|
Mio caro è ancora lì?
Spero di non annoiarla
mentre io sono ancora in quel vicolo stretto che mi chiedo se una tetta di
fuori, una tetta soltanto, possa darmi l’esatta ragione di quello che faccio,
possa farmi capire cosa vado cercando dentro questo budello di mondo. La ostento
al buio come fosse un brillante, come un regalo che ora riciclo alle infinite
bocche del mondo.
Un’ombra claudicante
s’avvicina. Sorpreso s’arresta di colpo.
“Signora davvero potrei
favorire?”
E’ un uomo calvo dalla
faccia sottile, più stretta di qualunque mio seno. Avrà l’età di mio padre ed un
desiderio riposto in chissà quale ricordo.
“La tocchi la prego senza
mostrarne stupore, senza farmi rendere conto che sono l’unica donna che mostra i
suoi seni in mezzo alla strada. Che anche puttana di strade malfamate ne avrebbe
più riserbo confondendosi anonima tra tante altre donne. La prego ne faccia il
suo ciuccio. E’ il primo stasera, non abbia timore! Ne apprezzi l’odore come al
mercato sceglie meloni, tra i tanti uno solo che abbia sapore. Lo scelga, non
sia titubante, ne avvicini la bocca.”
Ha le mani sudate ed il
fiato pesante, mi guarda, sorride, toglie il cappello e posa la borsa. Chissà
cosa ci porta lì dentro? Carte ammuffite che ora non valgono nulla, foto
ingiallite di una moglie già morta che sta per tradire. S’inchina quel tanto per
riempirsi la bocca. Ha i capelli radi e due labbra tremanti. Mi tiene stretta ai
fianchi come se dovessi scappare, come quando al risveglio si stringono le
palpebre per continuare a sognare. M’afferra fino a sfiorarmi il sedere come se
non fossi fatta di carne, come se ad un tratto mi spuntassero ali ed un’aureola
sopra il cappello.
Lui non sa che sono la
luna, che gonfio le patte come ingrosso i cuori, d’innamorati che persi mi
chiedono conforto, magia ed incanto per legare gli amori. Lui non sa che offro
mammelle per sentirmi la sola, che come luna davvero depongo piaceri.
Incredulo mi guarda come
se trasparissi ed attraverso non vedesse che muro. Eppure esisto e le mie tette
abbondanti non lasciano dubbi, le mie labbra capienti potrebbero contenere altro
che sesso.
“Non smetta la prego,
lasci che il mio seno si sazi e solo decida quando può farne più senza. Non
smetta la prego, vada oltre questa carne se è di suo gradimento, perché ovunque
lei arrivi non sarà mai abbastanza. Ce la metta tutta, m’illuda comunque che un
uomo per strada può apprezzarne il contegno, il tatto, la pelle, la morbidezza
che stringe, il desiderio di credere che possa sfamare chiunque, qualsiasi bocca
che s’apre, che recita, poesie o bestemmia, che m’ingiuria e mi ama allo stesso
momento.”
Perché di null’altro avrei
bisogno. Di nulla se non d’essere luna dall’incavo del seno alle falde del mio
cappello, da queste labbra che adatto alla forma più giusta, a quelle altre che
slargo ed allargo senza stingere rossetto.
“La prego continui, non
abbia il timore d’essere visto. Faccia che le sue mani diventino più maschie,
che scompaiano sotto la gonna e ne accarezzino l’odore fine a trovarne l’anima
dove l’aggrada. La prego non pensi che sia un semplice buco dove gli altri
scaricano voglie. Se davvero lo credesse non sarebbe che carne sopra un bancone
ed io una volgare puttana che tutti chiamano luna mentre pensano troia.”
“Ma la prego continui a
ciucciare qui in questo momento, senza chiedermi di andare dentro una stanza
d’albergo o pretendere di essere l’unico a spalmarmi saliva. Mi faccia sentire
all’altezza del suo sesso che preme ed io saprò essere luna tra l’incavo del
seno dove gli uomini depositano sessi, dove riposano quando si sentono soli.
Saprò essere grembo e sorella, madre e ventre che coglie e raccoglie ogni pianto
e piacere che stasera le passa qui accanto.”
Con le dita incerte
m’accarezza la faccia e mi toglie la veletta e mi spartisce i capelli, potrei
essere la culla dei suoi pensieri, la governante dei suoi timori che
dall’interno nel suo intimo esce liquido a saliva. Sono in piedi appoggiata su
una parete di calce, un paio di tacchi mi puntellano a terra, un vestito leggero
si muove contrario alla sua voglia decisa.
Vedo passare dei cani in
fila indiana che rasentano il muro accodati alle voglie d’una cagna che sobria
li porta a spasso da ore, che cagna promette ed impegna le sue tante mammelle.
Passa un giovane assorto che non ci degna del minimo sguardo e poi un altro
ancora, e poi la preda a forma di bocca che non chiede permesso, scopro l’altra
tetta e mi sento in estasi. Lui non ha dubbi, la prende, la stringe e si
riempie la bocca.
Eccoli qua i due figli di
lupa, i due gemelli che mi succhiano il ventre, due cuccioli di cane attaccati
alle tette. Ciucciano e bevono, strizzano e mungono, fanno a gara per popparmi
l’ultima goccia di linfa che non sarà amore, essenza di donna dentro seni
giganti. Ma ora sono fiera della mia terza abbondante che dondola spremuta.
Vorrei essere quella cagna ed averne altre ancora più piene, rigogliose di grano
e abbondanza, di latte intero che zampilla, che sgorga come balia in tempo di
guerra. Vorrei davvero essere una cagna per il prossimo passante che incuriosito
si ferma.
“Vi prego signori, appena
sazi lasciate il vostro posto, c’è fila dietro ed io non dispongo di altre, né
ho due soltanto e non servono a soddisfare tutti quelli che ora desiderano
ciucciarle.”
Qualcuno da lontano mi
grida troia, qualcuno invidioso che vorrebbe ciucciarle alla luce di luna. Sono
io la troia, sono io la luna, il desiderio di ogni uomo che ogni notte sognano e
mi disegnano i seni.
Ma questi sono veri e le
loro bocche colano di bava a rigagnoli di latte. Sono io la luna che gli uomini
di notte sognano con i tacchi a spillo, questi sono veri e bucano foglie,
trafiggono solitudini ed infilano promesse.”
“Vi prego, esprimete un
desiderio mentre ciucciate, che davvero si possa avverare ciò che avete di più
intimo, qualsiasi segreto che questo seno fertile farà crescere rigoglioso come
terra a frumento, come lago a lucci giganti. Stringete le labbra ed affondate le
dita, perché quel che ciucciate non sono solo mammelle!”
commenta
il racconto |