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Adamo Bencivenga

 
 

Perché dopo tanto non l’abbiamo più fatto, più l’ho sentito qui dentro, più la mia bocca è servita per non dire parole, la mia parte più vuota per accoglierlo dove, ora si scioglie da sola la voglia, il mistero di un miracolo che si ripete ogni volta, su questa poltrona dove sprofondo e m’illudo, che niente di meglio avrei potuto trovare, che nulla è più grande di questo sesso che prova, nel desiderio perenne di sentirlo più dentro.

Chissà cosa penserebbe mio marito, se sapesse che incontro un uomo dopo le cinque, che mi spoglio e cammino per essere oggetto, che mi vesto e mi trucco per lasciarlo sognare. Che direbbe se sapesse che neanche lo sfioro, che nemmeno mi tocca le gambe ed il seno, se sapesse davvero che mi consumo la mente, ed il sesso che freme con queste due mani, guardata da un uomo che mi tiene in disparte, estasiata dal brivido di rimandare a domani, alla prossima volta quel sesso che bramo. E davvero mi fotte come nessuno ha mai fatto, davvero mi penetra tra la mente e le ossa, tra queste gambe che offro come se fossero culla, che apro che chiudo per simulare la voglia, per essere pronta se lui decidesse. Chi glielo dice a quelle lettrici che divorano i miei libri e sognano un uomo che le inviti a salire, in una pensione Cristina o in qualsiasi posto, per l’unico fine di un posto al riparo, da occhi indiscreti di marito e di figli, ed abbandonarsi in un letto e chiudere

 

gli occhi, e sentirselo sopra serrare la bocca, e sentirselo dentro duro che spinge.

Se sapessero invece chi scrive quei libri, è una donna che a due metri s’appaga lo stesso, col desidero mai domo di una prossima volta, con la purezza d’adesso che non ha per niente tradito, chi ora l’aspetta e gioca col bimbo, e gli dice contento di guardare le nutrie, perché tra poco la mamma poi torna, e torna sua moglie vergine e intatta, dall’odore di maschio e dai sensi di colpa, che si sgranano interi su questa poltrona.

Ora m’affanno e s’affanna distante, avidi di smania ci guardiamo negli occhi, conosciamo a memoria il momento preciso, il respiro bollente quando sale la voglia, e sincrona esce liquida a fiotti, e magica ci lascia un secondo a pensare.

Ma è solo un momento poi m’alzo e mi spoglio, mi rimetto i vestiti e riempio la busta, lo saluto per la prossima volta, e scappo fuggo tra i semafori rossi, tra i tramonti più gialli che cadono in fretta, dentro un buco di vuoto d’insofferenza d’amore, che mi lascia incompiute le sensazioni che provo, come se una donna non avesse le tette, o un uomo la voglia d’assaggiarne il sapore, proprio come l’amore che faccio lì dentro, con il vuoto che lascio nel mio sesso che chiede, nelle nutrie che ora hanno preso già sonno.

 
 
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