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Mio caro, dal primo giorno
che l’ho incontrata in chat, sapevo che lei sarebbe stato il mio angelo nero,
sarebbe stata quella figura quasi paterna che m’avrebbe guidata nei meandri
della mia insoddisfazione. Oggi non posso che ringraziarla, elogiarla d’avermi
condotta lungo questo percorso. Ora il gioco si fa più pressante ed io non devo
far altro che decidere. Fuori c’è il sole, c’è Roma che m’aspetta ed io mi sto
preparando per essere più bella di un cigno che fende l’acqua di un lago, più
attraente di qualsiasi tramonto che m’avvolge e mi culla.
Mio marito è fuori, non
tornerà che domani, i miei desideri colano liberi dentro questa casa così
grande. Se solo mi potesse vedere, sono sicura che mi farebbe un’offerta ed io
accetterei contenta, perché sarebbe il primo, perché il mio desiderio più grande
sarebbe quello di sapere quanto valgo per una notte d’amore o dieci minuti al
riparo d’una fabbrica dismessa.
Se legge queste righe mi
chiami immediatamente, perché oggi voglio fare il grande passo, con l’aria
sfrontata di chi sa che sta vendendo merce buona che soddisfa e non delude. Ma
lei non risponde, proprio oggi non la sento, proprio oggi che la mia tetta
batterebbe sulla tastiera, che le mie scarpe un marciapiede proprio dentro i
suoi occhi.
E se uscissi conciata in
questo modo? Dove vado senza una saliva che giustifica il mio seno, senza mio
marito che ripara agli occhi della gente il rumore dei miei tacchi. Ed avrei il
tempo di chiamarla mio tesoro, di sentire il suo piacere diluire nell’attesa, di
vedermi sfiorare fino al punto d’esser certa che non basta un marito per essere
rispettata, che non bastano dei figli per essere madre.
Centinaia di messaggi mi
chiedono invano se sto bene, senza conoscermi, senza sapere chi sono. Mi
chiedono se sono libera, ma il mio nome è solo Luisa senza tette e senza forme.
Lei non c’è ed io davvero ho bisogno d’essere obbediente a comandi, a parole, a
porcate che m’impongano quello che voglio sentire. Uno tra i tanti insiste e
vuole conoscermi. E’ di Roma, vorrebbe vedere se davvero sono quella che dico.
Dice che è ricco, dentro una villa all’Olgiata. Ha letto la mia scheda ed è
sicuro di darmi quello che voglio, quello che chiedo sotto una coltre ipocrita
di una donna sposata.
Le sue parole si fanno
incalzati, mette le virgole ogni qualvolta che mi chiama puttana. Sanno di
esperienza. Non deve essere giovane. Mette i punti quando parla del suo sesso
che padrone si staglia contro una sfondo di donna. Mi chiede come sono vestita,
che sono un miraggio se solo portassi la metà di quello che dico.
Ormai sono già fuori, il
desiderio mi spezza il respiro, la trasgressione mi gonfia la stoffa impalpabile
che copre per scusa il mio seno. Scendo le scale e spero che non mi veda
nessuno, ripenso alle sue parole, che il desiderio di essere umiliata non passa
per il sesso nella voglia irrefrenabile d’essere appagata, ma è esattamente il
suo contrario. Sto andando a domicilio dove lui vuole, dove lui m’aspetta senza
che nulla m’abbia promesso. Il tassista non parla ed io mi chiedo cosa ci potrà
essere dentro un rifiuto, quali corde dell’anima cominceranno a suonare quando
lui si sentirà in dovere, in diritto di trattarmi come uno scarto.
M’accoglie in giardino, è
un uomo sui cinquant’anni. Sono bella e lui se ne accorge, ma mantiene il suo
ruolo e mi chiama cortesemente signora. Vicino a lui una donna volgare, ma io
vestita in quel modo non sono da meno. Mi guarda e sorride, non mi dice di
sedermi, mi tasta come mucca al mercato, come trota appena pescata.
Qualcosa dentro di me
stride, ma resisto. “E’ questa l’occasione che cercavo? Un uomo interessante che
sta toccando la tetta d’un’altra mentre io in piedi mi sento un’intrusa.”
Qualcosa mi dice che devo rimanere, che proprio dentro quelle mani che
continuano a toccare c’è l’attenzione che cerco.
Il mio vestito è
trasparente e lui s’accorge che non porto mutande, le sue parole sanno come
trattarmi, come disegnare il contorno d’un culo che s’inchina profondo per dare
piacere: “Grazie, Luisa, non credevo che arrivasse così presto, le dà noia se
rimaniamo in giardino?” Mi guardo intorno. Una siepe di due metri ci copre alla
vista degli altri. Vuole che rimanga in piedi. Mi ha chiamata per questo, per
sentire il piacere che sale ed aiutare la sua amica che ora in ginocchio non può
più parlare. “Vede Luisa, sono due ore che la mia amica ci prova, ma finora con
scarso successo. Allora ho pensato di collegarmi in chat e di provare a salire
sulle ali della trasgressione. Ma lei si è offerta immediatamente. Sarebbe stato
sufficiente che ci avesse aiutato dentro un computer.”
Mi guarda. “Mi faccia
vedere una tetta, la scopra come se dinanzi a lei ci fosse un amante,
l’accarezzi, come se dovesse invogliare una brama che ancora tentenna. Vede, la
mia amica è giovane ed inesperta, ancora non ha capito cosa vuol dire ingolfarsi
di sesso, quanta bava cola indipendente sul piacere di maschio.”
Ora mi prega di sedere, di
alzare quel poco la gonna per concedere agli occhi di proseguire da soli. “Sono
sicuro che lei sarebbe maestra. So che lo vuole, anche spartendolo con questa
bocca che succhia. Ma mi dia retta, per quel poco che la conosco, lei non è una
donna che si possa riempire di carne, d’essere qui al posto di queste labbra che
ora, le sento, hanno un’anima dentro il palato. Lei ha solo bisogno di vuoto,
perché null’altro potrebbe riempirla, di parole che le dicano quello che vuole
sentire. Mi creda, fa più effetto sentirsi chiamare puttana che farla davvero, è
più appagante sentirsi di troppo vedendo questa povera scema che suda, che come
in una sfida lo strizza e divora, lo spreme e lo lecca affinché io possa avere
un sussulto ed apprezzarla per quello che ha fatto. Lei s’accontenterebbe?”
M’accendo una sigaretta e
li guardo, continuo ad accarezzarmi la tetta sperando che la sua amica rinunci
alla sfida, esausta lasci e mi dia il permesso di continuare. La vedo che è allo
stremo, la sua mano si muove più lenta, i capelli bagnati le strappano il
respiro. Ora, forse tra poco rinuncia! Alla faccia di lui che mi vuole vuota ad
assistere. Non ci può essere vuoto che colmi questo desiderio! La invidio, tra
loro non c’è sentimento, non c’è poesia. Quella mano è solo un servizio dietro
compenso, quella bocca un mezzo meccanico, un tombino per l’acqua piovana. Ma
lei insiste ed io mi sento avvampare, ho paura che sgorghi, che lo faccia
godere. Muovo la bocca e stringo aria, provo a seguire il movimento e lui
s’accorge che quello che voglio, che fremo è quello che non posso ottenere.
“Vede mia cara, se ora la
sua faccia fosse tra i lembi della mia vestaglia, se respirasse in ginocchio il
mio odore e strusciasse carponi, il suo desiderio s’affievolirebbe fino a
sparire. Mentre ora aspetta ed aspetta perché è solo l’attesa che gonfia i suoi
seni, le fa posare le labbra a forma di sesso. Se poi le dichiarassi apertamente
che non gradisco le sue attenzioni, che questa saliva che mi bagna è l’unica a
cui concedo di stare qui per ore, sono sicuro che toccherei le corde del suo
amor proprio, dell’umiliazione di sentirsi rifiuto nonostante il suo seno sia a
portata di mano. Non le farei del bene, anche se ora lo offre come mele al
mercato, come rose dai petali schiusi che stringe tra le cosce.”
Sono esausta, sto sudando
dubbi, non sono sicura di potercela fare, ma lui insiste.
“Faccia quello per cui è
venuta, alzi la gonna per farci vedere quanto ridicola s’è abbellita di seta, di
lacci e fiocchetti per provare cosa c’è dentro un rifiuto, dentro la rinuncia
che ora sicura le fa smuovere il ventre. Ora si alzi, vada fino in fondo alla
siepe e ritorni, ma la prego non s’avvicini, rimanga distante perché ad altro
non serve.”
Obbediente cammino e mi
fermo. Sono vicino alla siepe, distante, mi vedono appena. Li guardo e mi
guardo. Sono davvero un avanzo, uno scarto vestita di seta, di tacchi e
rossetto, di smalto e capelli appena lavati. Di cerchi e bracciali che
dondolano, finora richiamo per uomini a frotte. Aveva ragione. Cerco di
resistere, ma crollo al piacere. Aveva ragione. M’accascio sull’erba e la mia
mano s’insinua violenta. Aveva ragione. Stringo le gambe ed aspetto. E’ fiume e
corrente che rapida m’invade come foce di mare. E’ un fiotto bollente che mi fa
chiudere gli occhi, premere il ventre per sentirne di nuovo. Che gira, che
scivola dove mai ne ho sentito il calore, dove nessun maschio m’aveva sfamata, o
illusa credevo d’essere sazia.
Oramai sono lontani, vedo
ancora una bocca che freme, una faccia che ride, mentre apro il cancello e
svanisco al tramonto. Non me ne ero accorta che s’era fatto tardi.
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il racconto
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