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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Il Signor Bell

 ROMANZO DI LIBERAEVA

La signora Livingstone

CAPITOLO  

 
 
 
 

juarez machado

 
 
 

MARTEDI'

Il Signor Bell era un gentiluomo, dopo pranzo si concedeva il meritato riposo seduto sulla poltrona davanti alla finestra in sala da pranzo. Finiva di leggere il suo giornale preferendo alle notizie politiche la pagina degli annunci economici. Il Signor Bell aveva ottimo fiuto per gli affari. Ricordava con piacere la volta quando per poche centinaia di sterline era riuscito a comprare una coppia di antiche etagere in stile Art-Nouveau.
Quasi sempre s’appisolava reclinando la testa su un fianco e sua moglie amorevolmente accostava le tendine panna e riponeva il giornale sopra la sedia. Al pomeriggio non sognava quasi mai, preferiva la notte per concedere ad un sonno più lungo l’eventualità mai remota d’un discreto piacere.

Tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, la Signora Bell lo svegliava alle quattro. Tutti i giorni alle quattro e un quarto andava a controllare la cassetta della posta. Ogni martedì generalmente riceveva notizie dalla Sweet & Word Inc. Erano ormai dodici anni che collaborava con loro. Il suo lavoro consisteva nello scrivere brevi frasi d’amore. Le più belle venivano poi stampate sulla stagnola di una nota marca di cioccolatini.
Quel martedì il Signor Bell era particolarmente contento. Cacciò un urlo di gioia leggendo che la sua ultima frase era stata accettata: “Nel fondo di ogni anima ci sono tesori nascosti che solo un bacio può scoprire.” Era la seconda volta che succedeva nell’arco di un mese. Due settimane prima era stata la volta di: “Ogni grande amore comincia con un bacio.”
Sua moglie partecipò alla sua incontenibile gioia sorridendo sincera anche se ogni volta si domandava da dove potesse uscire tutta quella dolcezza che a suo dire non aveva mai dimostrato in altre occasioni.
Ma era una gioia effimera, in effetti il Signor Bell non riceveva alcun compenso da questa attività tranne naturalmente la soddisfazione di ricevere di tanto in tanto qualche scatola di cioccolatini in omaggio.

Tutti i martedì alle cinque in punto il Signor Bell e Signora suonavano alla porta della Signora Livingstone. La dirimpettaia li riceveva nel salotto con la teiera già fumante sopra il tavolo.
Era un rito che durava da due anni e nessuno dei tre dava cenni di stanchezza. Del resto s’intrattenevano parlando del quartiere: “Signor Bell, oggi ho visto la Signora Pinball rincasare più presto. Saranno state le dodici, davvero un’ora insolita!” Se gli altri tacevano si passava ad un altro argomento. “Signora Livingstone, il Signor Murder stamane non ha portato il cane a spasso. Oddio che splendida creatura, dicono sia di razza.” E così via dicendo finché il Signor Bell non chiedeva un’altra tazza di tè.

Oramai tra loro si era stabilita una certa confidenza. La Signora Bell rimaneva fino alle cinque e trenta. Mai un minuto oltre. Si scusava con la Signora Livingstone per via dei molti impegni che ancora l’attendevano: la cena, la biancheria da stirare, la gabbia della merla da rigovernare. Quando la porta si chiudeva, per almeno un quart’ora, i due tacevano.
La signora Livingstone s’avvicinava alla finestra, scostava leggermente le tende di San Gallo e poi s’accomodava di nuovo sulla poltrona non prima di aver indossato un finissimo paio di guanti neri trasparenti. Tirava un sospiro di sollievo ed attendeva il momento che l’ospite gradito gustasse la sua seconda tazza di tè. Era quello il segnale!

La signora Livingstone apriva il giornale alla pagina delle parole crociate a schema libero. Nonostante s’impegnasse per tutta la mattina non era mai riuscita a completarle. Insieme a Bell rileggeva le ultime definizioni non ancora risolte e così facendo alzava leggermente la gonna. Oramai erano gesti usuali, nessuno dei due mostrava eccessivo disagio. Da quel momento in poi il Signor Bell non le staccava più gli occhi di dosso, rispondendo pazientemente alle domande e seguendo centimetro per centimetro quell’invisibile movimento in salita.
La Signora Livingstone vestiva sobria, mai un eccesso di stravaganza aveva contraddistinto la sua silhouette. I capelli biondo cenere che sfioravano leggermente le spalle le davano gli anni che aveva. Erano quasi coetanei. Si conoscevano da tempo, ma tra loro non c’era stato mai nulla, come del resto ora, uno davanti all’altra separati da una teiera ancora fumante, divisi dal garbo e dalla creanza che li caratterizzava. “La prego Signor Bell, gradisca una fetta di torta.” Era brava la Signora Livingstone a preparare torte di mele, a stirare la camicetta di seta a pieghe e volant, a far salire senza strappi la gonna.

Il Signor Bell la guardava, sapeva che non era bella, sapeva che null’altro l’avrebbe attratto di lei se non quel leggero movimento continuo, quel fruscio di stoffa di gonna che s’alzava al contatto di calze di seta che nessuna donna avrebbe avuto la grazia di indossare.
Il Signor Bell se ne intendeva, lui che ogni mattina si recava in città, giurava solitamente di non averle più viste indosso ad altre gambe. La Signora Livingstone ne andava fiera. Da sette anni dalla morte di suo marito non aveva più ricevuto quelle attenzioni. Delegava alle sole mani i suoi momenti di intimità. Non era bella la Signora Livingstone, ma su quella poltrona sedeva come una regina.

Non potevano restare a lungo, almeno non oltre un tempo considerato lecito per una seconda tazza di tè e per completare lo schema libero. Lui la guardava senza mai sbattere le palpebre, senza mai un gemito d’approvazione o un respiro più pesante, la guardava come se davvero ci fosse il solo interesse di finire le parole crociate o se le stesse raccontando l’ennesimo pettegolezzo sulla moglie del signor Harris.
La signora Harris era una donna affascinante, considerata da tutti troppo frivola per il modo di vestirsi e per le frequenti permanenze in città. A differenza delle altre donne del quartiere indossava sempre cappellini eccessivi dai colori forti e fuori dal comune. Il Signor Bell l’avrebbe voluta seguire, almeno per scovare il negozio dove si serviva. Sognava di prendere l’autobus insieme a lei e magari di concederle il suo posto per poterla ammirare più da vicino, ma al momento si accontentava di vederla passare quando rincasava.

Ora però non voleva distrarsi e si concentrò su quelle ultime definizioni che considerava insolitamente più difficili e soprattutto su quell’impercettibile movimento della mano che ad arte saliva senza mai arrivare. Tutti e due sapevano già quale sarebbe stata la fine. C’erano voluti parecchie settimane per acquistare quella sintonia, per essere reciprocamente soddisfatti senza risentimenti, parecchie ore per affinare i propri gusti.
Il Signor Bell riteneva intollerabile andare oltre il punto stabilito, la Signora Livingstone un disonore eccedere alla stravaganza d’essere ancora più ammirata.

“Signora Livingstone oggi la vedo più attraente.” Ogni martedì ripeteva la stessa frase nel momento esatto che la gonna arrivava al primo bordo più chiaro della calza color carne. Di pronta risposta la signora Livingstone accavallava addirittura le gambe poggiando tutte e due le mani inguainate dal pizzo nero sulle pieghe della gonna.
Quando l’orologio sulla porta dell’ingresso batteva le sei le parole crociate erano terminate e la gonna della signora Livingstone aveva completato il tragitto.
Il signor Bell che era un gentiluomo s’intratteneva ancora qualche secondo ad estasiarsi di quel contrasto tra il nero dei guanti e la trama chiara della calza, intuendo lo spicchio di pelle impercettibile tra il bordo e l’orlo della gonna, che mai e poi mai avrebbe voluto vedere interamente nudo.
Considerava questo momento il più intenso di tutti i martedì, soprattutto perché da vero trasgressore rubava una manciata di minuti dopo lo scoccare dell’ora lecita sfidando, in un tacito consenso, gli occhi del quartiere da dietro le tendine.

Alle sei e zero cinque si esauriva anche il tempo complice. La signora Livingstone estasiata da tutta quella attenzione s’alzava discreta ripiegando il giornale sul divano, mentre il Signor Bell che era un gentiluomo guadagnava la porta aspettando il regalo pattuito. Passava secondi indimenticabili fino a quando la signora Livingstone tornava in ingresso e gli porgeva una bustina di carta con la marca di un’antica merceria di Londra. Lui maneggiava la bustina per accettarsi che contenesse quei bellissimi guanti di pizzo nero, che fino a poco prima erano stati il simbolo della loro trasgressione, magicamente in contrasto con la seta color carne della calza.

Era soddisfatto il Signor Bell, mai e poi mai avrebbe potuto rinunciare a quel regalo. “Buonasera Signora Livingstone.” “Buonasera Signor Bell.”

 

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pubblicazione Giugno 2005

 

  

 

 

 
 
 

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