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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Dietro al Centro Commerciale

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 

 

C’è una strada deserta dietro il centro commerciale, un lungo viale di alberi frondosi finisce a budello contro una cancellata di una villa stile ottocento. Ci sono due cani che abbaiano ed un vecchio inserviente che non si cura del mondo, estirpa erbacce e emette dei suoni comprensibili soltanto ai due grossi animali.

C’è un parco giochi distante e deserto a quest’ora di mattina.

Fermo la macchina di traverso sopra un marciapiede di foglie secche. Mi guardo, mi giro, nessun’anima viva fino all’orizzonte che vedo.

Mi guardo allo specchietto, sono bella, bella davvero! Mi riallineo le labbra alla certezza d’essere degna al sussurro ossessivo che m’ha invitata in questo posto. M’accendo una sigaretta e sorrido al pensiero che è la prima volta che accolgo quel fumo. Come se la mia strada interiore passasse per una banale sigaretta, come se il volersi in quel modo m’obbligasse ad accogliere ogni vizio che finora m’era passato distante.

Alzo la gonna quel tanto che mi faccia sembrare soltanto sbadata, incauta mossa di donna che legge un qualsiasi libro comprato a caso per non destare sospetti. Lo sfoglio ma non presto attenzione, lo strofinio del nylon mi ruba i sensi e mi comprime la gioia che batte e risbatte tra le pareti del mio cuore incredulo. Se avessi saputo che m’avrebbe procurato quest’effetto! Se l’avessi saputo, non avrei passato giorni d’inerzia, ore di vuoto dentro l’insoddisfazione d’essere donna.

Fuori c’è sole e c’è freddo, c’è tramontana che tira e che soffia attraverso le maglie di questo silenzio. Mi guardo ed alzo ancora la gonna. Sarò all’altezza? Qualcuno davvero potrebbe darmi attenzione? I miei tacchi non sono alti abbastanza? Eppure prima d’uscire ne ero sicura, persuasa che occhi di maschio si sarebbero persi nel desiderio di vedermi più nuda, oltre queste pieghe di ombre che ora non mostrano nulla.

Ma io non sono una di quelle, sì, una puttana che scoperchia la gonna e mostra le tette. Che da qualsiasi distanza è piatta l’evidenza di non essere altro.

Vedo un ragazzo con una tuta da operaio che si avvicina a passi svelti. Non mi dà tempo. Passa e mi guarda. Non so cosa fare, ma oramai non serve. Si ferma quel tanto per dirmi una parola volgare, credo che sia in dialetto romano, ma non ne conosco il significato che comunque lei non mi ha mai detto, che comunque alle mie orecchie non fa poesia. Arrossisco, ma tengo ferme le mie mani, non voglio cedere. Il ragazzo s’allontana ed io comincio a sperare che inverta il suo passo che magari mi dica parole gentili.

Mi rimetto a leggere il libro come nulla fosse successo, ma quella parola mi rimbomba nel cervello, sa di amore orale, di labbra che schiudono e trattengono sapori. Fa tremare le mie viscere perché brutale, perché mi fa sentire quella che voglio. La ripeto sottovoce guardandomi allo specchio, rifaccio le labbra perché mi lasci i segni d’un proibito sopra il rossetto.

Ad un tratto una voce discreta mi dice buongiorno signora, è un uomo anziano, avrà sessant’anni. Mi chiede se ho tempo da dedicargli. Lo guardo, lo scruto i suoi occhi hanno vissuto abbastanza. Mi parla leggero e mi dice che fa la comparsa al cinema. “Mai negli anni ho visto gambe più belle! Mai ho visto un seno che cala e allunga l’incavo!” Rimane in piedi e non so cosa fare. Ho soggezione, potrebbe essere mio padre. Mi dice che ha una figlia che s’è persa per strada. Mi dà tranquillità, lo faccio accomodare.

Oddio come sono in imbarazzo, come vorrei essere vestita con una tunica nera. Ha capito e mi mette a mio agio. M’infila una mano dove prima giocava l’ombra ed io sorpresa non reagisco anzi le porgo con una mossa improvvisa quell’incavo che prima ha apprezzato. Mi chiede se sono in cerca d’amore. “Sto cercando soltanto me stessa.” Mi chiede se è da tempo che parcheggio dentro questo budello, ma sa già che è la prima volta, che le mie cosce sono troppo inesperte per far le puttane. Mi dice di rimando che non può darmi nulla, oltre quelle mani che secche ora mi graffiano l’anima. Ma io m’accontento e lo prego di non smettere, d’avere cura di queste gambe, che tra il mistero c’è il timore d’essere considerate più di quanto sanno fare. Hanno solo il difetto di battere come ora a sproposito sta facendo il mio cuore. M’accarezza di nuovo finché la sua lampo scende e fa un rumore assordante.

Sono piccoli segni del mio percorso, sono grandi passi che mi portano dove da sola mi sto portando. Dalla sua stoffa esce un qualcosa che sa di molliccio, un essere informe che non ha mai visitato i miei sogni. Mi dice che è il massimo che può offrirmi, che quel movimento di mani è l’amore che s’accontenta. Lo agita di nuovo ma lo stato non cambia, lo agita e mi cerca con la mano che gli rimane.

Oddio ora come vorrei che seduto qui accanto ci fosse quel ragazzo che ogni notte mi prende nel sogno, ma mi rendo conto di non essere nella condizione di scegliere. Il destino ha voluto quest’uomo, che per quanto vecchio mi sembra affidabile e non è poco per una donna che inizia un percorso. Mi chiede la bocca, le mani, ma mi ritraggo. Non sono ancora pronta a scendere, ad odorare bassi ventri che non avevano previsto quest’occasione.

Lui lo capisce e mi chiede di fare uno sforzo e scendere, di mostrare al vento tutta la femmina che c’è sotto la gonna, di provare a misurare quanto questo gioco possa diventare mutande, quanto la trasgressione, di cui ho bisogno, due tette scoperte all’imprevisto che potrebbe passare qui accanto. Cerco d’essere disinvolta, di calarmi nella parte. Lui continua a toccarsi ed io scendo. M’accendo un’altra sigaretta e cammino sull’erba. Non passa nessuno ed io m’alzo la gonna, non passa un’anima ed io m’appoggio sul cofano ed accavallo le gambe. Mi dice che sono brava, che davvero potrei fare invidia a chi lo fa per mestiere. M’invita a togliermi le mutande, ed io obbedisco con tutta la poesia che sento, che vede. Ora è al limite e mi vuole di nuovo dentro la macchina. Ma io sto bene, mai nessuno era riuscito a farmi sentire così bene. Sento i suoi gemiti più intensi, respiri strozzati che mi danno la forza d’aspettare il destino, d’essere cosciente che un’altra notte che passa servirà alle mie mani, la bocca d’avere il coraggio che stamane è mancato, lo stesso comunque che mi fa stare seduta sul cofano mentre un uomo qualunque richiude la lampo.

La sua …..

   

 

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