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Adamo Bencivenga

 
 

Lui insiste, ha capito che sto quasi cedendo, che mi sto abbandonando anche se la testa è da tutt’altra parte. Adesso va più piano e dà energia ad ogni colpo, come stesse centrando quel punto, quell’ansa, quel cunicolo stretto inaridito dal tempo.

Mi piace sentire il suo fiato che rantola e soffia dalle parti del seno, la mano che mi tura la bocca e l’altra che cerca il permesso nello spacco protetto da un solo filo di stoffa. Oddio sto gridando, di nuovo sto gridando, mai era successo dopo neanche mezz’ora di sentire intatta la voglia come se fossero mesi. Lo sento quel fremito che in alto mi sbatte e m’aggrappo di nuovo con le gambe ai suoi fianchi, lui capisce ed affonda, s’assesta e ritenta per andare oltre l’oltre che chiedo gridando, nelle sponde più umide e strette dove depongo i miei sogni quando solo da sola riesco ad inoltrarmi.

Lì non c’è affetto, non c’è amore che conta, ma solo la voglia di farsi una donna, di farla godere come ora sta facendo, c’è solo il desiderio di abbandonarsi alla forza, d’essere l’unica agli occhi che mi guardano dritti, che mi penetrano in fondo quanto ad un metro sta facendo il suo sesso. C’è solo l’orgoglio di vederla godere, di vederla incosciente che passa la soglia, d’avere un nome una casa ed un ruolo, d’essere carne e pelle perché il resto non conta, d’essere membrana senza anima dentro.

 

Lui scarica dentro la sua villa e suoi cani, la fierezza d’esserci riuscito stasera, in una sola sera, stanotte, in una sola notte, la prima, ad alzare la gonna, a scoprire il mio sesso, a toccarmi i peli intimi senza chieder permesso, a fare l’amore senza curarsi d’un mazzo di rose davanti lo specchio all’ingresso di questa suite che sa di parcheggio.

Ora davvero non manca più niente! Rallenta come se mi stesse aspettando, ora più in fretta cercando di nuovo quel punto, l’urlo congiunto che secca la gola e ci fa appannare i vetri di questa macchina che fa da culla e si muove in un dondolio che farebbe scandalo a vederlo da fuori.

Poi tutto silenzio torna il tatto di una pelle straniera, torna il timbro di una voce lontana, tornano frasi che hanno un concetto, una ragione nel dirle ed imbastire risposte. Istintivamente mi copro, come è osceno il movimento di una donna che si riassesta le mutande, come è volgare la mano di un uomo che alza la lampo. Mi guarda e mi dice che sono stata perfetta, ma son sicura che sta pensando puttana. Rido, che differenza potrebbe mai avere a quest’ora di notte, sopra questa spianata d’asfalto?

 
 
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