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Sarà che il cameriere stasera mi
guarda, ed ha messo sul tavolo dei fiori di campo, ed io l’annuso
come fossero un dono, perché sono gialli ed ha indovinato il
colore, che sa di gelosia d’invidia e rimpianto, di tanti uomini
persi nei bordi degli anni.
Sarà che ha la metà degli anni che mostro, e mi guarda come una
zia vestita da festa, che s’inchina e reclama un bacino sul viso,
su un chilo di cipria per coprire le rughe, tenendo stretto
all’altezza del seno, quel filo di perle che non metteva da tempo.
Sarà che questo locale è sempre pieno di gente, ma stasera così
vuoto mi fa sentire più bella, unica e rara per rubare i suoi
occhi, perché c’è solo un tavolo dall’altra parte del muro, con
due anziane signore che mi lanciano occhiate, e aspettano
mezzanotte per andare alla messa.
Il cameriere gentile non mi perde di vista, mi chiede ogni volta
se manca qualcosa, il pane, l’olio e il bicchiere per l’acqua, e
mi sorride come farebbe ad una bimba viziata, che fa i capricci e
non vuole mangiare, o a un cliente qualunque che gli ha lasciato
la mancia.
Sarà che stasera è una sera diversa, perché fuori è Natale e si
sente nell’aria, tra gli odori di fumo di legna che arde, tra voci
di bimbi che non vanno a dormire, che sento da quella porta che
ogni tanto si apre, ed il freddo che entra mi gela le gambe.
Per cena stasera m’ha portato una zuppa, di ceci e farro, d’orzo e
fagioli, e tra poco un secondo di pesce e patate, e poi per finire
anche una fetta di dolce, che gradirò solamente per via della
dieta, un solo cucchiaio per non esser scortese.
Sarà che questo mezzo bicchiere di vino, è rosso come il vestito
che mi fascia leggero, e nasconde d’incanto la carne di troppo, mi
fa sentire più bella e meno insicura, mi inebria quel poco da
tenere lo sguardo, e pensare che in fondo non sarebbe poi male
Chissà se è curioso di sapere il colore, se sono di seta le
mutande che porto. Mi segano l’inguine perché mai mi rassegno, a
comprare una taglia poco più grande, ma sono belle di marca e
fanno figura, se fossero indosso ad una sua coetanea.
Vorrei dirgli di fermarsi almeno un momento, di dedicarmi le pause
che passa in cucina, invece di impregnarsi d’odori di fritto, e
riempirsi di fretta di boccate di fumo. Magari sedersi su questa
sedia davanti, e sposta il cappotto e si lascia guardare, quella
faccia di bimbo che ogni notte nel sogno, mi pare reale e mi bacia
e mi tocca.
Se solo volesse… ma che vado a pensare, perché lui è il cameriere
ed io la cliente, che mangia ogni sera quello che passa, e mai s’è
scordata di lasciargli la mancia.
Questa candela fibrilla ad ogni soffio di vento, mi fa sentire
signora come se fossi importante, e lui non avesse che occhi che
mani, che ora delicate mi versano acqua. Chissà se ha visto nei
miei occhi un lucido strano, o qualcosa che somigli ad una piccola
voglia, che signora per bene non lascia intuire, e se per caso ci
fosse è per quel sorso di vino.
Sua madre è di là che spiattella e cucina, e ogni volta lo chiama
e lui scappa di corsa, lasciandomi in bocca parole strozzate, che
diventano fiato inutile e denso. E’ bella ed avrà meno degli anni
che mostro, perché quelli veri non mi fanno giustizia, perché
dentro li sento che vanno più lenti, e quelli di fuori non li
conto da tempo.
Quasi avverto un sussulto che lento s’infila, dalle parti del
cuore sotto il seno sinistro, come se tra loro ci fosse un’intesa,
un filo sottile d’intimo e schifo, e lascia fuori nel mondo
qualsiasi estraneo. “Ma che vado a pensare!” Arrossisco al timore
che le signore sedute, abbiano per caso intuito le mie indecenze,
ma davvero vorrei rubarlo a sua madre, almeno sapere se ha finito
la scuola, se ha una ragazza che vede di giorno, se lei porta
merletti dello stesso colore.
Una bimba slava spalanca l’entrata, e mi porta freddo e gelo e un
bocciolo di rosa, chissà se ha capito che davanti non siede
nessuno, che sto solo aspettando un secondo di pesce, perché oggi
è vigilia e nessun uomo elegante, uscirà da quel bagno e mi dona
la rosa, e mi porge il cappotto e mi copre le spalle. Ma lei mi fa
cenno che non vuole dei soldi, mi dice d’accettare perché sono
bella, perché il mio cappello le ricorda sua madre, che un uomo
cattivo l’ha portata lontano. Mi chiede quanto è lontana La
Spezia, se è possibile raggiungerla a piedi, se appena uscita da
questo locale, deve andare a destra oppure a sinistra.
La guardo e sorrido. E’ tenera e dolce, avessi ancora una figlia
non starei in attesa, di un cameriere che mi porta un secondo, ed
io che sorrido e lo fisso negli occhi, per capire se è vero e
capire per quanto, la mia faccia con un filo di trucco, non
somigli per tutto ad una parente lontana.
Mi sento ridicola pensando al suo cuore, che batte che freme al
solo guardarmi, e il mio seno abbondante possa destare interesse,
per il ricamo che ammicca ed esce vezzoso, uguale all’altro che
porto di sotto, e nessuno negli anni ne ha apprezzato il colore.
Mi guardo e penso che poi non è male, che se solo volessi potrei
scollare il vestito, per farlo notare senza troppo imbarazzo, come
un soffio di fiato fa spostare le frange. Non credo che mi
guarderebbe ancora da zia, se solo non fosse occupato a servire,
perché di sicuro ci farebbe un pensiero, un biglietto che scivola
e si posa leggero, sopra il tovagliolo e sopra le gambe, ed io che
l’afferro stretto nel pugno, di nascosto da sua madre e dalle
zitelle.
Due parole per dirmi d’aspettarlo di fuori, tra un’ora davanti al
bar che fa il turno, oppure mi chiede se domani mattina, potrei
concedergli un’ora o quel tanto che basta, per sentirlo che trema
e sicura che apprezza, queste calze che indosso velate di nero,
dove dietro s’allunga un cruccio ed un vezzo, una riga d’incanto
che mi sono concessa.
Tra meno di un niente accavallo le gambe, e per magia il vestito
s’aprirà in uno spacco, chissà se questo velo di calze è di suo
gradimento, se ho messo per caso le sue preferite. M’assale il
timore d’aver sbagliato la trama, d’aver ecceduto al desiderio
d’essere bella, trascurando le richieste d’un bambino cresciuto,
che magari ha altri gusti che io non conosco.
Sono nere come la trasgressione che mi prende la sera, quando esco
da questo locale, e faccio due passi per smaltire la cena, per
sentire le voci che rimbombano al buio, che impazienti mi chiamano
alla meglio signora. Forse sarà il cappello ed i guanti che fanno
figura, ma sono voci di uomini e sanno di fregatura, odorano di
masturbazione e di sesso all’in piedi, di fretta nei vicoli o
dentro un portone. Non sanno d’amore e non hanno la grazia, di
questo mazzo di fiori che mi toglie la vista, e mi riempie i
polmoni e m’affama la voglia. Non riesco a capirla mi prende e
m’impaccia, ma lascio che il pensiero defluisca da solo,
lasciandomi il sapore di questa sigaretta che fumo, la prima e la
meglio di tutta la sera.
Sarà che questo bicchiere di vino ha fatto già effetto, che questa
fetta di dolce mi fa sentire più vuota, ma non mi lascio
travolgere dall’astinenza che sento, resisto e spero che questa
vigilia mi faccia nascere in grembo, un bambino che scaldo che
cullo gelosa, e contenga l’amore che lievita dentro.
Lui s’avvicina e mi guarda, lo vedo impacciato, ha tolto il
papillon nero e la giacca: “Signora, stiamo chiudendo.” Mi guarda
le calze come se fossero rotte, non ha in mano un biglietto e non
guarda il merletto, non m’aspetta davanti nell’unico bar aperto di
notte.
Sarà che ora mi alzo e gli chiedo cortese, d’aspettare un secondo
per rifarmi il trucco, e cammino traballo e m’infilo nel bagno, ma
lui non mi segue ed io chiudo la porta. Punto i tacchi e
m’appoggio sulle piastrelle, lui è dietro lo sento che impaziente
m’aspetta, un sospiro che intona una canzone ormai vecchia, un
rumore di chiavi, sua madre che chiama.
Apro il vestito e vedo l’effetto, chissà che farebbe vedendo
queste calze calate, queste mutande che coprono rosse, un segreto
inviolato una voglia intatta. Se solo sapesse entrerebbe senza
nessuna premura, mi bacerebbe dove ora nascondo le mani, dove un
fremito intenso mi fa tremare le gambe. “Signora, serve aiuto?”
Lui bussa di nuovo e gli chiedo un momento, un solo momento che mi
dia la forza, di guardarlo negli occhi per sentirlo sul seno, per
sentirmi appagata proprio dove una notte, di festa e Natale mi fa
sentire più vuota.
Slaccio il vestito e lascio che scivoli a terra, ora sono nuda e
faccio finta d’uscire. “Si è bloccata la serratura! Non riesco ad
aprire!” Lui muove la maniglia e cerca di entrare. “Stia calma.”
Ma io sono calma! M’accarezzo il seno con queste dita leggere, col
il dorso della mano che sa di cameriere inesperto. M’avvicino alla
porta e lascio che la maniglia, mi sfiori e mi dia quel brivido
intenso.
E’ lui che mi tocca che m’accarezza! E’ lui che ora più forte mi
cerca, e poi rallenta e poi continua insistente. “Non riesco ad
aprire!” Mi dice apprensivo. Sono quasi in estasi e lo scongiuro:
“Provi ancora la prego non smetta! Vada su e giù con questa
maniglia, non si dia per vinto perché sento che cede, e tra poco
vedrà s’aprirà per incanto!”
Chiudo gli occhi e stringo le gambe, penso che è quasi mezzanotte
e Natale, ed io sono chiusa per finta in un bagno, che aspetto il
piacere rubato ad un ragazzo, che in ansia mi crede davvero in
angoscia. Penso a sua madre che l’aspetta impaziente, alle due
zitelle che m’hanno vista adocchiare, un bambino cresciuto con i
miei seni più gonfi, ricamati a dovere da un merletto che spunta.
Mi s’intrecciano immagini di stanze d’albergo, di camere e letti e
lenzuola di seta, di uomini onesti e figli di troia, che m’hanno
presa senza una tregua, tra le albe più chiare che s’inseguivano
in fretta, tra quelle più scure dove proseguiva la notte. Ma mai
mi sono sentita più amata, mai abbandonata al piacere come in
questo momento, dentro questa furia di sesso che inconsapevole
cerca, una donna di classe con le calze calate.
Ora sono solo brividi che salgono asciutti, fremiti umidi fin
sotto i capelli, sono palpiti di labbra che si schiudono appena, e
quelli più intensi che mi trovano pronta, proprio nel punto dove
nulla e nessuno, ora davvero troverebbe più attrito. Nulla davvero
enorme e più grande, mentre lo cerco dentro questa maniglia,
dentro questo sussulto di ferro e di voglia, che continua
incessante a sfiorarmi la pelle, ad avere ragione di questo vizio
di donna, che per etichetta resiste per finta.
Lo imploro di non fermarsi, lo sento sudato, concentrato su questa
maniglia che non riesce ad aprire, che è la stessa che da dentro
mi tocca, ed ora più maschio mi scalda le gambe. Vorrei baciarlo
se non ci fosse una porta, asciugargli il sudore e baciargli la
bocca, e rimanere abbracciati perché la prossima volta, sarà come
lui scriverà sul biglietto.
“Signora, devo forzare la porta!” Ma ormai è troppo tardi, mi
ricompongo i capelli e lascio scorrere l’acqua, che lava e
dissolve ogni residuo impuro, ogni vergogna che ripongo dentro
questo velo di calza, dentro questa vigilia che un destino
contrario, mi ha fatto trovare richiusa in un bagno. “Signora, mi
sente?” Urla da dietro, mi riguardo allo specchio perché tutto sia
a posto, trattengo il respiro e raccolgo i capelli, m’imprimo sul
viso un velo d’angoscia, prima che un sortilegio al momento
opportuno, faccia d’incanto riaprire la porta.
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