|
Ora aspetti un qualcuno che sia diverso da tutti
gli uomini che t’hanno invitata a salire le scale. Tutti uguali con le
facce diverse, odori diversi, tatuaggi diversi, ma tutti coll’inconfondibile
desiderio di scopare se stessi. Sentirsi sovrani sopra una donna che
montano e le fanno l’amore con l’autocompiacimento d’essere forti, di
sbattere pelle di femmina contro qualsiasi stipite a portata di mano.
Ti fai forza pensando a quando l’impeto scema e
rimane poesia. Rimangono sospese parole d’amore che ti dicono bella, le
mani di colpo gentili che ti coprono il seno, le labbra che ti danno
vapore e t’inumidiscono il collo. Come ora, in questo momento, dove ti
pare di sentire il rimbombo di parole che pensi d’amore, l’odore giallo di
rose che ora non vedi, il tatto di una mano che t’ha accarezzato per ore.
Vivresti solo per questo momento, solo per sentire le tue palpebre fragili
pronte a traboccare emozione! Ma allora t’ha scopata! Perché dunque ti sei
svegliata col dubbio d’essere intatta? Dove sarà finito il tuo vestito,
perché la tua calza è smagliata? I tuoi seni che fanno volare farfalle non
sono per niente arrossati! Ma allora perché sei nuda se non t’ha ancora
scopata? Il rumore dell’acqua non smette e tu non ricordi la faccia, non
ne senti l’odore.
Non senti il bruciore dentro quel vuoto che ti
rende incompleta, dentro il tuo cuore che spalanca le cosce per sentire
poesia. Perché non esce dal bagno? Perché continua a farsi la doccia e non
esce, e ti prende nuda, prima che l’alba ti ritrovi per strada a pensare
perché diavolo sei finita in questo buco di mondo.
Sarai più capace d'essere femmina normale? Di
sederti e coprire quei pochi centimetri di coscia quando sale la gonna?
D’offrire questo tesoro senza per questo sentirti chiamare puttana? Perché
non ti ci senti, perché non può essere puttana chi in ingresso dentro una
cassapanca, che dicono antica, fa muffa e ingiallisce un corredo da
vomito. Sorridi ripensando a tua madre che faceva prove di pianto, come se
fosse stato domani, come se avessi avuto un pretendente o una pancia da
nascondere a parenti e vicini.
Non puoi essere puttana se hai incamerato come
spugna tutta la disperazione che t’allevia la rabbia lasciandoti dietro
soltanto il dolore e la disillusione d’essere capace d’innamorarti solo di
te stessa.
Ti sei data consigli come se fossi esperta di
cuore, come se l’amore che avevi in mente fosse stato distante da quelle
mutande che stranamente porti soltanto una volta ad ogni luna che nasce,
che cresce e ti ricorda d’essere femmina come tutte le altre.
Ti chiedi se oltre quest’alba sarai capace di
provare piacere come adesso confondi il dolore dentro queste tette. Le
guardi e sanno di mignotta, sanno di sesso a portata di mano che
inutilmente copri cercando un fragile e sconosciuto pudore. Sono trote di
fiume, spigole di mare che nude sopra un banco di pesce annaffi e addobbi
con foglie di vite per farle apparire più fresche. Le stringi perché siano
più sode, le raccogli dentro le mani per illuderti che sfameranno ancora
una volta qualsiasi bocca anche quando, a forma di pere, caleranno senza
riguardo.
Perché nulla ora serve degli anni che porti,
degli uomini che stanotte ti baciavano frantumandoti l'anima come se fosse
una fica, come se delusi si rendessero conto che non è altro che un buco,
un misero squarcio che nessuna bellezza potrà mai affinare.
Eppure queste scarpe che nuda indossi trafiggono
gli occhi di chiunque ne voglia sentire l’odore, sgocciolano lingue e
appannano gli occhi di tutti gli altri che s’accontentano di vederli
passare. Ti fanno sentire bella più di quando scalza camminavi per casa e
tuo padre ti urlava preoccupato perché ti saresti raffreddata, ignorando i
problemi che incontravi la notte quando sopra di lui non riuscivi a
respirare col naso.
indice racconti commenta
il racconto
scrivi all'autrice
Il materiale contenuto
in questo sito è tutelato dai diritti d'autore. L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente
personale. Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il
consenso dell'autrice
|