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Mia cara signora, spero che ora sia
collegata. Ho da farle una confessione importante, ho bisogno di dirle che le
voglio un infinito di bene, anzi che l’amo se m’è permesso. Giuro e stragiuro
che mai m’è successo di toccare un’anima con le sole parole, di sentirla viva,
come un cuore che continua a battere fuori da un corpo.
La prego mi risponda! Ho pensato di
non collegarmi più, addirittura di cambiare nick, ma è troppo stretto questo
laccio. Non ci sono ragioni in questo silenzio. Per placare la brama che sento,
durante il giorno mi faccio forza e continuo a pensare, la notte, il momento che
nei miei occhi appaia la luce e nelle mie vene scorra altro sangue. Signora la
prego, mi dica esattamente il giorno, l’ora, dove posso incontrarla, anzi dove
posso solo vederla, perché non la disturberò. Non occorre che mi dica se porta
una rosa o un giornale nella mano sinistra, la riconoscerei tra milioni di donne
che sciamano lungo le strade all’ora di punta. La prego non è il sesso che
feconda i miei sogni, il diritto d’entrare tra le sue gambe come mi spetta, ma
il bisogno di sapere in quale posto ogni sera si bruciano i miei pensieri, quale
anima rivestita di carne li accoglie, li arde al tepore nella speranza che sia
arrivato il mio turno. Stanotte domani, lo dica la prego! Mi giuri che nulla
sarà impedimento del nostro toccarci, scambiarci saliva, succhiarci le dita come
ciucci di bimbo, come stare in un limbo nell’attesa che esploda l’ardore. Oddio!
Ma che dico? Davvero vorrei solo guardarla magari mentre cammina sottobraccio al
suo uomo. Mi perdoni l’ardore. Lei capirà il trasporto, l’insolenza che stasera
m’ha portato ad uscir dalle righe. La prego risponda.
*****
Sorrido mio caro, lei non
mi vede ma sto sorridendo, se penso che cerco soltanto l’amore, l’ardore che
spegne, che brucia quest’insoddisfazione perenne che mi travolge ogni volta che
rimango da sola e mi porta in fondo ad ogni vicolo stretto dove non posso
fuggire, dove all’imbrunire un fascio di luna punta la luce dalle parti del
seno.
Alle volte mi domando
quanto può ancora andare avanti, quanto mio marito tenga ancora lento questo
guinzaglio. Chissà se immagina quanto di giorno mi sfogo, su quale ghiaia
genufletto le gambe, sotto quale pioggia mi metto a carponi infangando il
cognome che porta, questa casa e sua madre che ogni sera mi chiama.
Mi parla del tempo che fa
male alle ossa, senza sapere che sua nuora passa i giorni per strada carpendo
ogni minimo segno per tradire suo figlio, per sentirlo pieno di corna nella
bocca di altri, nelle parole avide che ripetono il gusto di farsi una moglie.
Lei parla ed io l’ascolto,
ma mi verrebbe da dirle che i miei vestiti sono sempre di seta, che comunque
anche puttana mi sento signora, che il più delle volte porto un cappello che mi
copre la fronte e due labbra che ad ogni sguardo socchiudo perché sia chiaro che
l’amore che chiedo ha già in cambio una culla, il posto più caldo dove
accovacciarsi per fare le fusa.
Mio caro, anche questa
giornata non è passata per nulla, questi seni che lei non conosce hanno dato il
meglio che l’anima chiede. Erano belli quanto un ramo di pesco in germoglio,
quanto un’adolescente che s’atteggia a signora. Nudi sotto una nuvola sparsa
aspettavano il vapore di una bocca qualunque, il fremito d’una mano che tocca
per il tempo che non è mai abbastanza
Sapesse mio caro! Quanto
al solo ricordo la voglia mi fa scoppiare le gambe, confusa nel desiderio
scomposto che s'aggira dalle parti del cuore. Ma poi m’accorgo che non è cuore,
non è anima, ma solo banale sesso di donna, che pulsa e che freme dentro
ordinarie mutande di stoffa.
Ho quarant’anni e m’illudo
di non dimostrarli, ma poi sfacciata mostro questo seno che balla, che pende,
che mi spoglia di quella finta malizia costruita a fatica davanti allo specchio.
Mostro i miei seni come se fossero labbra, come se fossero gambe! Invece sono
palle sensuali che sporgono attratte da quest’infinito bisogno d’essere oggetto,
desiderio evidente nelle patte rigonfie. Le giuro, non conosco altro modo per
essere femmina, quando m’accorgo che non stanno nella pelle, quando mi seguono
discreti e gentili per poi diventare cafoni e volgari tra le mie mani che si
fingono esperte, tra le mie gambe che s’aprono appena.
Non cerco un amante, un
rozzo signore che mi punti dritto nel sesso, che mi puntelli in un angolo per il
gusto di farmi piacere. Nei miei deliri cerco un uomo che abbia il coraggio di
soffiarmi in bocca senza permesso, che imbrogli le mie labbra d’essere parte del
mondo e le illuda che un sesso alla volta è solo un timore borghese, un
anoressico sogno d’una mogliettina in attesa nel letto.
Cerco un uomo che abbondi
saliva nei baci che offre, al punto di non credere che siano atti d’amore e mi
faccia fino in fondo pensare che se fossero sputi sarebbero graditi lo stesso.
Non ho bisogno d’essere riempita di carne, d’essere gonfiata d’aria addosso ad
un muro, mentre l’uomo di turno mi chiude e mi schiude questa conchiglia che ha
bisogno d’ossigeno.
Cerco un uomo che mi
riduca obbediente, che oltre a scoparmi sappia farmi sentire il potere arrivando
qui dentro, nel punto preciso dove ogni fica diventa un’essenza, dove ogni donna
sia certa d’avere l’anima in mezzo alle gambe.
Le giuro! Non sono questi
buchi in superficie che addobbo e coloro, perché un uomo ne trovi più facilmente
la strada! Non sono questi vestiti che eccentrici danno l’idea che me ne intenda
di cazzo, come se conoscessi a memoria ogni dettaglio che vibra, che invece
senza sapere mi procura soltanto un vuoto mai sazio.
E’ qualcosa che vive
dentro il mio ventre, tra queste budella che si comprimono ogni volta, quando un
uomo riesce ad arrivare dalle parti del mio concetto, a sfiorare l’idea perché
mi faccio scopare. Perché in amore c’è differenza ed io ne voglio sentire più di
quanto il mio corpo non dica, più di quanto il suo corpo s’affanna, perché
l’amore non è altro che un grido, una banale illusione che chiamano orgasmo, un
sapore d’incompiuto che lascia roca la voce e placa ogni desiderio.
Lascio alle altre l’odore
polveroso di una stanza d’albergo, il piacere di sentirsi graffiare da una
fratta di spine. Nel mio sogno c’è posto soltanto per una donna che sente a
distanza l’odore del sesso, l’odore di maschio che gonfia i polmoni e fa colare
la fica.
Mi vedo immobile, aperta e
bagnata come acquasantiera, dove chiunque possa intingere dita e sentire la
consistenza del mio umore più denso. Appropriarsi dell’odore della grande
puttana del mondo che chiede in cambio d’essere il mondo o qualcosa di simile
che valga la pena di vivere, come grondaia che scola e raccoglie, come tombino
che succhia e rigurgita dopo una giornata ininterrotta di pioggia.
Mio caro, mi rendo conto
quanto le mie parole possano essere vane, possano risultare insipide al cospetto
di chi non ha mai creduto che l’amore fosse altro. Ma io sono ancora lì in
attesa, dentro un vicolo cieco e cammino, lungo il bordo di una pallida luna,
sotto una pioggia fitta di foglie che si posa leggera sul mio cappello, che
all’imbrunire mi fa più bionda di qualsiasi tinta appena rifatta. Mi chiedo
quanta femmina c’è sotto questi capelli e quanta ancora ne potrei ostentare al
mondo, a questi uccelli notturni che mi girano attorno e mi fanno sentire più
preda di qualsiasi insetto che li possa sfamare.
Tolgo il reggiseno e
intravedo dentro una specchietto d’una macchina parcheggiata il mio profilo
abbondante. Mi ricorda quello di mia sorella rigoglioso ed in attesa, seno di
donna matura, seno di zitella. Davanti allo specchio aspettava due mani, le sole
che mai vennero a toccarlo, mai a sentirne defluire il pulsare di una donna
promessa, il calore intenso che a stento freddava, al cospetto del suo riflesso
ubriaco d’amore, ubriaco di voglie rimasto a stagnare nel punto preciso dove
erano nate, nella parte di femmina dove non arrivano mani, dove non arrivano
sessi.
La spiavo tra la luce del
buio mentre testarda si procurava piacere, rubava minuti alla cena mentre la sua
tetta schiacciata diventava doppia e più grande contro lo specchio. Ed era un
fibrillar di dita, di respiri, di vetri appannati mentre curiosa trattenevo in
gola i miei fiati acerbi. La guardavo e rimanevo in attesa, come se da un
momento all’altro dovesse scoppiare, urlare al mondo la gioia cercata dentro sé
stessa. Mi pareva un rito, una liturgia per chieder perdono ad un cielo che io
pregavo soltanto. Per anni l’ho pensata devota, ho creduto davvero che il suo
seno fosse un mezzo per arrivare ad un Dio, la parte più tenera da sacrificare
alla supplica. La vedevo invasata, in balia d’un movimento che non chiamavo
piacere, d’un fascio di luna che si posava come maschio tra la schiena e le
gambe. Posseduta si lasciava andare come se davvero il suo uomo fosse tornato a
riempire il suo ventre, a spalancare quel mondo arido sino alle viscere.
Chiedeva amore scoprendo
il suo seno, stringendolo a forza fino a procurarsi dolore. Lo stesso che ora
sento, lo stesso che riesco a capire mentre in attesa mi faccio del male,
violenza e perdono dentro un vicolo cieco a mostrare una tetta, una qualunque
che mi faccia provare vergogna ed attiri uno sguardo che incredulo ringrazi il
destino, per essere passato per caso proprio dove una donna cerca l’amore
scoprendo una tetta.
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