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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Dietro la siepe

CAPITOLO   13 

FOTO Markus Richter

 
 
 

Caro, non la sento da giorni. Da giorni rimango stordita ad aspettare un messaggio. Avrei tante cose da raccontarle, giornate che passano svelte nel vortice dei soli e delle lune spaiate. Oramai lei era il mio giorno, il mio cofanetto dove tengo segrete perle e collane, il mio polmone sinistro dove comprimo inebriata i miei fiati sospesi. Non la sento da giorni! Anzi non Ti sento da giorni, perché oramai Tu sai di famiglia, di pranzo, di marito che conosce a memoria ogni mia piega di sesso, il momento più adatto per affondarci i bisogni.

Sai l’altro ieri sono stata in una villa all’Olgiata, ieri mi sono vestita di foglie e di fiori aspettando che un vento leggero mi spogliasse di dentro, proprio dove la mia preda mi stava fissando. Ero seduta su una panchina dentro Villa Borghese, sai, proprio nel posto dove le coppie si scambiano mani. Ma tutto ad un tratto s’è bucato quel sogno, come una ruota a duecento sull’autostrada. E’ piombata di colpo una ragazza eterea, più giovane di almeno 15 anni. Era bella, sai, bella davvero più di quanto mi ero vestita, truccata, scosciata per quegli occhi che non erano i miei.

Come avrei voluto essere al suo posto! Ho cercato perfino di carpire lo sguardo dell’uomo mentre un bacio avvolgente gli spalmava la voglia. Mi sono sentita ridicola! Avrei voluto volare mentre il rumore strascicato dei miei tacchi sulla ghiaia ingrandiva ad ogni passo la certezza d’essere sola. Lungo la siepe che porta giù in strada ho cercato di rendermi conto quanto tu mi manchi davvero, quanto questi seni rifiutino di mostrarsi rimanendo più soli. Dietro una nicchia di foglie mi sono seduta per terra, distesa sull’erba ho simulato l’amore, il tuo viso, le braccia che stringendomi mi fermavano il cuore.

Eri tu sai che mi stavi davanti, come ora ti supplico di sopportare queste parole melense, di chiamarmi stasera se hai ancora la voglia di dirmi puttana. Sei tu che mi hai fiaccato le gambe e nutrito la fica, che mi hai lasciata sospesa pensando che se non fossi esistito sarei solo bucata qui in mezzo, tra queste gambe che ora slargo e cospargo, perché tu non possa trovare mai attrito. Sei tu ora che mi spezzi il respiro e mi stringi la gola, fino a zittirmi parole che riduci a vapore mentre mi rintani la voglia e mi fai sentire ripiena non appena la mia bocca si schiude come un cannolo che mordi e trasborda di crema.

Lei è nuda e non la copro di nulla! Perché non sia mai che possa incauta sbarrarti la strada, dentro qualsiasi ora tu la sorprenda, dentro qualsiasi posto ti salga la voglia. Ringrazio il cielo per avermela fatta più bella di qualsiasi rosa che tu possa incontrare, cogliere come una conchiglia dove poggi l’orecchio e invano ne ascolti i flutti di mare.

Ti sento sai. Sei dietro di me e t’imploro di strapparmi i capelli, di farmi capire quanto dolore può sopportare il mio ventre, quanta donna c’è dentro quest’anima che a carponi lecca la terra e mastica erba. Fammi davvero sentire il pianto d’un bimbo, che affiora innocente da questo strazio di carne, laddove il mio sogno mi conduce ogni notte, dove vado cercando il contrario di questa voragine che mi convince ogni volta d’essere fatta solo di pelle, d’essere faccia e mani che tu chiami mignotta mentre ti trascini nell’impeto d’una voglia che cresce.

Ti prego non farmi domande! Non cercare risposte dentro queste pieghe che stiri e si fanno capienti senza avere il pretesto di fingere amore se non esiste ragione. Perché non servi per nutrire il mio cuore, non servo per baciarti le labbra, perché mai ne conoscerò il sapore se m’assale la voglia quando abbaio alla luna, se m’aggrappo alla terra e m’imbratto la faccia. Dimmi solo che non valgo poi nulla, quanto un semplice buco che incontri per strada, che se solo volessi lo troveresti al di là della siepe, sotto qualsiasi gonna, che come me s’asciuga le voglie al vento che filtra. Voglio sentirtelo dire perché di null’altro ho bisogno! Scopami l’illusione fino a scardinarmi l’incanto, che domani potrei avere una faccia per avere rispetto o un sentimento per lasciarmi montare guardando la luna. No, oddio, se fosse così, avrei vissuto per niente, non avrei capito che l’uomo è fatto solo di sesso, che è lì pronto a contare i minuti che mancano, alla certezza che spalancherò altra carne.

Amore! Ma che dico? Che stronza parola che ci infarcisce la bocca e ci illude le vene per il solo motivo di sentire la brama che avida penetra, che ingorda trattengo. Amore! Ma che dico? Giurami solo che questa passione non attraverserà mai quella siepe, che sarà sempre impregnata d’odori di foglie e di muffa, che non avrà mai luce d’alba che rischiara il mistero e ne assopisce la forza, che ora mi spacca e frantuma la timida larva di senno che incerta s’annida dentro la pelle.

Giurami che non mi seguirai avvolta nel neon, lungo questa città che cancella le orme dei miei tacchi indecenti, che mi ridà maniere e contegno fatti appena due passi. Fino a quando queste labbra ricomposte baceranno la fronte dei miei nipotini, e diranno tesoro a chi mi sta aspettando in poltrona e mi bacia tra i seni che crede esclusivi. Dimmi che mai nessuno potrà riconoscermi come animale che struscia a bocconi, come bidone che fa incetta di pioggia, come cucchiaio di miele che cola quando avvicini la bocca.

Confrontami con chi ora culla il suo bimbo, che seduta in panchina conta i minuti per la prossima pappa. Fammi sentire che non sei come gli altri, che non cerchi parole per convincermi di quello che faccio, ma che sono esattamente come mi giudicherebbe chi utilizza il suo seno allattando suo figlio. Una cagna in calore che offre lividi invece di latte, che baratterebbe orgoglio e decenza per illudersi che ci sono ancora dei metri, dove tu affondi fino all’essenza che mi dà vita, fino a quella coscienza che se solo tu sfiorassi, potrei giurare d’averla davvero.

Chiamami come finora m’hai sempre chiamata, scopami per tutte le volte che l’hai solo scritto! Dimmi che sono brava a rimanere immobile e ferma sotto la tua voglia che scava e poi scava come se per incanto dovesse trapassarmi e sfiorare la terra. Ti prego non avere rispetto di chi nuda ed in ginocchio ti giudica soltanto perché la scopi per bene, di chi t’ha scelto soltanto perché le fai credere d’avere l’anima in mezzo alle cosce. Nulla sarebbe servito se ora dovessi girarmi per chiedere amore, per guardare quanto mare s’agita dentro i tuoi occhi, per scoprire davvero che l’amore che sento non mi fotte soltanto.

Perché di cos’altro potrei aver altro bisogno? Quando attraverso queste gocce sul vetro filtra il mondo di fuori, quando una voce straniera mi dice “Signora, è pronta la cena”, quando solo a pensarti mi fiacchi le gambe e mi nutri la fica.

      

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COMMENTI DALLA RETE
1 ...di chi t’ha scelto soltanto perché le fai credere d’avere l’anima in mezzo alle cosce... ...solo questo...altre parole non servono...ora ho un pugno nello stomaco e fa male...cavolo se fa male... ...un bacio... simy*
2 Forse vado contro le mie regole, ma inutile negare…mi piace.
Marina Minet 
3 Sì, hai l'anima in mezzo alle cosce!... ;-) // Eroticamente efficace, letterariamente discutibile.
Tonino Bergera 
4 Un brano molto "forte" in tutti i sensi..... L'ho letto e sentito..... 
2002 navant 
5 Peccato! A mio parere questo testo poteva essere molto bello. Mi piace il tuo modo di scrivere, si dondola tra prosa e poesia.Hai descritto molto bene l'impulso, l'attesa, il desiderio riuscendo ad offrire immagini forti screziate di dolcezza. Mi hai pugnalato con quella "mignotta" e poi ancora "puttana...fica...scoparmi", uno squarcio su una tela...ma non perchè io sia perbenista, solo perchè stonano con la musicalità del testo. Che poi non sono neanche i termini a darmi fastidio ma è il modo ed il posto in cui si collocano.....inopportuni. Anzichè rafforzare secondo me fanno scadere.... Claudia M.
6 Come sempre sei molto abile nei tuoi racconti erotici, ma questo non mi ha appassionato particolarmente. Mat*.

   

 

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