FOTO RACCONTO

La bimba di pezza

Testo di LiberaEva
Foto Paolo Gualdi
Modelle LauraAnna Hedy
 
 
 
 
 

Davanti a questo imbrunire vorrei inventarmi uno spicchio di rosso, che non si facesse mai nero, ma che ci accogliesse dentro questo bacio infinito.

 Lui oramai è distante, troppo distante da questo cuore in cerca di cura, in cerca di tramonto che trasmette calore, in cerca di mani che ora mi stringono, che ora mi danno la sensazione più vera, di non essere stata davvero mai sola.

 Mi stringono come se avessero il timore, che non rimanesse che aria non rimanesse che niente, come se io fossi una nuvola, una dissolvenza, un sogno che all’alba si fa lenzuola e cuscino.

 
 
 
 
 

 

Laura è qui incredula, i suoi occhi pettinano i miei capelli, il suo naso m’annusa come se in fondo all’odore, ci fosse un profumo che non riconosce, un sapore d’amore lasciato dentro qualche dogana, dentro qualche promessa che ancora batte e fa male.

Si distende e s’inchina, mi bacia e s’accuccia, perché è lei la femmina, i suoi baci mi lasciano un sapore di sale, di olive e di ossi che spolpi e che sputi, in faccia a chi per anni m’aveva convinta, che l’amore ha sembianze di maschio, la forma a punta d’un sesso che spinge.

 
 
 
 
 

La guardo e mi sfamo di tutti quei giorni che sono rimasta a dormire nel letto.

Sapesse mia madre cosa s’annida dentro due tette, dentro due labbra che ora mi cercano, tra altre labbra che non hanno rossetto, dentro altro umido che come saliva, nasce e s’abbonda al sapore di sale.

 Se lo sapesse mia madre che tra due cosce di femmina, c’è l’amore più vero che mi devasta, più potente finora di qualsiasi uomo, che m’ha fatto per anni abbaiare alla luna.

 
 
 
 

 

Mi sembra incredibile che questo corpo minuto, possa comprendermi ed avvolgermi tutta, possa capiente tranquillizzare le mie vene, che battono battono dal cuore alle dita, e calmarmi quell’ansia dell’anima in fondo, come quando ti prostri davanti ad un altare, e t’affidi e confidi all’unico che possa darti conforto. 

Ci sono dei giorni che non usciresti di casa, che non serve andare dall’altra parte del mondo, per sentire un flebile accenno d’amore, che come reti da pesca dividono i mari, come ora, in questo momento Laura mi divide dal resto.

 
 
 
 
 

Le sue labbra mi cercano precise e incessanti, come per trovare parti mai esplorate, come per farmi sentire un brivido ignoto, senza nome straniero che non conoscevo.

Lei non si rassegna e non ci pensa nemmeno, la sua lingua batte come un martello sopra una lama, che filtra, che ficca dove niente fa resistenza.

Mi volta e mi lega, m’aggroviglia con i suoi fili di fiato, con le sue dita che non hanno più unghie, con questa sua costanza d’affetto e d’ardore, di farmi sentire unica al mondo, di farmi godere. 

E godo sopra questo imbrunire, sopra questa linea invisibile d’accettare le mani, il mio essere dentro questo corpo che freme, che suda, che chiede e s’abbandona.

 
 
 
 
 

 

Come quando bambina scoperchiavo la gonna, perché di sfide ne ho fatte da sempre, quando da sola col fiato sospeso, m’accovacciavo a carponi lungo i binari, e scoprivo le gambe e m’alzavo la gonna. 

Era un fremito intenso ribelle e impunito, perché sapevo che non m’era concesso, era un segreto che covavo nascosto, tra le mie gambe scomposte e insolenti, che s’aprivano ad ogni fischio ad uno sbuffo distante, che veloce avanzava perdendosi oltre.

Che importava se era un locale o diretto a Parigi? Mi bastava che fosse pieno di gente, che sguardi che occhi mi vedessero dove, sentivo vero un istinto bollente.

 
 
 
 
 

Ora quel treno lo prendo ogni giorno, sono questi gli occhi che andavo cercando, sono queste le mani che ora mi stringono!

Mi chiedono di farmi più piccola, d’essere acqua che prende una forma, d’essere sabbia che sgrana da un pugno.  Sono queste le labbra che mi lasciano il sapore di olive salate!

La lingua si insinua, si fa spazio, crea un buco di fiato ed entra nella mia bocca.

E’ la prima volta che bacio una donna, ma poi rido perché non ho mai baciato un uomo, neanche Luca ai tempi di scuola, quando la sua passione prendeva certezza, ma poi s’arrendeva sulle mie labbra serrate. 

 
 
 
 

Ti amo Laura. Mi cresce un sospiro che diventa un boato, un’eco che sbatte, ribatte e prende vigore.

E l’amore che grido è questa saliva abbondante che mi bagna i capelli, è questo fiato che m’allarga i polmoni. 

E’ mia nonna che mi prepara pane e olio, mio nonno con la sua bottiglia di vino, che sapeva di sale, di cartine e sambuco.

 L’amore che grido è la libertà di non avere paura, quelle preghiere infinite da sola nel letto, è mio padre che mai aveva dormito una notte di fuori, era mia madre che mai si sarebbe sognata di fare a meno della sottogonna.

 

 
 
 
 

L’amore che grido erano lunghi sentieri di fratte, era pioggia e lumache, erano funghi e nebbia che masticavo contenta, suoni di latta e tamburi alla buona, l’11 novembre per festeggiare i cornuti. 

L’amore che grido è questa donna che sento, e mi inumidisce le orecchie per sentirla più accanto, per sentire una voce che proviene da dentro, e mi fa credere bella, un magico sogno, come mai nessuno specchio m’ha persuasa davvero.

 
 
 

L’amore che grido è femmina dentro, è bucata e t’accoglie come un nido d’inverno, ti fa galleggiare come un feto nel ventre, un canotto che gonfio e rigonfio perché questa sera, non sia mai che mi ritrovi annegata ancora una volta, che il risucchio di un vortice mi faccia pensare, di stare meglio da sola nel letto, a respirare il sapore d’un fiato che sa solo di maschio.

 Perché l’amore che urlo non piscia all’in piedi, non alza la zampa se mai fosse un cane, ma ha latte abbondante che sfama e protegge, l’amore che urlo è un leggero rossore, che colora lenzuola quando accanto nel letto, ancora dorme contenta una bimba di pezza.

 

 
 
 
 

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