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Mio caro, già mi sento una tenda da circo, ma
vorrei che lei mi capisse davvero, perché le prove che finora m'ha chiesto, non
sono solo acqua che fradicia pali. Seguirò il suo consiglio, ma mi capisca la
prego! Perché di sfide ne ho fatte fin da bambina, quando da sola mi
sedevo vicino ai binari e scoprivo le gambe e m’alzavo la gonna. Era un fremito
intenso ribelle e impunito, perché sapevo che non m’era concesso, era un segreto
che covavo nascosto tra le mie gambe scomposte e insolenti, che s’aprivano ad
ogni fischio che veloce avanzava. Non importava se era un locale o diretto a
Parigi, mi bastava che fosse pieno di gente, che sguardi che occhi mi vedessero
dove sentivo vero un istinto bollente.
Ora quel treno lo prendo ogni tanto, guardando il
mare che scorre dai finestrini, lungo le onde di carezze vicine, d’una mano
invadente, che sale che sfiora la pelle di questo seno bianco che offro, che si
nasconde dietro il profumo d’un’altra vita, dietro un occhiale nero, il mio, da
dove vedo e godo di quello che a caso mi offro, a caso mi faccio guardare,
toccare proprio nel punto dove scoprivo la gonna, riconosco i pali le case, una
bimba sfacciata che mostrava le gambe. E lui stringe nella mano il mio seno, e
non capisce, gli viene naturale succhiarlo, strofinarlo sul viso, riafferrarlo e
leccarlo. Mi lascio sfuggire un gemito, lo morde, goloso e cattivo, come per
averne ragione, per vederlo obbediente tra il mio alito caldo che ancora ne
chiede. I suoi occhi mi intimidiscono, sono su di me, per un momento lascia la
preda ed io afferro entrambi i seni, per fargliene dono, ancora e di nuovo li
prende, li lecca, ci tuffa il viso proprio lì mezzo, respira il profumo.
Continua a mordere, poi lo
bacia e lo lecca come un cane che si pente d’averti fatto dolore, poi scende giù
lungo le curve, scende e risale poi indugia e rilecca. Sento il suo respiro
intorno al piacere che sente che gode, e poi di nuovo baci umidi, soffi di pelle
increspata, baci di bocca, di lingua calda e poi di nuovo un soffio, un fischio
di treno. M’asciuga, mi bagna in un lento incredulo giorno che nasce dentro
questo vagone, di stazione in stazione, d’odori e di pieghe sul mio vestito di
fiori.
Vorrei dirgli… ma che dico?
Come potrebbe capire una bimba che scopre il tesoro ed ora si lascia sgualcire
la pelle? Mi bagno le dita, le intingo e mi sfioro, ne infilo uno più in fondo
per coglierne il succo più denso, l’essenza che fa ricordare, lo stesso profumo,
d’erba e calore. Sussulto. Lui mi guarda. Verrebbe da dirgli che lo sono
davvero, una ninfa e poi troia. Un regalo che viaggia su un treno, che porta al
mare e lo porta al lavoro. E’ mattino, troppo presto per sapere se piove, per
cogliere il sole. Ma io ho già tutto il calore che voglio, mi lecca, mi bagna
sopra le dune, sopra la luna che impavida si disfa d’ogni stoffa che fa
resistenza. Lui si ferma, mi guarda. Non parla e mi morde, le labbra le tette,
non dice e mi stringe la rosa.
Chissà se è sposato, se
stamane ha lasciato una donna dentro il suo letto? Chissà se ha figli e se sopra
questo treno ci passa mattine e sere ogni giorno. Chissà se ha una figlia che
corre e si lascia baciare, accarezzare dal vento che asciuga le pieghe, immonde
di sera dentro ogni preghiera. E’ bastato che mi guardasse, che uno spicchio di
gonna s’alzasse. L’ho fatto apposta lo giuro, per cogliere l’attimo, per
spalancargli quegli occhi che sanno di mare, che sanno di campo dove la terra
m’avvolge ed il grano mi copre. Sanno di more, di lamponi e di spine che
graffiano i seni, sanno di sesso già adulto ai primi richiami. Avrà gli stessi
miei anni, chissà dove è salito e quanto tempo potrà dedicarmi?
Qui non c’è nessuno, un treno
per due come un letto di casa. Ora mi spoglia, la gonna, le scarpe. Oddio mio,
sono nuda. E se venisse qualcuno? Vedrebbe una bimba che recita a mazzi canzoni
che al tempo non avevano un senso ed ora sanno di prostitute e signore che
donano rose in mezzo le gambe, che offrono latte a piccoli sorsi.
Ora ha fretta, mi prende. E’
proprio così che lo voglio, così che si prende una donna quando lungo la fronte
si staglia la voglia, lungo le labbra si sborda il contorno! Sarò indecente,
chissà come mi vede. Giuro che la prossima volta, mi vesto e mi trucco, mi lavo
i capelli col sapone di viole. La prossima volta? Che dico? Lui è l’attimo che
consuma un ricordo, un lampo nel cielo che t’acceca la mente, una bimba
insolente che scopre le gambe. Lui non esiste, c’è solo l’odore, un’ombra che
tra poco mi scopa, un impalpabile niente duro nel punto che sazia l’istinto.
Ora lo sento, sono morbida
dentro, chissà se riesco a farlo felice, se davvero sono culla per l’amore che
dice, per il sesso che sottovoce lo chiamo col nome volgare che il desiderio
m’impone. Sento il suo respiro farsi più corto, per istinto allunga le braccia,
le mani e tocca, mi tocca, m’accarezza e mi sfrega la pelle. Oddio, lo sento,
sale dove da anni non c’era che sabbia, che terra arida e brulla dove nessun
uccello passava l’inverno.
Sarà passato un niente, almeno
lo penso, e già sento che sta per arrivare, ma lo sposto, lo confondo, lo
distraggo, gli do le mie dita da leccare. Lui succhia avido come se fossero un
ciuccio, come se fosse la mia bocca che gode. Le labbra lucide sanno di me, di
seno di fica di more, vorrei baciarle ma non posso interromperlo. Ritraggo la
mano e lo sento che affonda, l’abbraccio, lo stringo per sentirlo più dentro.
“Oddio, non mi lasciare proprio ora, cercami dove nessuno m’ha mai raggiunto.
Perché io correvo sai, al primo fischio lontano, al primo passaggio di treno,
lasciavo ogni cosa che stavo facendo, lungo i binari per ritrovarmi da sola, tra
ciuffi di erba che solleticavano il ventre. Sono scappata sai, per anni incontro
a questo piacere che m’arrossava l’anima di ribrezzo e vergogna. Che importa
tutto questo se ora ti sento? Tu non capisci. Che importa se mi guardi allibito?
Se come ladra ti rubo brividi dai piedi ai capelli. Se ora esplodo in un
fragore di carne, di gambe, di mare che scorre? Eccomi, ti prego raggiungimi,
ora, in questo momento. Urlo, tra le mie ossa mi svuoto, passa in piena un fiume
che tracima voglia. Urlo, tra le gambe ti sento, ci sei, t’accarezzo i capelli,
m’infili la lingua, mi baci la bocca.”
Il mare scorre dai finestrini
d’un treno che scivola lungo i binari, lungo le onde di carezze vicine, d’una
voce insistente che mi chiama signora. “Signora, mi scusi. Questo treno non fa
più fermate! S’era addormentata e mi sono permesso. Mi scusi tanto.” Nei miei
occhi lo stesso terrore, di quando mia madre mi venne a cercare e interruppe per
sempre quel sogno di bimba che apriva le gambe agli occhi del mondo, ad ogni
passaggio di treno. |
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