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RACCONTI

Adamo Bencivenga
Il mare scorre dai finestrini
Una donna che da bambina sfidava il peccato sui binari, ora si dona al ricordo dentro un vagone. Il fischio lontano si fa rantolo d’amore, la gonna alzata diventa una ferita aperta, e il treno, indifferente, la porta lontano consapevole delle proprie emozioni


 

Di sfide ne ho fatte fin da bambina, quando da sola col fiato sospeso, m’accovacciavo carponi lungo i binari, per sentire il rumore del treno in arrivo, per essere pronta in quel lampo di corsa. E poi distesa scoprivo le gambe ed alzavo la gonna fino al rosa del mio intimo nudo, senza peli e senza mutande, come se non ci fosse altro da offrire. Ed era un fremito ispido, ribelle e impunito, perché sapevo che non mi era concesso, perché sapevo che era peccato, un’intima colpa che covavo nascosta, tra le mie gambe scomposte e insolenti, che s’aprivano al fumo di legna e carbone, che s’aprivano ad un fischio intenso e distante, che veloce avanzava perdendosi oltre. A volte un locale, a volte un diretto, ma bastava che fosse pieno di gente, che sguardi, che occhi mi vedessero in posa, che mani, che braccia m’additassero a ressa, come luci su un palco per sentirmi una stella, per sentire reale un istinto bollente, che denso saliva e mi arrossava la faccia.

Ora quel treno lo prendo ogni giorno, guardando il mare che scorre dai vetri, guardando i terreni scoscesi di sabbia, che nutrono olivi e vigneti di rosso, e rischiarano ad onde carezze vicine, della mia mano che sale e che sfiora, le pieghe di luce intermittenti dell’alba, il seno ribelle che bianco si mostra, e sfrontato poi preme e dà forma al vestito. Dietro i miei occhiali rinasco ogni volta, punto il mio sguardo fisso di fuori, lungo quegli alberi che si rincorrono storti, mentre accavallo le gambe che dritte, mi fanno sentire unica e rara, come una perla incastonata nell’oro, come signora che s’incipria la faccia, dentro uno specchio impolverato di rosa, di luce che gioca e fa solchi con l’ombra, da dove riflette quello che offro, quello che a caso mi lascio guardare, proprio come un tempo, tutti i giorni al tramonto, proprio nel punto dove alzavo la gonna, dove dai vetri riconosco le case, i pali di luce che corrono contro, una bimba sfacciata che mostrava le gambe.

Ed il sogno prosegue finché un’ombra qualunque, si siede accanto e mi sfiora la mano, senza conoscere almeno il mio nome, o dove stia andando, o da dove provenga, a quest’ora dell’alba senza una borsa, senza un ombrello per ripararmi dal sole. Gli viene naturale chiamarmi signora, attendere il tempo che passa all’intesa ed allungare una mano e slacciarmi il vestito, e scoprire il ricamo dell’ombra del seno, seguire il contorno e disegnare la forma, con il dito e la bocca e mordermi ingordo, come da bimbo per sentirmi il possesso, come da grande per averne ragione, per vedermi obbediente che mi lascio aspirare, tutta la voglia che fa sudore e consenso, tutto il piacere che fa brividi densi, come in un sogno quando tutto è concesso, che sia di moglie, di madre, sorella o d’amante, e l’uomo che succhia ha solo una bocca.

Per un momento mi guarda e lascia la preda, come un cane che crede d’avermi fatto dolore, e si pente e si scusa dentro attimi lunghi, vuoti, distanti, dove si perde l’incanto, d’una donna che chiede senza aprire le labbra, d’un uomo sorpreso che non crede ai suoi occhi. Sento il respiro intorno al piacere, baci umidi e soffi increspati, baci di bocca che arrivano in fretta, di lingua che a tratti si ferma e riparte, e m’asciuga e mi bagna in un incredulo giorno, che nasce e poi muore dentro questo vagone, di stazione in stazione, d’odori e di pieghe, sotto il mio vestito di foglie e di fiori, d’alberi nani e frutta primizia, di terra di bosco umida al tatto. Vorrei spiegargli almeno il motivo, l’emozione che sale, le sensazioni che sento, ma come potrebbe lui capire una donna, che da bimba scopriva il tesoro e la gonna, ed ora si lascia sgualcire le labbra, spostare la cinta che stringe i miei fianchi, slacciare i bottoni se per caso li porto per liberarmi di quello che s’annida e s’aggruma, come uccelli al tramonto che avvolgono i rami e s’accoppiano in due e s’accoppiano in tanti e rubano amore e qualche volta lo danno?

Intingo le dita dove mi schiudo e mi sfioro, e sento l’odore di funghi a seccare, di pioggia d’agosto che bagna la terra, l’essenza che densa mi fa battere il cuore, d’una bimba che corre insieme al suo cane, lo stesso profumo d’erba e calore, lo stesso fastidio d’ortica e mia madre, che chiamava distante il mio nome nel vuoto. Sussulto e poi offro le dita d’amore, all’incredula bocca che s’apre e si chiude, e verrebbe da dirgli che è ambrosia di dea, nettare e miele e grazia di ninfa, un regalo che viaggia su un treno all’alba, che porta una donna in dono nel mondo.

È un mattino troppo presto per sapere se piove, per cogliere il sole tra le chiome dei pini, dentro le case che si svegliano piano, che corrono svelte dai vetri del treno. È un mattino troppo presto per fare poesia, per sentire parole che colano miele, sulle dune di sabbia vergini e intatte, che bello, che voglia lasciare l’impronta, che bello, che voglia lasciarmi portare, dentro un Van Gogh in un campo di grano, dentro un Monet per una colazione sull’erba, e due giovani amanti vestiti di bianco, che fanno l’amore senza cercare un po’ d’ombra, e lui che sussurra e mi bacia i capelli, e io che poi fuggo per lievitare la brama, con un tulipano sul seno e l’ombrellino da sole, con il vento che tira e fa la ruota alla gonna.

Lui avrà cinquant’anni o qualcosa di meno e chissà se è sposato, se ha dei figli già grandi, se stamane ha lasciato una donna nel letto, se ha fatto l’amore o l’ha baciata soltanto, se sopra quel treno ci passa mattine, e poi pomeriggi al ritorno più stanco, pensando ai risparmi che non bastano ancora, per una casa modesta col giardino sul fiume, per un cane che aspetta il suo ritorno la sera. Chissà se ha una figlia che si lascia baciare, accarezzare dal vento che asciuga le pieghe, le stesse di sera dentro quelle preghiere, le stesse di notte tra pianti e sudori, quando giurava sincera e convinta, che un altro treno non sarebbe passato, che un altro tramonto non m’avrebbe trovata, a spalancare le gambe al mondo che corre.

È bastato un secondo che poggiasse lo sguardo, e uno spicchio di gonna che a caso s’alzasse, per cogliere l’attimo, il momento solenne, per spalancargli quegli occhi che sanno di mare, e sanno di more, di lamponi e di spine, che graffiano i seni e mi arrossano il ventre, e sanno di campo dove la terra m’avvolge ed il grano mi copre e mi solletica dentro. Eh sì, lui avrà il doppio dei miei anni, la metà dei miei sogni, ma la stessa incoscienza di fare l’amore, in questa carrozza di polvere e sporco, che ora si ferma e salirà altra gente, odori diversi che sanno di case, di fritto e caffè e dopobarba da poco. Ma ora siamo soli e nessuno s’è visto, un treno per due come un letto di casa, come un’alcova di amanti segreti che si danno per niente, che si danno per tanto. Ora mi sfila la gonna e le scarpe, ora sono nuda e per questo mi offro. E se venisse qualcuno? E se chiedesse il biglietto? Non vedrebbe una donna nuda e matura, ma solo una bimba che recita a mazzi, canzoni che al tempo non avevano un senso, ed ora sanno d’amanti, di prostitute e signore, che donano rose in mezzo le gambe, che offrono latte a piccoli sorsi.

Ora lui ha fretta e si fa maschio impaziente, manca una fermata o almeno mi sembra, ed è proprio così che nel sogno lo voglio, così che si prende una donna in attesa, come fosse un diritto, un dono di Dio, un giornale gratuito sotto la metro. E chissà cosa vede mentre mi dono, forse un difetto, una ruga di troppo, il gonfiore degli occhi stropicciati dal sonno, forse gli slip lisi e da poco, e giuro che la prossima volta mi vesto e mi trucco, mi lavo i capelli col sapone di viole. “La prossima volta? Ma che dico?” Lui è l’attimo che consuma un ricordo, un lampo nel cielo che mi acceca la mente, una bimba insolente che scopre le gambe, un treno che corre su un binario già morto. Perché lui non esiste, c’è solo l’odore, un’ombra nel sogno, un impalpabile niente, che riempie la pelle e sazia l’istinto.

Ora lo sento, sento il suo respiro farsi più corto, per istinto lo bacio e lui dice che mi ama, per istinto sussurro amore e quant’altro, e tocca, mi tocca senza creanza, e tocca quel sesso che sottovoce bisbiglia, col nome volgare che il desiderio gli impone, ancora stordito d’aver trovato due gambe, che docili s’aprono senza chiedere in cambio, nemmeno un nome per far battere il cuore, nemmeno due soldi perché sia più reale, nemmeno un fiore per darmi un pretesto, o una ragione per essere certa, che stamattina davvero abbia fatto l’amore.

Ecco lo sento! Che spinge, che scava, che si ferma e riparte dove da anni non c’era che sabbia, che terra arida quando non piove, crepe profonde che s’allungano storte. E lui corre veloce e il fiato s’ingrossa, mi bagna, mi sfiora sotto i capelli, la sua bocca sa di me, di seno e di more, poi mi guarda, si riprende e sorride, come un bambino che smette di piangere, come un vecchio che ha bisogno di cure, gli offro le dita perché siano ciuccio, lui le assapora, le morde, le bacia e le succhia, lo abbraccio, lo stringo per fondermi contro, m’incurvo e m’annodo perché l’anima in fondo, sia madre di terra che nutre il suo grano, sia mosto di vino che inebria la sorte, sia enclave di mare, rifugio d’inverno, per uccelli migranti che cercano il sole.

E lui corre senza pause e punti, salta ed atterra tra gli arbusti e le fratte, e stazioni e paesi, e salite e discese, e ponti e dirupi e gole profonde, e mi cerca e mi trova ovunque io vada, negli anni passati, sui binari del treno, dove un tempo mi chinavo in attesa, dove ora mi trova e scardina porte, nel ricordo più intimo delle sensazioni d’allora, che dense arrancavano tra le spine dei rovi, proprio come lumache dopo la pioggia, per poi fermarsi come lucertole al sole, per poi scattare al primo segno distante, perché correvo al primo fischio lontano, perché correvo al passaggio del treno, e lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo quei campi per ritrovarmi da sola, tra ciuffi di erba che solleticavano il ventre, tra i nodi di rami che mi facevano grande e scappavo ogni volta incontro al piacere, col rossore sul viso di pudore e vergogna, ma con la certezza che un giorno lontano, avrei preso quel treno senza sapere per dove.

Ma lui non capisce, per lui sono solo una donna, un sesso, una tana, un secchio sotto la pioggia, un biglietto per il circo alla festa del santo, una bambola vinta nel tiro a segno di sera, e io sono la ladra di brividi a pelle, io sono il silenzio dopo una strage, perché ora esplodo in un fragore di carne, di braccia, di gambe, di sangue che scorre. Eccola ora, non ci sono fermate, eccola ora, tra le ossa mi svuoto, un fiume in piena che tracima voglia, e straripa melma, detriti degli anni, ed invade le case, e fertilizza la terra, mentre cala la notte, il giorno, il tramonto, come se niente avesse uno stacco, un bordo, un confine, una linea o un segno, una sponda, una diga, un sogno da sveglia, e tutto girasse, girasse in silenzio…

Il mare scorre dai finestrini, d’un treno che scivola lungo i binari, lungo le onde di carezze vicine, d’una voce insistente che mi chiama signora. “Mi scusi. Questo treno non fa più fermate! Si era addormentata e ho pensato di svegliarla. Mi scusi tanto se mi sono permesso.” Sorrido ma nei miei occhi lo stesso terrore, di quando mia madre mi veniva a cercare e interrompeva per sempre quel sogno infinito, di bimba dabbene vestita di bianco, che s’alzava la gonna ed apriva le gambe, agli occhi del mondo, ad ogni passaggio di treno...

 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti
realmente accaduti è puramente casuale.
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