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Sono mesi ormai
che vado di corsa, che porto con me una busta di troppo,
trafelata entro e lo trovo sul letto, mi spoglio di fretta e
mi rivesto leggera, quattro volte in un mese più di trenta
in un anno, e puntualmente mi dice che sono un incanto, da
vivere insieme da qualche parte nel mondo, e non c’è verso
di fargli capire che non pretendo poi altro, se non quest’amore
coatto e segreto, all’ultimo piano della Pensione Cristina.
Manteniamo
distanze, ma ci illudiamo che in fondo, se dovessimo
perderci ci inseguiremmo dovunque, perché non possiamo farne
più a meno, e se per caso succedesse davvero, come barboni
gireremmo per strade, di giorno e di notte per un piccolo
indizio, perché io so solo che si chiama Matteo, che ha una
moglie e due figlie che studiano lingue, una cagna bastarda
che ha partorito da poco. Perché lui sa solo che scrivo
racconti e mi faccio chiamare LiberaEva, e mi sazio la sera di pause e parole, e sotto la
gonna che leggera svolazzo, c’è un mondo segreto che ogni
volta riscopre, un circo a colori, un giostra che ruota, un mondo sommerso in pieno centro di Roma.
Per lui è stato
più facile di quanto credesse, conoscermi in chat e
corteggiarmi a suo modo, invitarmi in un ristorante una sera
qualunque, e poi altre sere fino a portarmi qui sopra. |
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Farmi
salire senza chiedermi altro, senza chiedersi in caso quanto
tempo ci vuole, consacrandoci amanti dopo l’autogrill e il
parcheggio, e pretendere in fretta una chiave qualunque, che
aprisse una stanza già calda e disfatta.
Non aspettavo
che questo e non m’ha pregata per niente, ha avuto solo il
pregio d’averci provato, d’essere stato insistente e ad
avere intuito, che non occorre bussare quando una porta è
socchiusa, che l’amore che cerco non ha bisogno di notte.
E tu lo ringrazi
perché non hai dovuto far nulla, che lasciarti guidare e
salire le scale, perché a quest’ora saresti dove vanno i
tuoi occhi, affacciata al balcone a guardare le nutrie.
Dopo le prime
volte non ci siamo più sfiorati, lui rimane a guardarmi
disteso sul letto, ed io in piedi mi faccio ammirare, poi mi
siedo sulla poltrona, due metri distante, e lui mi guarda, lo
guardo, scambiandoci in fretta, parole d’amore che sanno di
brama, rimandando a domani lo scambio di mani, di toccarci
la pelle come una donna normale, come un uomo che freme
toccandola in fondo. |
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