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Luisa,
mai avrei creduto che i
suoi timori la facessero così bella, mai e poi mai avrei pensato di vederla
fiorire dentro una vestaglia da casa. Ok, non ha potuto essere come avrebbe
voluto, tanto che la sua anima indossa perizoma, tanto che appeso al suo cuore
tempestoso c’è un reggicalze che s’asciuga! So che ogni parola di strada stasera
striderebbe con il suo vestito candido. Suo marito sospetta? Non dovrebbe aver
timore se dentro un computer ci sono solo parole anche se sanno di sesso. Lei ha
acconsentito a spogliarsi di tutto ed ora si sente in difetto. Non tema, mia
cara.
Mi dispiace molto non
sentirla del tutto a suo agio, percepisco il suo rammarico che sale fino alla
punta di quelle unghie che hanno perso colore. Ma domani rimedierà, non é vero?
Dovrà essere la mia stupenda puttana, più di quanto lo sia stata finora
L'insolenza dimostrata da
suo marito, merita una punizione vera.
Si osservi allo specchio e
aggiunga un suono a quella parola mentre ammira il suo riflesso. Lo dica ..
“Voglio esserla davvero" Io la penserò come sempre.
Porti quella vestaglia con
se. Se incontrerà di nuovo il suo tassista le mostri la sua eleganza nella
penombra mentre gli porge la vestaglia alla sola condizione che lui la macchi
ben bene. Quando tornerà a casa e suo marito la obbligherà di nuovo a
indossarla, potrà farlo con meno disgusto sapendo che gli aloni che vede, sono
il piacere di un uomo per caso.
Le mando un bacio. Il suo
Angelo Nero.
*****
Lei esiste
perché leggo le sue parole, perché disinvolto mi chiama puttana. Lei ha un senso
dentro questa scatola magica, come un bambino che rifiuta il cielo e concentra
il suo occhio dentro i colori di un caleidoscopio.
Sento nelle
sue parole un leggero fastidio. La prego non faccia che questo desiderio si
spezzi per uno stupido e banale cruccio di mio marito. Mi lasci sognare,
comunque, anche in vestaglia. Aggiunga a quelle parole che domani mi vorrebbe in
una stanza d’albergo, ma non mi dica né il nome, né l’ora perché dev’essere un
sogno, una meta che vale solo per quanto la bramo. Mi vorrebbe tra tende che
immagino verdi, con uno scrittorio di noce ai piedi del letto, con il soffitto
ingiallito e la poltroncina di pelle scurita da infiniti bisogni a pagamento, di
istinti di fretta e un treno che parte ed un misero bagno con la vasca
scrostata. Trattenga il suo ardore, rozzi pensieri che trovano luce dal ribollir
del sangue, che mi vorrebbero cagna dalle pieghe slargate mentre lei monta e
scarica d’animale i residui caldi d’un piacere finito.
No mio
Angelo Nero, la prego, faccia che io immagini una finestra aperta al fragore del
mare, ad un silenzio assordante di una notte di luna. Faccia, davvero, che il
mio sesso sia un fiore, una tinta di rosso di papavero in una distesa di grano.
Si, davvero
faccia che sia giugno, che il mio vestito di bianco sia colorato dalla mia
pelle che traspare. Quel numero di telefono io l’ho cancellato, come se lei non
l’avesse mai scritto, come se queste parole fossero sbocciate dal nulla, dalla
sola occorrenza di rientrare nel sogno e vedere stasera le sue parole soltanto,
che non sono poche, non sono nulla.
Non intitoli
i messaggi, Luca o Luisa, lasci da parte queste parole banali. Mi faccia un
favore scriva diretto il primo pensiero, la prima cosa che immagina quando mi
pensa, sono sicura che non può essere altro che dirmi puttana, perché le giuro
non c’è sesso di carne che mi penetri più a fondo, che si muova nella mia carne
come padrone, che mi dia la misura di quanto può contenere un’anima bucata, di
quanti centimetri è lungo il mio piacere in questa insubordinata malattia
d’essere femmina.
Come potrei
concederle altro, non riesco ad immaginare come stasera potrei farle esplodere
il sesso. Sono come lei mi vuole, mignotta o puttana o come si dice nei tanti
dialetti. Ma sono comunque mani, gambe, seno, sono labbra che si schiudono quel
tanto che basta per assaporarne saliva, sono tutto ciò che qualsiasi donna
potrebbe offrirle stasera. Basterebbe un altro nick dove addormentarci la sera,
riprovare l’ebbrezza di ricominciare daccapo, di conquistarne un’altra. Femmine
insoddisfatte che non hanno il coraggio d’uscire alla luce del giorno e
s’accontentano di farsi scopare da poesie e parole che leggono in silenzio la
notte.
Chissà
quante in questo momento dicono di accavallare calze e scoperchiano gonne,
chissà quante delineano le forme d’un seno voglioso ed abbondante che adattano
alla voglia di uomo che chiede e pretende, che passa come titoli di coda
attraverso lo schermo.
M’illudo di
essere unica, sola ad aver bisogno di parole che si fanno racconto, si fanno
stanza dove io mi siedo, discrezione di un uomo che per cortesia neanche mi
guarda. Sensualità raffinata che sale partendo dalla punta del tacco. Ma io sono
davvero così? Io mi sento reale, la sola come dentro uno specchio. E lei ne è
certo che quello che dico è quello che sono. Parole di carne, virgole di
respiri, punti d’inquietudine e timori nelle frasi che prendono forme di culo e
di tette, nell’infinita illusione di essere reale nei suoi occhi che guardano
lettere.
Sa che le
dico? Domani le mando una foto, ma devo prima scurirla, perché i suoi sogni non
diventino piatti, perché la sua emozione non si limiti a quello che vede. Sono
in una stanza, dietro una finestra ed una lampada accesa, ma voglio che la mia
figura rimanga in penombra perché questo seno scoperto non le dia la misura dove
il suo piacere potrebbe arrivare. La prego, non mi chieda altro, è già pazzia
quello che faccio, è già fiatone e paura di credere che è solo l’inizio.
Come posso
farle capire che sono una donna sposata, che mio marito ora sta dormendo e ne
sento i respiri, mentre io sono qui che mi faccio chiamare puttana e le permetto
di chiamare fica, passera, il mio sesso pulito, come ascolto il suo piacere che
sale attraverso parole crude e secche che neanche conosco.
Come posso
farle capire che alle mie amiche di canasta do l’idea di essere suora. Non rida
la prego, prima d’incontrarla ero davvero quello che ho detto, non avrei mai
pensato che quella parola detta improvvisa mi procurasse un buco nel cuore, una
bolla schiacciata dove esce materia, come nero di seppia che ti tinge le mani.
Mi chiede
del mio passato, ma a parte il tassista c’è poco da dire. O forse si ma spero
d’avere tempo per dirlo ai suoi occhi. Del tassista ne cullo il ricordo perché è
successo da poco, dentro una macchina che mi riportava a casa. Sbadatamente ho
alzato la gonna e lui, chiaro come un sole al mattino, ha notato le mie calze
appese a dei ganci. Mi ha detto che era esperto, che mai aveva ed avrebbe fatto
l’amore con una donna senza quel feticcio così femminile.
Avevo voglia
di scendere, ma aveva colpito le mie emozioni più basse e per gioco e davvero ho
lasciato alzata la gonna. Si è fermato un attimo dopo in una rientranza di un
viale di macchine. E’ sceso ed è salito dietro. Mi batteva il cuore, ma ero
contenta che almeno qualcuno potesse ammirare le mie bellezze nascoste, i miei
segreti coperte da gonne e vestiti che nessuno avrebbe mai immaginato. Nel buio
ho visto l’umidità dei suoi occhi, il tremore delle mani che stringeva per non
abbandonarsi all’istinto. Avrebbe voluto toccarne la trama, sentire l’impatto
del nylon nero che si fa pelle chiara. Mi ha chiesto se poteva approfittarne ed
io stavo per scendere... Mi ha pregato di non abbassare la gonna, che si sarebbe
limitato a guardare, guardare. L’ho accontentato…
E’ sceso di
nuovo e ha ripreso il volante. Io sono rimasta in quella posizione. Nel buio
della macchina i miei gancetti luccicavano, il mio odore riempiva i miei ed i
suoi imbarazzi. Non so quale è stato il pensiero, forse scorazzare per la città
una donna di classe conciata a quel modo, forse sentirsi autista d’una
perversione, ma dopo poco ho visto nitido il suo piacere nello specchietto
retrovisore e la sua voce cambiare completamente timbro. Siamo arrivati sotto
casa e mi ha detto soltanto buonanotte senza farmi pagare la tariffa.
La sua …………. |
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