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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Il Signor Bell

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Le liceali

CAPITOLO  

 
 
 
 

FOTO marcodottavi

 
 
 

LUNEDI'

Era un gentiluomo il Signor Bell, vestito di grigio dai piedi ai capelli, quei pochi fedeli che a stento coprivano il riflesso accecante al primo accenno di sole. Aveva ormai quarant’anni e alla vita non chiedeva altro che lievi emozioni consumate in solitudine come il risentimento di una carriera mancata.

Era un gentiluomo il Signor Bell. Ogni mattina s’alzava alle sette, puliva la gabbia della merla e portava il caffè a sua moglie. La salutava con un bacio leggero per non svegliarla del tutto. Le previsioni del tempo non l’avevano mai tradito: impermeabile, giacca, soprabito per ogni evenienza. Prendeva l’autobus per Kensington alle sette e quarantacinque.

Era gentile il Signor Bell, mai una volta che avesse perso l’autobus, mai una volta che avesse finito la corsa seduto. Con ampi gesti invitava le signore ad occupare il suo posto. Una scusa come tante per scambiare opinioni sul tempo e sul traffico, un pretesto come altri per sbirciare le gambe. Belle o brutte non aveva importanza se poteva apprezzare da così vicino la trama della calza, le pieghette impercettibili di una fibra velata. Da un’attenta osservazione di quelle gambe giocava ad indovinare le fattezze del viso e via via la condizione economica, la classe e il fascino delle sue prede. Risalendo una calza grezza sapeva già di trovarci dei vestiti ordinari e dei cappelli sciatti. Difficilmente si era sbagliato. Ma era gentile il Signor Bell, mai e poi mai avrebbe importunato quelle donne, mai e poi mai un sospiro più forte l’avrebbe tradito.

Come ogni mattina scendeva alla terza di Bondon Street davanti all’edicola dove acquistava il suo giornale, vicino alla fioraia sempre gentile che lui salutava distrattamente. Leggeva avidamente le ultime dello sport e la pagina dell’oroscopo tralasciando tutto il resto. Era gentile il Signor Bell, ogni mattina s’attardava a parlare di calcio con il commesso dell’ufficio di fronte, nonostante lo considerasse di livello molto inferiore. La sua squadra militava nella seconda divisione e neanche quest’anno sarebbe passata di categoria. Era fortemente convinto che la causa principale fosse stata il cambio dell’allenatore. Domenica era in programma il derby ed era molto preoccupato. Questo era il suo cruccio maggiore.

Entrava nel suo ufficio alle otto e trenta, mai qualche minuto prima, perché s’inibiva a guardare la Signorina Crawford intenta a truccarsi prima dell’orario di lavoro. Non aveva nessun interesse verso quella donna che conosceva da circa vent’anni. Per così dire non era una donna avvenente, mai una volta un sogno l’aveva sorpreso a pensarla, mai un gioco di parole l’aveva indotto a riconsiderare la sua opinione. Lei non s’era mai sposata o meglio nessuno mai, per quanto di sua conoscenza, aveva chiesto la sua mano. Forse per via del suo alito cattivo, la mattina particolarmente forte, o forse per quel neo vistoso sulla guancia destra che invano cercava di coprire.

La signorina Crawford, nonostante avesse da tempo superato i quarant’anni, viveva ancora con sua madre, ma essendo un’inguaribile ottimista era certa che un giorno non molto distante avrebbe avuto una casa propria. Naturalmente con gli anni aveva cambiato i suoi desideri. Ora non pensava più di avere un figlio ad ogni costo, ma sicuramente un uomo onesto per spartici una casetta adiacente a quella di sua madre.

La signorina Crawford era una dattilografa diplomata, aveva il compito di battere lettere, controllare i resoconti mensili e di riordinare gli archivi. Era sempre a dieta nonostante il suo seno abbondante. Per ingannare la fame trascorreva il quarto d’ora di pausa lavorando a maglia. Non era brava e secondo il Signor Bell non brillava di una spiccata intelligenza, ma doveva ammettere che era ligia nelle mansioni.

Il Signor Bell era ragioniere diplomato e si considerava di più alta estrazione sociale. Era convinto che con le segretarie occorresse mantenere un certo distacco, dandole necessariamente del voi. Era un uomo gentile, ma il panino preparato la sera prima da sua moglie lo consumava in bagno, appunto per non scambiare confidenze eccessive con la collega. Nel lavoro era molto ordinato, preparava a mano i resoconti mensili di spesa per i maggiori soci della compagnia. Pensava che anche lui un giorno sarebbe rientrato in quella cerchia. Viveva tale eventualità con terrore e sofferenza in quanto il passaggio di grado avrebbe necessariamente comportato il cambio di mansione, che lui considerava di estrema importanza ed in cuor suo era convinto che nessun altro collega avrebbe potuto sostituirlo.

Tutti i lunedì alle ore dodici e trenta esatte e poi a cadenza di cinque minuti controllava il suo orologio da tasca. Solitamente passava quell’ultima mezz’ora riordinando le sue carte e lasciandosi andare a qualche telefonata privata. Il suo telefono a differenza di quello della Signorina Crawford era abilitato alle chiamate interurbane. Bell ne andava orgoglioso e alle volte rimarcava la cosa parlando a voce alta con sua sorella nello Yorkshire, ed altre dilettandosi a conversare con la sua nipotina Maryl ormai adolescente.

Alle ore tredici in punto era già sulle scale. Per paura di contrattempi non aveva mai preso l’ascensore. Il pensiero di arrivare tardi gli accresceva l’affanno e gli imperlava la fronte di sudore freddo. Ad ogni costo non avrebbe mai rinunciato all’unico svago del lunedì.

In strada evitava di camminare sui marciapiedi affollati cronometrando il percorso da un semaforo pedonale all’altro in modo da trovarli sempre verdi. Conosceva a memoria ogni buca del tragitto, quasi due miglia, che percorreva cadenzando i passi ed il respiro per arrivare puntuale alle tredici e zero cinque davanti alla scuola.

Ogni tanto s’avvampava di terrore pensando cosa avrebbe fatto se il direttore del College avesse cambiato l’orario di uscita, oppure per qualche inconcepibile motivo a lui incomprensibile le ragazze fossero uscite prima. Riusciva comunque a mantenere all’apparenza il suo integerrimo equilibrio e la sua aria formale di uomo distinto indossando orgoglioso il suo cappello grigio topo con valigetta di pelle sulla mano sinistra e due sterline strette nel pugno di quella destra.

S’accorse di essere in leggero ritardo quando passò davanti alla latteria su Crown Road, ma il Signor Bell era un gentiluomo ed accarezzò senza fermarsi la pelliccia bianca folta del cane del Signor Lester. Per recuperare secondi non tirò fuori dalla tasca dell’impermeabile la solita caramella alla menta. Il muso del cane si increspò leggermente e lui evitò di guardarlo. Era troppo sensibile il signor Bell, ma doveva assolutamente recuperare quella manciata di secondi. Passò dritto.

Attraversò CollinsHouse alle tredici e zero quattro. Da lì già poteva intravedere la grossa costruzione ottocentesca del liceo femminile statale. Affrettò il passo, più per la contentezza che per quei secondi di ritardo. I cancelli in ferro battuto del monumentale edificio erano ormai a pochi passi quando sentì il suono della campanella interna che annunciava l’uscita. Si rilassò. Tirò fuori il fazzoletto candido e si asciugò la fronte sudata sorprendendosi a strusciare lievemente le suole per sentire il dolce rumore della ghiaia.

Prese posto in un angolo appartato del giardino sopra una panchina di legno dietro la siepe d’alloro. Da lì poteva ammirare le code colorate delle studentesse sfilacciate sul piazzale. Con i soldi stretti nel pugno della mano destra aspettò.

Lì tra qualche secondo sarebbero arrivate. Con un gesto spontaneo s’attaccò i pochi capelli sulla testa. Eccole!

Le vide sorridenti avvicinarsi vergognose e allo stesso tempo strafottenti. Adorava quell’atteggiamento volatile tipico delle adolescenti. Questa volta erano in tre. Ma il numero non aveva importanza. “Buongiorno Signor Bell!” Lo salutarono in coro. “Buongiorno care.” Replicò soddisfatto. Con l’aria fintamente paternalistica s’informò se qualcuna di loro fosse stata interrogata. Aggiunse come al solito che lo studio era importante e per nessuna ragione avrebbero dovuto trascurarlo. Le ragazze risero. Ma non c’era tempo per i convenevoli. Il Signor Bell aprì il pugno mostrando le sterline. Dalle tasche delle liceali spuntarono triangolini colorati. Si zittirono di colpo, in attesa della scelta. Lui ne constatò la morbidezza e l’uso strofinandole leggermente tra il pollice e l’indice, e avvicinandole poi con sofisticata discrezione al suo naso.

Quello era il momento più delicato e difficile del lunedì. Ma, ancora una volta, le ragazze non avevano bleffato. In effetti quelle stoffe erano state magicamente usate da poco. Giurava di sentirne ancora il calore. Ma non era tutto. Come suo solito gli s’imperlò la fronte di sudore. In pochi frammenti di secondi doveva considerare ogni cosa, il tessuto, il disegno, il colore, la leggerezza, le decorazioni, la forma, il merletto, il pizzo, l’orlatura, la consistenza, le rifiniture, le applicazioni, lacci, fiocchetti, perline e piccoli ricami.

Rise il Signor Bell ripensando alla prima volta, quando impacciato s’era accontentato senza scegliere. Ma erano altri tempi! Ora era tutto diverso. Alle volte si allontanava qualche metro per non essere distolto da altri aromi, altre invece, nonostante le affinate esigenze, riusciva a decidere in pochi secondi. Di solito teneva gli occhi ben serrati, lasciando al tatto ed al naso l’ultima parola.

Le ragazze da sotto i cappellini, bianchi e rossi  del college, aspettavano pazientemente. Il Signor Bell era un gentiluomo, mai le avrebbe messe in imbarazzo. Del resto per loro era soltanto una semplice innocua stravaganza da parte di un uomo di mezza età che tutto sommato pagava a caro prezzo.

Il Signor Bell si concentrò per sbrigare la faccenda il prima possibile. Tenendo in mano i tre trofei li annusò ancora una volta finché scelse senza più alcun dubbio la culla del suo piacere. In quel momento pensò a Molly e se avesse gradito. Diede le due sterline alla prescelta salutandola discretamente. Restituì i due triangolini scartati alle altre accompagnandoli con un lieve buffetto sulle guance tristi.

Poco dopo s’allontanò contento, questa volta, quasi volando sulla ghiaia e tenendo strette nel pugno sinistro le mutandine sporche della graziosa liceale.

 

Secondo Capitolo

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pubblicazione Aprile 2005

Foto marcomariadottavi

 

  

 

 
 
 

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