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Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

La notte nera

CAPITOLO   24 

FOTO Markus Richter

 
 
 

 

Mio caro,

lei è collegato, ma non mi risponde, forse è impegnato magari con chi più brava di me, sente davvero un circo tra le sue gambe, ma stasera non ho voglia di ricordarle i miei sogni, di quando bambina m’alzavo la gonna, al fischio lontano d’un passaggio d’un treno. Stasera esco, mi dipingo le unghie di smalto di nero, mi coloro la faccia per dissolvermi al buio, colori di notte nelle tenebre scure, dove m’assalgono i dubbi d’essere uguale, identica a quella che ora ha deciso di andare.

Stasera mi metto le calze più nere, come se tra le mie gambe non ci fosse spiraglio, che lasciasse intravedere uno squarcio di luce, perché qui non c’è cielo e non c’è paradiso, ma solo la voglia di perdermi ancora. Mio marito ha allentato le briglie, forse sa, forse ha solo capito e stasera, lo giuro, non rimango a contare parole, a vederle cadere appese alla scia, che planano e sfiorano sul mio seno scoperto.

Stasera mi metto un cappello più scuro, grande come se dovesse riempire, un giorno intero d’acqua e di pioggia, che agito appena per farla colare, e nera mi tinge la pelle del viso, e fitta mi copre come coltre di nebbia, dove dentro galleggio e mi sento diversa, dove chiunque possa chiedermi amore, senza per questo sapere il mio nome. Stasera mi metto i tacchi più alti, per conficcarli negli occhi di chi mi distingue, per bucare nel ventre una notte qualunque, e sentirla diversa da tutte le altre, immaginata da sola tra le gambe e la mente, mentre scorreva sulla trama di calze, e leggevo parole di maschio di sesso.

Sono io la notte che incuto timore! Che slargo le gambe e indurisco le voglie, che sgocciolo semi nei letti degli altri, nei bagni all’aperto per uomini soli, e l’induco a girare per un’ombra qualunque, che abbia due labbra per poterla pagare, almeno due gambe per essere foce, delta di fiume a due passi dal mare. Sono io quel vento che gelido taglia, e penetra dentro come un sesso che paga, ti lascia la mancia perché sei stata più brava, dell’altra che aspetta in fondo a quel viale, che vende la carne dalle parti del cuore.

Sono io la notte intrigante e violenta, scurisce le foglie rosse al tramonto, che confonde quei fiumi dalle fogne e tombini, e lascia che i topi si riuniscano a branchi, e timidi escano per un pezzo di pane, a nutrirsi d’avanzi di signore per bene, che fanno marchette per non sentirsi più sole, che dicono cento sorprese per quanto, possa valere un sesso che non abbia l’odore, di moglie di madre di stanza da letto. Sono io la notte che gonfia paure, come se fossero seni rifatti e precisi, ingrandisce rumori proprio sopra la testa, proprio come se in casa non ci fosse nessuno, e mio marito a quest’ora fosse uscito per sempre.

Strade deserte curvano attorno, nell’ignoto apparire di figure inquietanti, dove soltanto la mia ombra cammina, s’allunga e s’accorcia e mi domando stupita, come piatta contenga un’anima vera, come la mia che m’illudo che sia, diversa dallo smalto che ho messo stasera.

Lì sento, sono rumori che anneriscono il buio, che provengono ovunque dove punto l’orecchio. M’illudo che siano cani affamati, randagi e malati che arrancano a branchi, che rinuncerebbero ad una cagna per un pezzo di carne. Camminano annusando il culo di quelli davanti, come qualsiasi uomo a quest’ora farebbe, se per caso distinguesse il mio dietro rigonfio, da un tronco d’abete o un’ombra sul muro, se solo lo mostrassi come conviene, scindendo il mio nero da quello di notte.

Eccolo lo sento m’insegue e vorrebbe, senza sapere le ore passate, dall’ultima volta che ho fatto l’amore, se era un letto o in pieno parcheggio, se m’hanno presa strada facendo, e c’era la luna o solo un alito caldo, che m’ha arricciato la pelle o sgualcito la gonna, mentre per incanto mi chiedevo a riprese, se fosse durato quanto la voglia, di queste parole che stasera non vedo, delle altre a quest’ora che cerco altrove.

Se domani il mio letto sarà ancora troppo grande, cosa dirò a mio marito davvero? Cosa dirò a lei che vorrà sapere, il dettaglio dei passi che fanno rumore, sopra quale bisogno ho conficcato il mio tacco? E quante mani avranno avuto la forza, e quante di queste sono arrivate nel punto, dove l’inganno dell’ombra si squaglia nel caldo, dove li sento e non sono dei cani, non sono topi che cercano pane, non è il rumore dell’acqua che scorre sotto i miei piedi. Li sento e la notte l’ha trasformati, l’ho trasformati e mi stanno cercando, se solo potessero avere una piccola luce, distinguerebbero il buco che vanno cercando. Camminano in branco ma girano soli, con il peso davanti e il cuore sopito, tra le mani l’idea di una femmina calda. Se solo sapessero che sono a portata di mano, che basterebbe una stella che brilla e fa luce, sulle mie unghie smaltate di nero, che stringono il piacere e lasciano il dubbio, che è stata la notte ad accarezzarli per bene, che è stato un sogno perché non c’era una mano, non c’era una donna ma solo un’ombra, una misera ombra senza carne né ossa, che senza parlare l’ha fatti godere!

Mi sa che stasera esco davvero, lei non risponde e non avrebbe più senso, rimanere in attesa per chissà quanto tempo, per raccontare di una donna che guarda le stelle! Mi sa che stasera chiudo la finestra, ed entro davvero dentro quel sogno, dove sento il circo in mezzo alle gambe, dove io sono la notte che regola il giorno, dove sono il buio che regola il mondo, ed ogni tanto s’annoia ad aspettare qualcuno, che stasera non dice non ama e risponde, che forse è impegnato con un’altra più bella, la stessa che racconta di quand’era bambina, che alzava la gonna al passaggio del treno, la stessa che stasera gli giura che esce, vestita di notte e truccata di nero, per dissolversi al buio alle tenebre scure…

Esco

   

   

 

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