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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Nel ventre dell'anima

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Femmina normale

CAPITOLO  

FOTO aldostefanni

 
 
 
    

 

Ora aspetti un qualcuno che sia diverso da tutti gli uomini che t’hanno invitata a salire le scale. Tutti uguali con le facce diverse, odori diversi, tatuaggi diversi, ma tutti coll’inconfondibile desiderio di scopare se stessi. Sentirsi sovrani sopra una donna che montano e le fanno l’amore con l’autocompiacimento d’essere forti, di sbattere pelle di femmina contro qualsiasi stipite a portata di mano.

Ti fai forza pensando a quando l’impeto scema e rimane poesia. Rimangono sospese parole d’amore che ti dicono bella, le mani di colpo gentili che ti coprono il seno, le labbra che ti danno vapore e t’inumidiscono il collo. Come ora, in questo momento, dove ti pare di sentire il rimbombo di parole che pensi d’amore, l’odore giallo di rose che ora non vedi, il tatto di una mano che t’ha accarezzato per ore. Vivresti solo per questo momento, solo per sentire le tue palpebre fragili pronte a traboccare emozione! Ma allora t’ha scopata! Perché dunque ti sei svegliata col dubbio d’essere intatta? Dove sarà finito il tuo vestito, perché la tua calza è smagliata? I tuoi seni che fanno volare farfalle non sono per niente arrossati! Ma allora perché sei nuda se non t’ha ancora scopata? Il rumore dell’acqua non smette e tu non ricordi la faccia, non ne senti l’odore.

Non senti il bruciore dentro quel vuoto che ti rende incompleta, dentro il tuo cuore che spalanca le cosce per sentire poesia. Perché non esce dal bagno? Perché continua a farsi la doccia e non esce, e ti prende nuda, prima che l’alba ti ritrovi per strada a pensare perché diavolo sei finita in questo buco di mondo.

Sarai più capace d'essere femmina normale? Di sederti e coprire quei pochi centimetri di coscia quando sale la gonna? D’offrire questo tesoro senza per questo sentirti chiamare puttana? Perché non ti ci senti, perché non può essere puttana chi in ingresso dentro una cassapanca, che dicono antica, fa muffa e ingiallisce un corredo da vomito. Sorridi ripensando a tua madre che faceva prove di pianto, come se fosse stato domani, come se avessi avuto un pretendente o una pancia da nascondere a parenti e vicini.

Non puoi essere puttana se hai incamerato come spugna tutta la disperazione che t’allevia la rabbia lasciandoti dietro soltanto il dolore e la disillusione d’essere capace d’innamorarti solo di te stessa.

Ti sei data consigli come se fossi esperta di cuore, come se l’amore che avevi in mente fosse stato distante da quelle mutande che stranamente porti soltanto una volta ad ogni luna che nasce, che cresce e ti ricorda d’essere femmina come tutte le altre.

Ti chiedi se oltre quest’alba sarai capace di provare piacere come adesso confondi il dolore dentro queste tette. Le guardi e sanno di mignotta, sanno di sesso a portata di mano che inutilmente copri cercando un fragile e sconosciuto pudore. Sono trote di fiume, spigole di mare che nude sopra un banco di pesce annaffi e addobbi con foglie di vite per farle apparire più fresche. Le stringi perché siano più sode, le raccogli dentro le mani per illuderti che sfameranno ancora una volta qualsiasi bocca anche quando, a forma di pere, caleranno senza riguardo.

Perché nulla ora serve degli anni che porti, degli uomini che stanotte ti baciavano frantumandoti l'anima come se fosse una fica, come se delusi si rendessero conto che non è altro che un buco, un misero squarcio che nessuna bellezza potrà mai affinare.

Eppure queste scarpe che nuda indossi trafiggono gli occhi di chiunque ne voglia sentire l’odore, sgocciolano lingue e appannano gli occhi di tutti gli altri che s’accontentano di vederli passare. Ti fanno sentire bella più di quando scalza camminavi per casa e tuo padre ti urlava preoccupato perché ti saresti raffreddata, ignorando i problemi che incontravi la notte quando sopra di lui non riuscivi a respirare col naso.

 

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