Femmina Normale

Testo di LiberaEva

Foto Francesco Cipolla

 
 
 
 

Ti chiedi come sei finita in questo squallido posto. Lo senti che al di là del vetro c’è una strada che corre, una fermata di tram che ti lascia da sola a respirare bocconi di polvere d’albergo.

Nulla è certezza tranne che aspetti qualcuno, ma non conosci il suo nome, il suo viso ti pare. Nulla è certezza tranne questo folle desiderio nascosto che spartisci con chi t’avrà conosciuto solo da qualche minuto, con chi tornerà anonimo appena scendi le scale.

Ricordi quando bambina t’eri messa a giocare: “Ad ogni macchina che passa, un bacio sul collo, ad ogni bacio una parola d’amore.” E poi tutto è diventato più serio, il tuo corpo più caldo: “Ad ogni faro che abbaglia una carezza sul seno, ad ogni carezza un sospiro che scende, che apre le gambe.”

Ora aspetti un qualcuno che sia diverso da tutti gli uomini che t’hanno invitata a salire le scale. Tutti uguali con le facce diverse, odori diversi, tatuaggi diversi, ma tutti coll’inconfondibile desiderio di scopare se stessi.

 Sentirsi sovrani sopra una donna  e le fanno l’amore con l’autocompiacimento d’essere forti, di sbattere pelle di femmina contro qualsiasi stipite a portata di mano.

 
 
 
 
 

 


Se non potessi più uscire? Se l’alba tra poco non oltrepassasse il confine lungo i sentieri di luce dei tuoi occhi che colano nero? Se di colpo non ti ricordassi chi sei, quale casa abitavi e di quale marca di profu
mo odorava la tua pelle?

Senti solo un grosso dolore dentro il petto che t’accompagna e ti dà fastidio come il fumo di sigaretta quando hai smesso o il rumore di centrifuga della lava
trice nel bagno.

Hai fame, ma qui non ci sarà un ristorante, non ci sarà un posto dove scambiarsi le miserie o parlare del rifiuto che senti. Perché qualcuno t’avrà pure fatta sentire come ti senti!

T’avrà pure messa su un taxi e fatta precipitare per chilometri in discesa attraversando periferie di sguardi malfamati fino a vedere la luna, beffarda ed accogliente, come una puttana malata ed infetta, come una notte che ti sgrava senza doglie e ti fa dubitare d’essere nata.

Perché qui ci si arriva solo di notte.

Hai fame e t’accorgi che la tua dignità passa attraverso un paio di calze nuove e un pezzo di pane, la tua dignità è un drugstore stipato di puttane che solo in quel posto ha un senso incontrare, ha un senso desiderare. Trattieni il respiro e provi a zittire questo corpo che come un vegetale non sente altro che fame, freddo e dolore.

 
 
 
 
 



Ti fai forza pensando a quando l’impeto scema e rimane poesia. Rimangono sospese parole d’amore che ti dicono bella, le mani di colpo gentili che ti coprono il seno, le labbra che ti danno vapore e t’inumidiscono il collo.

Come ora, in questo momento, dove ti pare di sentire il rimbombo di parole che pensi d’amore, l’odore giallo di rose che ora non vedi, il tatto di una mano che t’ha accarezzato per ore. Vivresti solo per questo momento, solo per sentire le tue palpebre fragili pronte a traboccare emozione! Ma allora t’ha scopata!

Perché dunque ti sei svegliata col dubbio d’essere intatta? Dove sarà finito il tuo vestito? I tuoi seni che fanno volare farfalle non sono per niente arrossati! Ma allora perché sei nuda se non t’ha ancora scopata? Il rumore dell’acqua non smette e tu non ricordi la faccia, non ne senti l’odore.

Non senti il bruciore dentro quel vuoto che ti rende incompleta, dentro il tuo cuore che spalanca le cosce per sentire poesia,  prima che l’alba ti ritrovi per strada a pensare perché diavolo sei finita in questo buco di mondo.

Sarai più capace d'essere femmina normale? Di sederti e coprire quei pochi centimetri di coscia quando sale la gonna? D’offrire questo tesoro senza per questo sentirti chiamare puttana? Perché non ti ci senti, perché non può essere puttana chi in ingresso dentro una cassapanca, che dicono antica, fa muffa e ingiallisce un corredo da vomito.

 
 
 
 

Sorridi ripensando a tua madre che faceva prove di pianto, come se fosse stato domani, come se avessi avuto un pretendente o una pancia da nascondere a parenti e vicini.

Non puoi essere puttana se hai incamerato come spugna tutta la disperazione che t’allevia la rabbia lasciandoti dietro soltanto il dolore e la disillusione d’essere capace d’innamorarti solo di te stessa.


Ti sei data consigli come se fossi es
perta di cuore, come se l’amore che avevi in mente fosse stato distante da quelle mutande che stranamente ora porti.

Ti chiedi se oltre quest’alba sarai capace di provare piacere come adesso confondi il dolore dentro queste tette. Le guardi e sanno di mignotta, sanno di sesso a portata di mano che inutilmente copri cercando un fragile e sconosciuto pudore.

Sono trote di fiume, spigole di mare che nude sopra un banco di pesce annaffi e addobbi con foglie di vite per farle apparire più fresche. Le stringi perché siano più sode, le raccogli dentro le mani per illuderti che sfameranno ancora una volta qualsiasi bocca anche quando, a forma di pere, caleranno senza riguardo.

 

 
 
 
 

Perché nulla ora serve degli anni che porti, degli uomini che stanotte ti baciavano frantumandoti l'anima come se fosse una fica, come se delusi si rendessero conto che non è altro che un buco, un misero squarcio che nessuna bellezza potrà mai affinare.

Qualcuno bussa alla porta, ma
non apri, neanche una foto per specchiarti, un assorbente per farti sentire più viva o uno spazzolino da denti per ricordarti il tuo colore preferito. Chissà potrebbe essere il portiere o qualcuno che ci ha ripensato e vorrebbe toccare di nuovo le tue tette, e lisciarle perché mai ne ha viste di più belle, mai nei suoi anni ha affogato naso e respiri dentro un cofanetto da regalo.

Bussano ancora ma c’è troppa violenza perché tu sia desiderata, sarà sicuramente qualche disperato di passaggio che vuole rifarsi gli occhi sulla tua pena, sulla ricrescita dei capelli che ieri sera non avevi, sulle tue unghie spezzate e scrostate di smalto proprio come questo muro che ad ogni colpo perde pezzi di intonaco.

Bussano di nuovo, ma non sanno che sei occupata, non sanno che senti un rumore di doccia. Chissà se è acqua che lava l’odore d’amore? Chissà se invece pulisce per bene un sesso di maschio prima dell’uso?

Bussano ancora. Perché dovresti aprire? Nessuno ti conosce in questo squallido posto, nessuno ti chiama per nome o ti offre cortese un passaggio di ritorno. Chissà per dove, chissà in quale altro posto al mondo potresti addormentarti, magari accanto ad un uomo.

 
 
 
 
 

 

Ti chiedi davvero se sarai all'altezza, se quest'alba che spiega possa ridarti la luce, che questa paura che senti t'aggrovigli la faccia come dentro ad un sentiero tra la tela di ragno.

Chissà se stanotte hai provato davvero l’amore o qualcosa d’informe che chiamano tale, ma hai paura che, se davvero lo fosse, svanisca e t’illuda, che quando tutto sarà finito non ci saranno più rose e gli occhi di un uomo qualunque non vedranno che ossa, che pelle.

Ti chiedi davvero se sarai all’altezza, se dopo una notte non siano rimasti che calli capaci solo d’accogliere sessi di vetro e non sentirne il dolore. Davanti a questa luce che implacabile incombe vorresti che qualcuno ti bendasse perché sia nero di nuovo, che sia di nuovo una stella che brilla, che strilla in una notte a carponi riempita nel buio dove qualcuno in attesa ci scriverebbe poesie.

Quest’odore ti dà nausea, ma potrebbe essere qualsiasi odore, magari di penicillina e d’infezione o uno dei tanti profumi sul davanzale del bagno che custodivi gelosa e ne facevi collezione. Non hai paura di stropicciarti la faccia, perché hai smesso di essere bella, hai smesso di credere che ogni uomo che passa rallenti il suo passo per vederti ancora un istante.

Ti chiedi perché non urli, perché non  scappi da quella porta e perché rimani paziente ad attendere chiunque t’accarezzi i capelli, che si metta qui accanto e ti parli con un’aria che sa di famiglia, come se l’avessi odorato da sempre, come se la forma della tua faccia fosse adatta e perfetta alle carezze, alle mani che non stringono nulla, ma rimangono leggere e sospese come se avessero timore di farti dolore.

 
 
 
     
 

Francesco Cipolla su Liberaeva     I foto-racconti di LiberaEva

 

 

 
 

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