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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Amore in chat

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Il Tassista

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 

Luisa,

mai avrei creduto che i suoi timori la facessero così bella, mai e poi mai avrei pensato di vederla fiorire dentro una vestaglia da casa. Ok, non ha potuto essere come avrebbe voluto, tanto che la sua anima indossa perizoma, tanto che appeso al suo cuore tempestoso c’è un reggicalze che s’asciuga! So che ogni parola di strada stasera striderebbe con il suo vestito candido. Suo marito sospetta? Non dovrebbe aver timore se dentro un computer ci sono solo parole anche se sanno di sesso. Lei ha acconsentito a spogliarsi di tutto ed ora si sente in difetto. Non tema, mia cara.

Mi dispiace molto non sentirla del tutto a suo agio, percepisco il suo rammarico che sale fino alla punta di quelle unghie che hanno perso colore. Ma domani rimedierà, non é vero? Dovrà essere la mia stupenda puttana, più di quanto lo sia stata finora

L'insolenza dimostrata da suo marito, merita una punizione vera.

Si osservi allo specchio e aggiunga un suono a quella parola mentre ammira il suo riflesso. Lo dica .. “Voglio esserla davvero" Io la penserò come sempre.

Porti quella vestaglia con se. Se incontrerà di nuovo il suo tassista le mostri la sua eleganza nella penombra mentre gli porge la vestaglia alla sola condizione che lui la macchi ben bene. Quando tornerà a casa e suo marito la obbligherà di nuovo a indossarla, potrà farlo con meno disgusto sapendo che gli aloni che vede, sono il piacere di un uomo per caso.

Le mando un bacio. Il suo Angelo Nero.

 

*****

 

Lei esiste perché leggo le sue parole, perché disinvolto mi chiama puttana. Lei ha un senso dentro questa scatola magica, come un bambino che rifiuta il cielo e concentra il suo occhio dentro i colori di un caleidoscopio.

Sento nelle sue parole un leggero fastidio. La prego non faccia che questo desiderio si spezzi per uno stupido e banale cruccio di mio marito. Mi lasci sognare, comunque, anche in vestaglia. Aggiunga a quelle parole che domani mi vorrebbe in una stanza d’albergo, ma non mi dica né il nome, né l’ora perché dev’essere un sogno, una meta che vale solo per quanto la bramo. Mi vorrebbe tra tende che immagino verdi, con uno scrittorio di noce ai piedi del letto, con il soffitto ingiallito e la poltroncina di pelle scurita da infiniti bisogni a pagamento, di istinti di fretta e un treno che parte ed un misero bagno con la vasca scrostata. Trattenga il suo ardore, rozzi pensieri che trovano luce dal ribollir del sangue, che mi vorrebbero cagna dalle pieghe slargate mentre lei monta e scarica d’animale i residui caldi d’un piacere finito.

No mio Angelo Nero, la prego, faccia che io immagini una finestra aperta al fragore del mare, ad un silenzio assordante di una notte di luna. Faccia, davvero, che il mio sesso sia un fiore, una tinta di rosso di papavero in una distesa di grano.

Si, davvero faccia che sia giugno, che il  mio vestito di bianco sia colorato dalla mia pelle che traspare. Quel numero di telefono io l’ho cancellato, come se lei non l’avesse mai scritto, come se queste parole fossero sbocciate dal nulla, dalla sola occorrenza di rientrare nel sogno e vedere stasera le sue parole soltanto, che non sono poche, non sono nulla.

Non intitoli i messaggi, Luca o Luisa, lasci da parte queste parole banali. Mi faccia un favore scriva diretto il primo pensiero, la prima cosa che immagina quando mi pensa, sono sicura che non può essere altro che dirmi puttana, perché le giuro non c’è sesso di carne che mi penetri più a fondo, che si muova nella mia carne come padrone, che mi dia la misura di quanto può contenere un’anima bucata, di quanti centimetri è lungo il mio piacere in questa insubordinata malattia d’essere femmina.

Come potrei concederle altro, non riesco ad immaginare come stasera potrei farle esplodere il sesso. Sono come lei mi vuole, mignotta o puttana o come si dice nei tanti dialetti. Ma sono comunque mani, gambe, seno, sono labbra che si schiudono quel tanto che basta per assaporarne saliva, sono tutto ciò che qualsiasi donna potrebbe offrirle stasera. Basterebbe un altro nick dove addormentarci la sera, riprovare l’ebbrezza di ricominciare daccapo, di conquistarne un’altra. Femmine insoddisfatte che non hanno il coraggio d’uscire alla luce del giorno e s’accontentano di farsi scopare da poesie e parole che leggono in silenzio la notte.

Chissà quante in questo momento dicono di accavallare calze e scoperchiano gonne, chissà quante delineano le forme d’un seno voglioso ed abbondante che adattano alla voglia di uomo che chiede e pretende, che passa come titoli di  coda attraverso lo schermo.

M’illudo di essere unica, sola ad aver bisogno di parole che si fanno racconto, si fanno stanza dove io mi siedo, discrezione di un uomo che per cortesia neanche mi guarda. Sensualità raffinata che sale partendo dalla punta del tacco. Ma io sono davvero così? Io mi sento reale, la sola come dentro uno specchio. E lei ne è certo che quello che dico è quello che sono. Parole di carne, virgole di respiri, punti d’inquietudine e timori nelle frasi che prendono forme di culo e di tette, nell’infinita illusione di essere reale nei suoi occhi che guardano lettere.

Sa che le dico? Domani le  mando una foto, ma devo prima scurirla, perché i suoi sogni non diventino piatti, perché la sua emozione non si limiti a quello che vede. Sono in una stanza, dietro una finestra ed una lampada accesa, ma voglio che la mia figura rimanga in penombra perché questo seno scoperto non le dia la misura dove il suo piacere potrebbe arrivare. La prego, non mi chieda altro, è già pazzia quello che faccio, è già fiatone e paura di credere che è solo l’inizio.

Come posso farle capire che sono una donna sposata, che mio marito ora sta dormendo e ne sento i respiri, mentre io sono qui che mi faccio chiamare puttana e le permetto di chiamare fica, passera, il mio sesso pulito, come ascolto il suo piacere che sale attraverso parole crude e secche che neanche conosco.

Come posso farle capire che alle mie amiche di canasta do l’idea di essere suora. Non rida la prego, prima d’incontrarla ero davvero quello che ho detto, non avrei mai pensato che quella parola detta improvvisa mi procurasse un buco nel cuore, una bolla schiacciata dove esce materia, come nero di seppia che ti tinge le mani.

Mi chiede del mio passato, ma a parte il tassista c’è poco da dire. O forse si ma spero d’avere tempo per dirlo ai suoi occhi. Del tassista ne cullo il ricordo perché è successo da poco, dentro una macchina che mi riportava a casa. Sbadatamente ho alzato la gonna e lui, chiaro come un sole al mattino, ha notato le mie calze appese a dei ganci. Mi ha detto che era esperto, che mai aveva ed avrebbe fatto l’amore con una donna senza quel feticcio così femminile.

Avevo voglia di scendere, ma aveva colpito le mie emozioni più basse e per gioco e davvero ho lasciato alzata la gonna. Si è fermato un attimo dopo in una rientranza di un viale di macchine. E’ sceso ed è salito dietro. Mi batteva il cuore, ma ero contenta che almeno qualcuno potesse ammirare le mie bellezze nascoste, i miei segreti coperte da gonne e vestiti che nessuno avrebbe mai immaginato. Nel buio ho visto l’umidità dei suoi occhi, il tremore delle mani che stringeva per non abbandonarsi all’istinto. Avrebbe voluto toccarne la trama, sentire l’impatto del nylon nero che si fa pelle chiara. Mi ha chiesto se poteva approfittarne ed io stavo per scendere... Mi ha pregato di non abbassare la gonna, che si sarebbe limitato a guardare, guardare. L’ho accontentato…

E’ sceso di nuovo e ha ripreso il volante. Io sono rimasta in quella posizione. Nel buio della macchina i miei gancetti luccicavano, il mio odore riempiva i miei ed i suoi imbarazzi. Non so quale è stato il pensiero, forse scorazzare per la città una donna di classe conciata a quel modo, forse sentirsi autista d’una perversione, ma dopo poco ho visto nitido il suo piacere nello specchietto retrovisore e la sua voce cambiare completamente timbro. Siamo arrivati sotto casa e mi ha detto soltanto buonanotte senza farmi pagare la tariffa.

La sua ………….

   

 

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