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Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Il mare scorre dai finestrini

CAPITOLO   23 

FOTO Markus Richter

 
 
 

 

Mio caro, già mi sento una tenda da circo, ma vorrei che lei mi capisse davvero, perché le prove che finora m'ha chiesto, non sono solo acqua che fradicia pali. Seguirò il suo consiglio, ma mi capisca la prego!  Perché di sfide ne ho fatte fin da bambina, quando da sola mi sedevo vicino ai binari e scoprivo le gambe e m’alzavo la gonna. Era un fremito intenso ribelle e impunito, perché sapevo che non m’era concesso, era un segreto che covavo nascosto tra le mie gambe scomposte e insolenti, che s’aprivano ad ogni fischio che veloce avanzava. Non importava se era un locale o diretto a Parigi, mi bastava che fosse pieno di gente, che sguardi che occhi mi vedessero dove sentivo vero un istinto bollente.

Ora quel treno lo prendo ogni tanto, guardando il mare che scorre dai finestrini, lungo le onde di carezze vicine, d’una mano invadente, che sale che sfiora la pelle di questo seno bianco che offro, che si nasconde dietro il profumo d’un’altra vita, dietro un occhiale nero, il mio, da dove vedo e godo di quello che a caso mi offro, a caso mi faccio guardare, toccare proprio nel punto dove scoprivo la gonna, riconosco i pali le case, una bimba sfacciata che mostrava le gambe. E lui stringe nella mano il mio seno, e non capisce, gli viene naturale succhiarlo, strofinarlo sul viso, riafferrarlo e leccarlo. Mi lascio sfuggire un gemito, lo morde, goloso e cattivo, come per averne ragione, per vederlo obbediente tra il mio alito caldo che ancora ne chiede. I suoi occhi mi intimidiscono, sono su di me, per un momento lascia la preda ed io afferro entrambi i seni, per fargliene dono, ancora e di nuovo li prende, li lecca, ci tuffa  il viso proprio lì mezzo, respira il profumo.

Continua a mordere, poi lo bacia e lo lecca come un cane che si pente d’averti fatto dolore, poi scende giù lungo le curve, scende e risale poi indugia e rilecca. Sento il suo respiro intorno al piacere che sente che gode, e poi di nuovo baci umidi, soffi di pelle increspata, baci di bocca, di lingua calda e poi di nuovo un soffio, un fischio di treno. M’asciuga, mi bagna in un lento incredulo giorno che nasce dentro questo vagone, di stazione in stazione, d’odori e di pieghe sul mio vestito di fiori.

Vorrei dirgli… ma che dico? Come potrebbe capire una bimba che scopre il tesoro ed ora si lascia sgualcire la pelle? Mi bagno le dita, le intingo e mi sfioro, ne infilo uno più in fondo per coglierne il succo più denso, l’essenza che fa ricordare, lo stesso profumo, d’erba e calore. Sussulto. Lui mi guarda. Verrebbe da dirgli che lo sono davvero, una ninfa e poi troia. Un regalo che viaggia su un treno, che porta al mare e lo porta al lavoro. E’ mattino, troppo presto per sapere se piove, per cogliere il sole. Ma io ho già tutto il calore che voglio, mi lecca, mi bagna sopra le dune, sopra la luna che impavida si disfa d’ogni stoffa che fa resistenza. Lui si ferma, mi guarda. Non parla e mi morde, le labbra le tette, non dice e mi stringe la rosa.

Chissà se è sposato, se stamane ha lasciato una donna dentro il suo letto? Chissà se ha figli e se sopra questo treno ci passa mattine e sere ogni giorno. Chissà se ha una figlia che corre e si lascia baciare, accarezzare dal vento che asciuga le pieghe, immonde di sera dentro ogni preghiera. E’ bastato che mi guardasse, che uno spicchio di gonna s’alzasse. L’ho fatto apposta lo giuro, per cogliere l’attimo, per spalancargli quegli occhi che sanno di mare, che sanno di campo dove la terra m’avvolge ed il grano mi copre. Sanno di more, di lamponi e di spine che graffiano i seni, sanno di sesso già adulto ai primi richiami. Avrà gli stessi miei anni, chissà dove è salito e quanto tempo potrà dedicarmi?

Qui non c’è nessuno, un treno per due come un letto di casa. Ora mi spoglia, la gonna, le scarpe. Oddio mio, sono nuda. E se venisse qualcuno? Vedrebbe una bimba che recita a mazzi canzoni che al tempo non avevano un senso ed ora sanno di prostitute e signore che donano rose in mezzo le gambe, che offrono latte a piccoli sorsi.

Ora ha fretta, mi prende. E’ proprio così che lo voglio, così che si prende una donna quando lungo la fronte si staglia la voglia, lungo le labbra si sborda il contorno! Sarò indecente, chissà come mi vede. Giuro che la prossima volta, mi vesto e mi trucco, mi lavo i capelli col sapone di viole. La prossima volta? Che dico? Lui è l’attimo che consuma un ricordo, un lampo nel cielo che t’acceca la mente, una bimba insolente che scopre le gambe. Lui non esiste, c’è solo l’odore, un’ombra che tra poco mi scopa, un impalpabile niente duro nel punto che sazia l’istinto.

Ora lo sento, sono morbida dentro, chissà se riesco a farlo felice, se davvero sono culla per l’amore che dice, per il sesso che sottovoce lo chiamo col nome volgare che il desiderio m’impone. Sento il suo respiro farsi più corto, per istinto allunga le braccia, le mani e tocca, mi tocca, m’accarezza e mi sfrega la pelle. Oddio, lo sento, sale dove da anni non c’era che sabbia, che terra arida e brulla  dove nessun uccello passava l’inverno.

Sarà passato un niente, almeno lo penso, e già sento che sta per arrivare, ma lo sposto, lo confondo, lo distraggo, gli do le mie dita da leccare. Lui succhia avido come se fossero un ciuccio, come se fosse la mia bocca che gode. Le labbra lucide sanno di me, di seno di fica di more, vorrei baciarle ma non posso interromperlo. Ritraggo la mano e lo sento che affonda, l’abbraccio, lo stringo per sentirlo più dentro. “Oddio, non mi lasciare proprio ora, cercami dove nessuno m’ha mai raggiunto. Perché io correvo sai, al primo fischio lontano, al primo passaggio di treno, lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo i binari per ritrovarmi da sola, tra ciuffi di erba che solleticavano il ventre. Sono scappata sai, per anni incontro a questo piacere che m’arrossava l’anima di ribrezzo e vergogna. Che importa tutto questo se ora ti sento? Tu non capisci. Che importa se mi guardi allibito? Se come ladra ti rubo brividi dai piedi ai capelli. Se ora  esplodo in un fragore di carne, di gambe, di mare che scorre? Eccomi, ti prego raggiungimi, ora, in questo momento. Urlo, tra le mie ossa mi svuoto, passa in piena un fiume che tracima voglia. Urlo, tra le gambe ti sento, ci sei, t’accarezzo i capelli, m’infili la lingua, mi baci la bocca.”

Il mare scorre dai finestrini d’un treno che scivola lungo i binari, lungo le onde di carezze vicine, d’una voce insistente che mi chiama signora. “Signora, mi scusi. Questo treno non fa più fermate! S’era addormentata e mi sono permesso. Mi scusi tanto.” Nei miei occhi lo stesso terrore, di quando mia madre mi venne a cercare e interruppe per sempre quel sogno di bimba che apriva le gambe agli occhi del mondo, ad ogni passaggio di treno.

   

 

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