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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Il circo tra le gambe

CAPITOLO   22 

FOTO Markus Richter

 
 
 

 

Mia cara Luisa, leggo le ultime righe con il fiato sospeso, mi chiedo come sia possibile questo fiotto d’amore che spurga inatteso dalle sue viscere. Questa era la metà del suo percorso? Mi sembra incredibile che nello stesso corpo di donna, accanto ad una fica che si lascia strusciare dal marmo freddo delle panchine, ci sia un cuore che batte e reclama un sentimento che sfiora la purezza d’una fanciulla in amore.

Dove è finita la Luisa che si mostrava in faccia al laghetto respirando col sesso le tenebre umide di un pomeriggio d’inverno? E quella che scendeva a patti con la propria vergogna affidandosi alle ingiurie di un ragazzino qualunque? Che fine ha fatto il tassista? Le tracce indelebili bianche sul nero del suo tailleur di seta?

Oddio Luisa! Preferisco pensare ad un tragitto interrotto, a lavori in corso che le hanno fatto deviare la strada, quella maestra dove un angelo nero la portava per mano, nei cunicoli impervi a ritrovare se stessa, donna inavvicinabile e ostile di giorno, integerrima moglie che fuori dal ruolo sporcava il cognome, che fuori di casa mostrava le tette per essere madre dei vizi del mondo, fertile vacca per nutrire le voglie di chiunque a caso ne avesse avuto bisogno.

Il suo Angelo nero.

 *****

Mio caro, non c’è risposta in fondo a queste parole, che lei non si sia già dato. Non è un passo indietro e non sono una donna pentita! Quel percorso l’ho ben chiaro e per nessuna ragione prenderò una strada diversa. Non si spaventi! Non le ho chiesto amore! Ma un filo che leghi questi miei sforzi. Sentirsi puttana non basta se ciò che mi muove è solo ragione. Voglio davvero sporcarmi le tette, raschiarle di notte contro un muro che grida, una frase d’amore per un cuore distrutto. Voglio davvero umiliare il mio sesso, ma gli uomini a caso incontrati una volta non possono offenderlo se quello che sento è solo un istinto d’allargare le cosce.

Voglio altro, e chiedo al mio Angelo Nero di condurmi dove la strada diventa salita. Trasgredire dentro il mio cuore per sentire più forte l’oltraggio, lo smacco di sentirmi nell’anima una femmina persa che odora d’urina dopo l’amore.

La prego, non mi fraintenda, anche quel darle del tu, aveva il suo effetto, la carica di sentirmi privata dall’amore e dal sesso, per sentire il peccato, non certo per mancare rispetto ai ruoli che ho ben chiari: lei è l’angelo ed io l’allieva! Che rimango in attesa di altre istruzioni. Qual’è il prossimo passo dove infangherò i miei tacchi oggi stasera?

 *****

C’è una strada nel cuore di Roma dove la sera s’affolla di gente. Oggi è festa e c’è fiera. Ci sono pizzerie all’aperto, bancarelle e cinesi che ti vendono tutto. Non dovrà fare altro che andarci dopo cena, metta un soprabito leggero senza la gonna e lasci ogni tanto che si apra davanti. Non ostenti la prego, non servirebbe a nessuno, quella è la calamita del mondo e non abbia timore di non essere vista. La prego non la riduca ad una fica, quello che ha tra le gambe, non è né carne né pelle, ma il tempio pagano dove s’immolano figli, madri e mogli per catturarne il possesso, il desiderio vitale di entrarci di dentro, che smuore e s’ammoscia una volta appagato.

Cammini convinta di portare mutande, sorrida e compri qualcosa, se squilla il cellulare risponda. Si sieda se è stanca e se ha voglia mostri le tette al cameriere impaziente che sta smontando di turno. Ma non vada la prego, rimanga a pensare come si permette quest’uomo, chi gli ha dato il diritto di tentare un approccio, volgare e insolente per una signora di classe. Rifiuti infastidita l’invito perché lei è il centro del mondo, e nessun uomo con un unico sesso, potrà ripagarla di tutti quegli occhi che passano guardano bramano e ficcanti s’infilano in mezzo le cosce.

Poi si alzi e riprenda il cammino, verso la piazza tenendo a destra il Pasquino, si fermi un istante e si volti, vedrà un branco di mani, di piedi che la seguono come cani appresso al calore d’una cagna che lascia la traccia, li conti la prego, e non sia soddisfatta se sono meno di cento o meno di quanto aveva previsto.

Non vada più oltre, proprio all’angolo c’è un omino che porta fortuna, si fermi lì accanto e spalanchi le gambe, dia in cambio la sorte al primo che passa, che ignaro non l’ha neanche guardata. E’ lui la preda, lo punti, lo circuisca, lo inviti dentro il suo caldo, calore di gatta che miagola e strilla ed intorno si guarda estasiata e contenta della coda che muta aspetta il suo turno. E’ lei la notte, le tenebre dove ogni uomo vorrebbe indugiare, inghiottito da quelle pieghe con uno spacco davanti, come una tenda di circo da dove provengono suoni ed odori. Lo chiami, non se lo faccia scappare, lo rincorra se serve, perché nessun altro stasera sarebbe lo stesso, e quello che appaga non sono certo gli anelli di bava che cola dalle bocche che aspettano un cenno. La prego lo chiami più forte, spalanchi il suo sesso e le dica che davvero è una tenda di circo, che pagliacci e leoni lo stanno aspettando, elefanti seduti su uno sgabello minuto, ballerine truccate che ostentano il seno più bello e abbondante di quello che offre. Non demorda, potrebbe insultarla, non s’illuda perché non basta mostrarsi e quello che conta è sentirsi uno scarto, avanzo di notte che cerca il consenso di chiunque passa dritto e la guarda di sbieco e la chiama puttana, sottovoce scuotendo la testa. Non sarà bello, non avrà gli occhi di luce che stava sognando, per sentirsi più bella abbagliata dai fari lungo la strada, marciapiede del mondo per troie in attesa. Non avrà l’accortezza d’allungare un sorriso ad una donna che chiede, ma si intestardisca, accetti la sfida con sé stessa e quell’uomo che affretta il suo passo e non ne vuole sapere.

Come una mendicante lo segua, gli faccia sentire il suo fiato di voglia bollente, gli stia poco dietro e poco più avanti, gli sbarri la strada, lo costringa a guardarla, la pelle e il candore, la smania che passo dopo passo diventa incessante. Lui tenterà di cambiare percorso, lei non lo molli per strade e semafori, per bancarelle e vetrine. Le chieda l’amore, sgomiti tra la folla e lo implori, e scosti il soprabito perché sia chiaro che non cerca denaro, ma sta cercando quell’unico maschio che la farà sentire padrona del mondo.

Non importa come, dove, se sopra un cofano o schiacciata sul legno di un banco di fiori. Si sentirà regina, lo sento. Griderà, urlerà, illudendo quell’uomo che mai saprà perché lo stava inseguendo, che mai saprà perché gli ha offerto il suo corpo come una tenda di circo.    

 

   

   

 

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