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Adamo Bencivenga

 
 

Dall’altra parte della rete c’è una strada deserta, si sente il rumore di una fontana che scroscia. Un uomo che corre in tuta e maglietta, una donna ostinata che vende uno spacco, inutile quanto quell’acqua. Non c’è altra vita che mi possa dare la dimensione di quello che ho fatto, l’intensità di quanto proibito c’è stato stanotte perché da soli non abbiamo misura, non riusciamo a sapere il confine dopo il quale ci venga il rifiuto, il peccato che ci fa voglia di casa, di rimetterci in fretta la vestaglia appesa nel bagno che sa di pulito e sa di famiglia.

Ma chi è quest’uomo che m’è entrato qui dentro? Che mi ha contattata in chat perché gli piaceva quello che scrivo. Come mai gli ho permesso di slabbrarmi la pelle, di arrivare nell’intimo che non è certo la fica, non è certo la carne che lui ha scomposto. Ma chi è quest’uomo che mi ha ripetuto più volte parole indecenti, che ne ho respirato il vapore e mi ha riempito la bocca, gli occhi, la testa, che m’ha cercato l’orlo delle mutande da sera. Non per voglia, non per sesso, solo per il gusto di saziarsi dopo l’amore, mentre ritorna a casa da solo, pensando che s’è fatto una poetessa e se l’è fatta per bene, che s’è fatta una moglie e s’è fatto il rossetto. Ma chi è questa donna che sta vedendo il suo specchio al di là della rete, dentro un ristorante che accavallava il ricamo per farsi un amante e farselo in fretta, perché in due ore quale mai altra dote avrei mai potuto ostentare?

 

Scendo dalla macchina e ci salutiamo a stento, forse anche per lui ora c’è bisogno di casa, c’è bisogno di quella cagna bastarda che lo sta aspettando al cancello, c’è bisogno di moglie che tradisce e che ama perché gli concede questo svago ogni tanto. Chissà quante volte avrà visto questa scena di una donna che accende il motore e schizza via stridendo le ruote.

Pochi minuti mi separano da casa, dovrei sentirmi leggera e magari cantare, pensare a quello che scrivo domani, mentre guido su queste strade deserte. Ma che tristezza pensare che tra poco scivolerò in un letto che qualcuno per amore o timore ha già scaldato per bene. Ora mi infastidisce pensare che sono anche corpo, che sono carne e pelle, bruciore di dentro per la maledetta allergia che mi procura la gomma. Ecco vorrei portare a casa solo la mente, spaccarmi in due e lasciare questo corpo ingombrante dentro una macchina nauseante di sesso. E se mio marito m’aspetta in sala da pranzo? E magari accende la luce, chissà se la lampo del vestito è finita davanti? Se ha perso le pieghe che avevo stirato con cura. Ma no, non può accorgersene se abbasso gli occhi e lo bacio. Con una mano mi riaggiusto i capelli per quello che serve. Chissà se ho le calze sfilate? Se immagina dove è finito il rossetto, che mi vergogno soltanto a pensare che stasera ho rimesso tre volte, per dargli il limite che gli avevo concesso, che illusa avevo previsto.

 
 
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