LiberaEva

 

Adamo Bencivenga

 
 

Sono mesi ormai che vado di corsa, che porto con me una busta di troppo, trafelata entro e lo trovo sul letto, mi spoglio di fretta e mi rivesto leggera, quattro volte in un mese più di trenta in un anno, e puntualmente mi dice che sono un incanto, da vivere insieme da qualche parte nel mondo, e non c’è verso di fargli capire che non pretendo poi altro, se non quest’amore coatto e segreto, all’ultimo piano della Pensione Cristina.

Manteniamo distanze, ma ci illudiamo che in fondo, se dovessimo perderci ci inseguiremmo dovunque, perché non possiamo farne più a meno, e se per caso succedesse davvero, come barboni gireremmo per strade, di giorno e di notte per un piccolo indizio, perché io so solo che si chiama Matteo, che ha una moglie e due figlie che studiano lingue, una cagna bastarda che ha partorito da poco. Perché lui sa solo che scrivo racconti e mi faccio chiamare LiberaEva, e mi sazio la sera di pause e parole, e sotto la gonna che leggera svolazzo, c’è un mondo segreto che ogni volta riscopre, un circo a colori, un giostra che ruota, un mondo sommerso in pieno centro di Roma.

Per lui è stato più facile di quanto credesse, conoscermi in chat e corteggiarmi a suo modo, invitarmi in un ristorante una sera qualunque, e poi altre sere fino a portarmi qui sopra.

 

Farmi salire senza chiedermi altro, senza chiedersi in caso quanto tempo ci vuole, consacrandoci amanti dopo l’autogrill e il parcheggio, e pretendere in fretta una chiave qualunque, che aprisse una stanza già calda e disfatta.

Non aspettavo che questo e non m’ha pregata per niente, ha avuto solo il pregio d’averci provato, d’essere stato insistente e ad avere intuito, che non occorre bussare quando una porta è socchiusa, che l’amore che cerco non ha bisogno di notte.

E tu lo ringrazi perché non hai dovuto far nulla, che lasciarti guidare e salire le scale, perché a quest’ora saresti dove vanno i tuoi occhi, affacciata al balcone a guardare le nutrie.

Dopo le prime volte non ci siamo più sfiorati, lui rimane a guardarmi disteso sul letto, ed io in piedi mi faccio ammirare, poi mi siedo sulla poltrona, due metri distante, e lui mi guarda, lo guardo, scambiandoci in fretta, parole d’amore che sanno di brama, rimandando a domani lo scambio di mani, di toccarci la pelle come una donna normale, come un uomo che freme toccandola in fondo.

 
 
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