e pistacchio.” Poi risero sull’assurdità della cosa
pensando che mai in quel posto ci sarebbe stata una
giornata senza pioggia tanto da assaporare insieme un
gelato a due gusti. Lei andò oltre con i suoi pensieri
pensando in cuor suo alle tante affinità che la legavano
a quel bel giovanotto tra le quali i gusti della fragola
e il pistacchio.
*****
Ma come succede
nelle favole il destino a volte riserva impensabili
imprevisti. E così una mattina, quando Santiago aprì le
finestre, una luce accecante gialla e celeste invase la
sua stanza. Stupito si sporse fino ad intravedere uno
spicchio di cielo e non credette ai suoi occhi. Non
c’era una nuvola, non il solito sipario di piombo che da
trentadue anni gli schiacciava le spalle ogni mattina.
Un’aria insolita entrava leggera, quasi frizzante,
portando con sé un freddo pungente che gli fece venire
la pelle d’oca sotto la camicia a maniche corte. Non
pioveva. No, non pioveva! Accese immediatamente la tv.
Una edizione straordinaria del telegiornale annunciava
con clamore l’evento. Una giornalista in diretta da
Plaza Major stava intervistando alcuni passanti a dir
poco sbigottiti. Nessuno mai aveva visto quei colori e
quel cielo terso. Il sindaco in persona annunciò per la
sera stessa una grande festa con tanto di banda
musicale, sbandieratori e le immancabili majorettes.
Scese in strada quasi correndo, senza impermeabile e
in maniche di camicia. Le scarpe risuonavano asciutte
sul selciato. Niente pozzanghere a riflettere il grigio,
niente rivoli che correvano verso le grate. Solo polvere
leggera sollevata dai suoi passi, e un silenzio irreale.
La gente per strada guardava il cielo a bocca aperta.
Una vecchia seduta sulla soglia di casa si fece il segno
della croce. Santiago, preso da quella novità, non
realizzò immediatamente la disgrazia che si stava
abbattendo su di lui. Anzi pensò alla battuta sul gelato
a due gusti. Ma poi, passo dopo passo, realizzò e
circoscrisse i confini di quella sciagura. Se non avesse
ripreso a piovere, nel pomeriggio, non avrebbe avuto il
pretesto per entrare nel negozio di Maria Estrella!
Disperato si recò ugualmente in ufficio con il
proposito di trovare una soluzione. Durante il giorno,
con un orecchio alla radio, ascoltava attentamente le
previsioni del tempo, ma non davano buone notizie. Le
nuvole erano di fatto scomparse e in tutta la zona, per
giorni e giorni, ci sarebbe stato bel tempo. Il destino
avverso continuava imperterrito il proprio disegno, e
lui doveva a tutti costi farsi venire un’idea.
Alle cinque uscì sconsolato dall’ufficio e si diresse
ugualmente verso Calle del Pueblo Español. Camminò per
tutto il tempo con la faccia rivolta verso il cielo, in
cuor suo non era mai morta la speranza di sentire almeno
due misere gocce sul suo cappello di feltro in modo da
giustificare il suo incontro quotidiano.
Ormai
era a due passi dal negozio. Tutto sembrava uguale,
tranne la pioggia. Si fermò a guardare la vetrina. Tra
gli ombrelli vide Maria Estrella. Era tranquillamente
seduta dietro il bancone di legno, immobile, con un
ombrello nero mezzo aperto in mano, come se stesse per
chiuderlo per sempre.
La pioggia non cadeva, lui
non era bagnato ed aveva una casa piena di ombrelli.
Quindi non aveva alcuna ragione per entrare e chiedere
un ombrello. Trasgredire quella regola avrebbe
comportato rompere il tacito accordo, ossia la regola
primaria che aveva consentito loro fino a quel momento
di conversare amabilmente. Una voce interiore lo
consigliava di entrare comunque, ma in quel modo avrebbe
messo a disagio la ragazza e lui mai avrebbe voluto
farla arrossire. Del resto senza quella condizione si
sarebbe trasformato immediatamente da cliente a
conoscente o addirittura ad amico e quindi ammettendo
che le sue intenzioni e ciò che lo univa alla donna non
fosse la pioggia e l’urgenza dell’ombrello, ma altro.
Davanti a quella vetrina, Santiago pensò e ripensò
affidando al cielo due gocce che non vennero, frugò di
nuovo nella sua mente finché senza pensare ulteriormente
seguì il suo istinto ed aprì la porta del negozio.
Dopo un attimo di esitazione, salutò Maria Estrella,
alquanto sbalordita, e senza guardarla negli occhi si
accomodò sulla solita poltrona. Poi con voce disinvolta
disse: “Buonasera Maria Estrella.” E senza aspettare la
risposta al saluto raccontò senza mai tirare il fiato,
la favola dell’uomo degli ombrelli: “C’era una volta un
paese, nel nord della Colombia. In quel paese pioveva
sempre e sempre in quel paese c’era un signore
abbastanza distratto. Un giorno dimenticò l’ombrello,
entrò in un negozio e così conobbe la ragazza che
vendeva gli ombrelli. E da quel giorno, ogni giorno,
dimenticandosi l’ombrello, entrava zuppo nel negozio per
acquistare un ombrello. Finché la sua casa fu
completamente invasa da ombrelli. Purtroppo però, dopo
anni e anni in quel paese un giorno smise di piovere e
lui si rese conto che quel giorno non avrebbe potuto
acquistare un ombrello, ma non si perse d’animo ed entrò
ugualmente nel negozio e raccontò alla ragazza la favola
dell’uomo degli ombrelli che un bel giorno non avendo
più la necessità di comprare un ombrello entrò
ugualmente nel negozio per raccontarle la favola
dell’uomo degli ombrelli...” E vissero felici e
contenti...
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Il racconto è frutto di
fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti
è puramente casuale. IMMAGINE GENERATA DA IA
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