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Buonanotte amore mio,
buonanotte filo di grano. Chissà dove sei e per quale maledetta ragione non
ti colleghi, t’aspetto sai e mi dirai che m’ami perché scrivo d’amore, ma
non sai che quello che esce, è frutto di sesso bagnato d’umore, un rivolo
lento che bollente s’addensa, a rami si spacca s’ingiallisce e si posa, tra
le gambe scomposte che nessuno assapora.
Che
notte stanotte se rimangono
intatte, riempite di vuoto e di parole infeconde, inconsistenti e leziose
che non servono a niente. Ma io ti aspetto, ti bramo, ti voglio, per riempire
la notte che altrimenti scolora, per sentirmi più bella intrigante e
signora, tra mandrie d’amanti che s’accalcano a ressa, e mi fischiano dietro
perché mostro le tette, e fanno la folla tra le gambe che apro, che nere di
seta s’increspano al tatto, perché abbia un senso almeno quello che scrivo.
Ma cosa scrivo
se tu non mi chiami? Se stanotte rimango a rivedermi negli anni, lungo le
notti dove marco i contorni, di labbra che rosse stingo al bisogno, di
uomini onesti e figli di cani, che m’hanno insegnato a camminare di notte. A
schivare lo sterco a passi di danza, senza che il cuore s’accorga per caso,
che dipingo le labbra di porpora e pepe, per essere zingara d’un circo
ambulante.
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