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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
     

 

     
 
 

LiberaEva

L'amante ufficiale

 

CAPITOLO 1

 

La Maison Rouge

"Conosco gli uomini, li conosco a fondo, nelle parti basse e in quelle del cuore, dove ogni respiro è un comando ed urlo scomposto, una richiesta d’aiuto. So quando devo tacere, quando le labbra servono ad altro."

Immagine Bill Brauer

 
 
 
     
 
 
 


A Saigon c’è una casa senza finestre. Se passi di notte per Dai Lo Nguyen non puoi non notarla. Qui non si parla la nostra lingua, ma un brusio bastardo di inglese e francese, di tai e cinese che s’accalca ogni sera per prendersi il meglio.
Lungo la strada un interminabile flusso di biciclette che trasportano montagne di merce, di guerra, di intere famiglie a passeggio, ma dentro la casa solo sciami di sete e suoni europei dove si mangia, si scherza, si balla e se sei ricco puoi farci l’amore.
Sai, qui si crede nel destino, quello benevolo che nonostante ci abbia fatto nascere povere, ci fa crescere belle, appetibili agli occhi di qualunque straniero. Se tu non hai nulla in contrario puoi fare di noi un’amante, una devota ragazza che ti segue nel bene e nel male per il tempo che rimani da queste parti. Seguirà l’ombra dei tuoi passi nell’unica meta dove non esiste la guerra, lungo le strade dove non c’è fango e dolore. Ma se vuoi puoi affittarla ogni sera, senza impegno t’aspetta frusciando la seta e la pelle pulita, perché qui dentro non si sente il profumo, il rimbombo soffocato di mortai e cannoni. Non si sente l’odore rappreso del sangue, polvere e terra che tura il naso e secca le mani, ma quello d’oppio e tabacco che si fuma per deridere la vita ed insultare la morte.


Se arrivi a Saigon dall’aeroporto non puoi non fermarti nella Maison delle 150 fanciulle, perché il tassista prende la mancia e non ha di meglio da offrirti lungo l’unica strada dove non ci sono macerie. Lui con orgoglio te ne parla fitto in francese, di ragazze che lui non ha mai visto, di ballerine a tariffa che non osano guardarti negli occhi, a meno che tu non lo voglia o loro s’accorgano che potresti invitarle di nuovo.
Il tassista ti parla di stoffe orientali cucite a Parigi, di seni abbondanti dove farci un nido la sera, ma tu non gli credere! Noi qui siamo tutte piatte per fame e natura, ed i vestiti che indossiamo sono cuciti a mano dalle nostre madri, dalle nostre sorelle più brutte, che si danno da fare perché almeno una di noi sia d’aiuto a tutte le altre.
Ti chiederanno se sei sposato, se hai dei figli, ma poi non ha importanza se lo sei veramente perché quello che conta è un letto a baldacchino, è ripararsi dalle mosche quando si dorme, lavarsi la faccia con l’acqua corrente. Se vieni a Saigon non giudicare da occidentale, non pensare che siamo carne da bordello perché non è un ballo continuato al piano di sopra che ci fa puttane, non è un rifiuto che ci fa sante.

Stavo ballando ma ti ho notato comunque, perché nessuno straniero passa inosservato quando entra la prima volta. Ti sei guardato attorno, chissà se già mi stavi cercando, se il tassista era mio fratello. Lui s’è messo in testa di farmi reclame, ha stampato dei biglietti su carta di riso. Dice a tutti che sono bella, la più brava se hai certe intenzioni. Tu volevi un tavolo vuoto per sederti e goderti la scena e magari contarci per verificare se davvero eravamo 150, le più belle che Saigon può offrire, le più graziose partorite nel fango d’una guerra infinita. Nessuna esclusa, perché sarebbe davvero uno spreco essere belle e fare un altro lavoro, ammesso che ci sia, che ogni giorno si possa sbarcare il lunario distante da questa casa senza finestre. Non ci siamo mai contate, ma siamo tante, belle davvero che se per caso hai il cuore vuoto ti potresti innamorare di tutte.
Una decina di noi già ti facevano capannello: “Compri un biglietto signore! Io, ballerina a tariffa.” Ti dicevano in francese, in inglese e in un misto bastardo per essere le prime, per essere capite e non aver concorrenti. Io non sarei mai venuta se tu non m’avessi chiamata, non mi sarei mai seduta se non m’avessi sorriso. Hai chiesto il mio nome e m’hai guardato le scarpe, hai chiesto se ero libera e m’hai fissato negli occhi una luce smorta che ancora ricordo. Eri un giornalista, ma non ne avevi la faccia, eri irlandese ma non ne avevi la pelle.
Sai qui ne sono passati tanti, tutti con la fretta nel sesso ed il cuore ripieno, sarebbe bastato un biglietto per invitarmi a ballare, ma tu nei hai comprato un blocchetto da dieci e mi hai voluta seduta. Guardavi muto la parte in ombra del mio viso, tu eri diverso! Solo un attimo ed ho creduto d’amarti, come si ama un bambino smarrito che ti chiede la strada. Entrando qui dentro avevi portato con te il tuo cuore, mi hai chiesto se potevo procurarti una casa e poi sei andato via nonostante quei dieci biglietti, quel diritto comprato per tenermi tutta una notte.

L’alba di Saigon è di un rosso amaranto, se per caso non hai dormito una notte, potresti scambiarla per un tramonto qualunque, ed io non ho smesso un attimo di pensarti, sentivo che saresti tornato, ma non sapevo quando. Qui non si lascia una donna incompiuta, perché il nostro obbedire è più forte di qualsiasi comando.
Ai piani di sopra ci sono quindici camere, tutte arredate di rosso, tutte accoglienti per chi ha deciso di passarci una notte. Quindici soltanto, una per ogni dieci ragazze, ma non è mai successo di trovarle tutte occupate. Qui c’è la guerra, c’è la fame e un uomo del posto, per quanto ricco, non arriverà mai a prenotare una stanza, a tenerci una notte mentre la musica riempie la sala di sotto. Può comprare alla meglio un biglietto, per un ballo soltanto, per sfregare la seta senza toccare la pelle, per sentire l’odore d’una donna che non porterà mai a letto.
Qui non occorre aver diciotto anni per fare l’amore perché solo i ricchi sanno il giorno preciso quando son nati e noi siamo tutte ballerine senza tempo, che lasciano a chi parte per sempre almeno la voglia di tornarci una volta. Qualcuno è tornato da vecchio, cercando chi gli aveva dato un sorriso, ma poi non l’ha trovata ed è rimasto felice lo stesso perché per voi abbiamo tutte gli stessi occhi, la stessa fede di donare l’amore.


Ti prego se torni a cercarmi non comprare un biglietto, ne hai ancora dieci da consumare ed io li tengo con cura, riposti dentro il mio seno. Sono dieci balli che mi faranno sognare, per dirti che ti ho prenotato una casa in un quartiere dove vivono soltanto stranieri, e nel bagno e in cucina arriva l’acqua corrente. La casa è in mattoni ed i muri sono bianchi, quando ci passo, già sogno che potrei farti compagnia in veranda nelle notti di luna, nei giorni di pioggia coperti dal fango. Se vuoi non metto vestiti, ma rimango nuda perché tu possa guardarmi attraverso la pelle, nell’anima tutta che è un peccato coprire, perché t’amo anche se ti ho visto per pochi minuti, ma so che tu non sei uguale agli altri, che chiamano amore quello che sentono dalle parti del sesso, che confondono ogni notte nelle mutande e ad ogni alba svanisce come un buio dentro la luce.
Povera m’illudo e continuo a pensarti e stringo questi dieci biglietti. Forse sei andato via perché avevi solo da fare, ed il tempo con me sarebbe stato uno spreco. Non t’ho chiesto se eri arrivato da poco, se eri solo o una moglie ti stava aspettando in albergo. Se fosse questo il motivo, sappi che mai una ballerina a tariffa s’è illusa d’avere in esclusiva l’amore. Comunque t’aspetto.

 

(CONTINUA)

 

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pubblicazione Giugno 2006

 

 

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