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LUNEDI'
Era un gentiluomo il
Signor Bell, vestito di grigio dai piedi ai capelli, quei pochi fedeli che
a stento coprivano il riflesso accecante al primo accenno di sole. Aveva
ormai quarant’anni e alla vita non chiedeva altro che lievi emozioni
consumate in solitudine come il risentimento di una carriera mancata.
Era un gentiluomo il
Signor Bell. Ogni mattina s’alzava alle sette, puliva la gabbia della
merla e portava il caffè a sua moglie. La salutava con un bacio leggero
per non svegliarla del tutto. Le previsioni del tempo non l’avevano mai
tradito: impermeabile, giacca, soprabito per ogni evenienza. Prendeva
l’autobus per Kensington alle sette e quarantacinque.
Era gentile il
Signor Bell, mai una volta che avesse perso l’autobus, mai una volta che
avesse finito la corsa seduto. Con ampi gesti invitava le signore ad
occupare il suo posto. Una scusa come tante per scambiare opinioni sul
tempo e sul traffico, un pretesto come altri per sbirciare le gambe. Belle
o brutte non aveva importanza se poteva apprezzare da così vicino la trama
della calza, le pieghette impercettibili di una fibra velata. Da
un’attenta osservazione di quelle gambe giocava ad indovinare le fattezze
del viso e via via la condizione economica, la classe e il fascino delle
sue prede. Risalendo una calza grezza sapeva già di trovarci dei vestiti
ordinari e dei cappelli sciatti. Difficilmente si era sbagliato. Ma era
gentile il Signor Bell, mai e poi mai avrebbe importunato quelle donne,
mai e poi mai un sospiro più forte l’avrebbe tradito.
Come ogni mattina
scendeva alla terza di Bondon Street davanti all’edicola dove acquistava
il suo giornale, vicino alla fioraia sempre gentile che lui salutava
distrattamente. Leggeva avidamente le ultime dello sport e la pagina
dell’oroscopo tralasciando tutto il resto. Era gentile il Signor Bell,
ogni mattina s’attardava a parlare di calcio con il commesso dell’ufficio
di fronte, nonostante lo considerasse di livello molto inferiore. La sua
squadra militava nella seconda divisione e neanche quest’anno sarebbe
passata di categoria. Era fortemente convinto che la causa principale
fosse stata il cambio dell’allenatore. Domenica era in programma il derby
ed era molto preoccupato. Questo era il suo cruccio maggiore.
Entrava nel suo
ufficio alle otto e trenta, mai qualche minuto prima, perché s’inibiva a
guardare la Signorina Crawford intenta a truccarsi prima dell’orario di
lavoro. Non aveva nessun interesse verso quella donna che conosceva da
circa vent’anni. Per così dire non era una donna avvenente, mai una volta
un sogno l’aveva sorpreso a pensarla, mai un gioco di parole l’aveva
indotto a riconsiderare la sua opinione. Lei non s’era mai sposata o
meglio nessuno mai, per quanto di sua conoscenza, aveva chiesto la sua
mano. Forse per via del suo alito cattivo, la mattina particolarmente
forte, o forse per quel neo vistoso sulla guancia destra che invano
cercava di coprire.
La signorina
Crawford, nonostante avesse da tempo superato i quarant’anni, viveva
ancora con sua madre, ma essendo un’inguaribile ottimista era certa che un
giorno non molto distante avrebbe avuto una casa propria. Naturalmente con
gli anni aveva cambiato i suoi desideri. Ora non pensava più di avere un
figlio ad ogni costo, ma sicuramente un uomo onesto per spartici una
casetta adiacente a quella di sua madre.
La signorina
Crawford era una dattilografa diplomata, aveva il compito di battere
lettere, controllare i resoconti mensili e di riordinare gli archivi. Era
sempre a dieta nonostante il suo seno abbondante. Per ingannare la fame
trascorreva il quarto d’ora di pausa lavorando a maglia. Non era brava e
secondo il Signor Bell non brillava di una spiccata intelligenza, ma
doveva ammettere che era ligia nelle mansioni.
Il Signor Bell era
ragioniere diplomato e si considerava di più alta estrazione sociale. Era
convinto che con le segretarie occorresse mantenere un certo distacco,
dandole necessariamente del voi. Era un uomo gentile, ma il panino
preparato la sera prima da sua moglie lo consumava in bagno, appunto per
non scambiare confidenze eccessive con la collega. Nel lavoro era molto
ordinato, preparava a mano i resoconti mensili di spesa per i maggiori
soci della compagnia. Pensava che anche lui un giorno sarebbe rientrato in
quella cerchia. Viveva tale eventualità con terrore e sofferenza in quanto
il passaggio di grado avrebbe necessariamente comportato il cambio di
mansione, che lui considerava di estrema importanza ed in cuor suo era
convinto che nessun altro collega avrebbe potuto sostituirlo.
Tutti i lunedì alle
ore dodici e trenta esatte e poi a cadenza di cinque minuti controllava il
suo orologio da tasca. Solitamente passava quell’ultima mezz’ora
riordinando le sue carte e lasciandosi andare a qualche telefonata
privata. Il suo telefono a differenza di quello della Signorina Crawford
era abilitato alle chiamate interurbane. Bell ne andava orgoglioso e alle
volte rimarcava la cosa parlando a voce alta con sua sorella nello
Yorkshire, ed altre dilettandosi a conversare con la sua nipotina Maryl
ormai adolescente.
Alle ore tredici in
punto era già sulle scale. Per paura di contrattempi non aveva mai preso
l’ascensore. Il pensiero di arrivare tardi gli accresceva l’affanno e gli
imperlava la fronte di sudore freddo. Ad ogni costo non avrebbe mai
rinunciato all’unico svago del lunedì.
In strada evitava di
camminare sui marciapiedi affollati cronometrando il percorso da un
semaforo pedonale all’altro in modo da trovarli sempre verdi. Conosceva a
memoria ogni buca del tragitto, quasi due miglia, che percorreva
cadenzando i passi ed il respiro per arrivare puntuale alle tredici e zero
cinque davanti alla scuola.
Ogni tanto
s’avvampava di terrore pensando cosa avrebbe fatto se il direttore del
College avesse cambiato l’orario di uscita, oppure per qualche
inconcepibile motivo a lui incomprensibile le ragazze fossero uscite
prima. Riusciva comunque a mantenere all’apparenza il suo integerrimo
equilibrio e la sua aria formale di uomo distinto indossando orgoglioso il
suo cappello grigio topo con valigetta di pelle sulla mano sinistra e due
sterline strette nel pugno di quella destra.
S’accorse di essere
in leggero ritardo quando passò davanti alla latteria su Crown Road, ma il
Signor Bell era un gentiluomo ed accarezzò senza fermarsi la pelliccia
bianca folta del cane del Signor Lester. Per recuperare secondi non tirò
fuori dalla tasca dell’impermeabile la solita caramella alla menta. Il
muso del cane si increspò leggermente e lui evitò di guardarlo. Era troppo
sensibile il signor Bell, ma doveva assolutamente recuperare quella
manciata di secondi. Passò dritto.
Attraversò
CollinsHouse alle tredici e zero quattro. Da lì già poteva intravedere la
grossa costruzione ottocentesca del liceo femminile statale. Affrettò il
passo, più per la contentezza che per quei secondi di ritardo. I cancelli
in ferro battuto del monumentale edificio erano ormai a pochi passi quando
sentì il suono della campanella interna che annunciava l’uscita. Si
rilassò. Tirò fuori il fazzoletto candido e si asciugò la fronte sudata
sorprendendosi a strusciare lievemente le suole per sentire il dolce
rumore della ghiaia.
Prese posto in un
angolo appartato del giardino sopra una panchina di legno dietro la siepe
d’alloro. Da lì poteva ammirare le code colorate delle studentesse
sfilacciate sul piazzale. Con i soldi stretti nel pugno della mano destra
aspettò.
Lì tra qualche
secondo sarebbero arrivate. Con un gesto spontaneo s’attaccò i pochi
capelli sulla testa. Eccole!
Le vide sorridenti
avvicinarsi vergognose e allo stesso tempo strafottenti. Adorava quell’atteggiamento
volatile tipico delle adolescenti. Questa volta erano in tre. Ma il numero
non aveva importanza. “Buongiorno Signor Bell!” Lo salutarono in coro.
“Buongiorno care.” Replicò soddisfatto. Con l’aria fintamente
paternalistica s’informò se qualcuna di loro fosse stata interrogata.
Aggiunse come al solito che lo studio era importante e per nessuna ragione
avrebbero dovuto trascurarlo. Le ragazze risero. Ma non c’era tempo per i
convenevoli. Il Signor Bell aprì il pugno mostrando le sterline. Dalle
tasche delle liceali spuntarono triangolini colorati. Si zittirono di
colpo, in attesa della scelta. Lui ne constatò la morbidezza e l’uso
strofinandole leggermente tra il pollice e l’indice, e avvicinandole poi
con sofisticata discrezione al suo naso.
Quello era il
momento più delicato e difficile del lunedì. Ma, ancora una volta, le
ragazze non avevano bleffato. In effetti quelle stoffe erano state
magicamente usate da poco. Giurava di sentirne ancora il calore. Ma non
era tutto. Come suo solito gli s’imperlò la fronte di sudore. In pochi
frammenti di secondi doveva considerare ogni cosa, il tessuto, il disegno,
il colore, la leggerezza, le decorazioni, la forma, il merletto, il pizzo,
l’orlatura, la consistenza, le rifiniture, le applicazioni, lacci,
fiocchetti, perline e piccoli ricami.
Rise il Signor Bell
ripensando alla prima volta, quando impacciato s’era accontentato senza
scegliere. Ma erano altri tempi! Ora era tutto diverso. Alle volte si
allontanava qualche metro per non essere distolto da altri aromi, altre
invece, nonostante le affinate esigenze, riusciva a decidere in pochi
secondi. Di solito teneva gli occhi ben serrati, lasciando al tatto ed al
naso l’ultima parola.
Le ragazze da sotto
i cappellini, bianchi e rossi del college, aspettavano pazientemente. Il
Signor Bell era un gentiluomo, mai le avrebbe messe in imbarazzo. Del
resto per loro era soltanto una semplice innocua stravaganza da parte di
un uomo di mezza età che tutto sommato pagava a caro prezzo.
Il Signor Bell si
concentrò per sbrigare la faccenda il prima possibile. Tenendo in mano i
tre trofei li annusò ancora una volta finché scelse senza più alcun dubbio
la culla del suo piacere. In quel momento pensò a Molly e se avesse
gradito. Diede le due sterline alla prescelta salutandola discretamente.
Restituì i due triangolini scartati alle altre accompagnandoli con un
lieve buffetto sulle guance tristi.
Poco dopo
s’allontanò contento, questa volta, quasi volando sulla ghiaia e tenendo
strette nel pugno sinistro le mutandine sporche della graziosa liceale.
Secondo Capitolo
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il racconto
pubblicazione
Aprile 2005
Foto marcomariadottavi
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