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Cammino in equilibrio sopra un filo di sputo, lungo la
notte che m’avvolge di pena, e mi copre di coltre e premurosa nasconde,
questa specie di donna che mi somiglia gemella, ed affoga le notti tra sogni
e cartoni, e pensa ad un nome da dare al suo amore, che informe s’aggira
senza nessuna sostanza. Un nome, un nome soltanto! Che schiarisca la notte
di luce e speranza, che provi a colmare questo vuoto che sento, che nessun
uomo di carne ha mai riempito davvero.
Cammino precaria sopra questo filo di luna, e vomito versi
di canzoni sentite, qui e là nelle bettole a forma di cuore, tra detriti di
acqua che bagna i miei tacchi, tra i fari che schiarano il mio vestito più
buono. Un nome, solo un nome soltanto! Che nutra le gambe il seno le labbra,
e mi dia la forza qui alle due di mattina, tra l’odore di legno e di gomma
che brucia, che sale più in fretta della nebbia e del fumo, di trenta
sigarette dentro i polmoni.
Il freddo che tira mi spacca la pelle, m’inaridisce il nome
che non riesco a trovare, m’arrossa le cosce e s’infila da maschio, nelle
pieghe che offro di un sesso disfatto. Perché senza riparo, perché senza
mutande, a quest’ora di notte più vuoto e più colmo, dalle tante misure che
ha potuto cullare, di uomini onesti e figli di troia. Ora lo metto in culo
alla luna, che romantica m’avrebbe voluta distante, da questo fumo e magari
in cucina, per un amore che passa e ti lascia dei figli, per un amore che
torna e t’ingravida ancora.
Cammino in equilibrio sopra un fascio di luce, il vento mi
gela le mani e la gola, e calpesto le ombre sotto i lampioni, la più scura
ha un volto che somiglia a mio padre, è dura in rilievo non riesco a
schiacciarla, rimane incollata sotto le suole, nel cuore e nel sesso di
bimba normale, che schiere di maschi nel corso degli anni, non hanno saputo
nemmeno scalfire. E l’ombra s’insinua scontornata mi cerca, mi bacia e mi
prende come se non ci fosse del male, mentre mia madre dorme sicura, perché
il proprio uomo lo ritrovi domani, accanto al risveglio all’alba nel letto.
Ho pianto la volta che mi sono negata, perché mia madre non
m’ha guardata al mattino, perché da quel giorno non avrei respirato, l’aria
di casa e l’odore di fritto, di gerani al balcone rigogliosi e più rossi,
che allontanavano mosche e occhi indiscreti. Ma era bella mia madre! Con la
morte nel cuore ho accettato il suo amore, la sua debolezza devota a quell’essere
immondo. Me la ricordo magra ridotta a carta velina, che mi portava nel suo
grembo sfacciatamente più grosso, ancora mi chiedo come quaranta chili,
potessero sopportare tutto quel peso, e come sedici anni darmi la vita,
arrancando insicura tra i filari di panni.
Galleggiavo intorpidita dal fumo e tormenti, in trepida
attesa di me e di lui, che m’ha costretta a chiamare padre e padrone, e la
sentivo piangere liquido e ventre, dolore vivo di ossa infiammate,
dall’umidità densa dei lavatoi d’inverno. Me la ricordo mia madre! In quel
rimbombo di suoni e parole, che mi chiamava Eva Eva soltanto, perché nei
suoi sogni ero bella davvero, perché impura perché diva, perché infelice a
sua immagine e somiglianza. M’ha sgravata in un giorno d’aprile, c’era il
sole ma buttava giù neve, le ho sorriso sincera appena ho potuto, e per
l’unica volta ha fatto altrettanto.
Ed ora appoggiata su questo palo di luce, mi sento libera
libera dentro, libera da Dio che m’ha creata dal ventre, di donna che mai
voleva essere madre, da quel sapore di sperma che ancora ricordo, e m’ha
condannata prima di nascere, sapendo già dove sarei finita, in quale cesso
di mondo mi sarei consumata, su quale strada avrei detto cinquanta, per
sentirmi diversa e sentirmi più in colpa. Libera da Dio m’ha inculcato per
sempre, l’essere madre d’un figlio o un aborto, l’essere serva che s’inchina
ai potenti, come quando non vedo uno squarcio di cielo, e sputo saliva e li
soddisfo di bocca.
Libera dagli ipocriti che mi vorrebbero altrove, lontana da
tutto da marciapiedi e malanni, che sempre in agguato mi spaventano a morte,
mentre spalanco le gambe come porte al vento, ed invito gli erranti di
qualunque colore, che nel mio grembo ritrovano alcove, funzione e vanto
d’essere ancora dei maschi. Sono vergine! Vi prego, non ridete! Non è del
mio sesso che parlo! Men che meno dei buchi che offro, davanti e dietro
tutto compreso. Sono vergine di cuore il resto non conta, perché non scambio
l’amore col sesso, e magari adesso potrei farlo davvero, innamorarmi subito
ora all’istante, se a caso mi venisse in mente un nome, un nome soltanto da
chiamarlo più volte.
Nel sogno l’immagino bello e soltanto, e sfamo i suoi occhi
e vizio le mani, che m’accarezzano l’ansia e mi sfiorano il petto. Tra le
sue braccia sgrano storie ed affanni, come bombe e granate in Medio Oriente,
come mai non ricordo d’averlo già fatto, tornando bambina con i danni nel
cuore, adolescenza torbida che s’é coperta di rosso, mentre il suo sesso si
fa duro e mi chiede, perché di sicuro mi chiede e che provo, a far l’amore
sui tacchi addosso e sui muri, e cosa si sente tra la pelle più bianca,
quando un sesso anonimo risale di fretta, come salmoni di fiume la corrente
più fredda. Inesperto stringe il mio seno più grande, e tocca e ritocca il
mio dietro già pronto, che sfacciato si mostra preparando il percorso,
perché tanto so già poi cosa succede, perché tanto so già che non troverei
di meglio, e di meglio non saprei cosa dargli stanotte.
Ora sta iniziando a piovere forte, il fuoco s’è spento e
rassegnata mi bagno, perché senza riparo, perché senza ombrello, perché
senza un nome che davvero non viene, e avrebbe spazzato via nuvole e
pioggia. Lungo il corso dell’abitudine m’accovaccio in attesa, sbadigliando
alle ombre che passano lente, ed è tutto banale come il vento che soffia,
come l’acqua che scroscia e sotto mi bagno, ed è tutto scontato come quest’auto
ferma, il finestrino s’abbassa e gli dico per quanto, offro servizi secondo
tariffa.
Mi concedo a quell’uomo il primo e qualunque, che mi offre
il giusto che il mercato ha deciso, che la sua voglia stanotte non può fare
senza, la madre la moglie e tante balle cucite, per leccare due tette che
sanno di latte. Salgo in macchina e m’alza la gonna, abbasso la lampo strada
facendo, fino ad un anfratto di siepe d’alloro, dove comodo s’accomoda nelle
gambe capienti, e mi centra nel buco senza bisogno di luce, o parvenza
d’amore che il silenzio non chiede. Solo uno sterile gemito m’accorgo e mi
pare, quando scarica rabbia e mi riempie di aria, come zampogna piena a
Natale, come una pancia quando stai male.
Guardo la luna che m’illumina troia, e scopre i miei seni e
rischiara la bocca, proprio nel mentre la mia testa s’inchina, e sento il
sapore uguale di tanti. Vorrei domandarle cosa si prova, a guardare l’amore
senza farsi riempire, come un secchio capiente sotto la pioggia, come bocca
che ingoia trattenendo il respiro. Spavalda la fisso ma non mi faccio
plagiare, indolente e smielata circuisce attenzione, di poveri amanti che si
giurano ancora, un ti amo convinto poco distanti. Proprio come me ora che
sudo e m’impegno, e piena di sesso ho poco da dire, mentre ingurgito aria e
sbavo saliva, e mi tingo di rosso il collo la faccia. La vedo che sospira
che vorrebbe davvero, essere al mio posto perché sono brava, col sentimento
accanto che dorme e giace, e senza fiatare mi guarda e riflette, che colo
piacere come ora mi pare, cagna in calore montata allo specchio.
E poi ad un tratto tutto finisce, s’affievolisce in un
niente l’energia di maschio, che poco fa si vantava di farsene cento,
davanti e dietro e dentro ogni buco, di femmine ricche o puttane da poco.
Ore d’attesa e poi solo pochi secondi, neanche il tempo di lasciarmi
l’odore, di sentire il bruciore che il preservativo ha creato, di rifarmi le
labbra nello specchietto, intatte e già pronte per un altro passaggio. Mi
scarica senza neanche un saluto, molle di sesso e vuoto di testa, con un
solo leggero senso di colpa, pensando alla madre o alla moglie che aspetta.
Cammino precaria sopra questo filo di luna, spalanco i miei
seni come gioielli in vetrina, abbondanti e sicuri di farsi succhiare, di
essere ciuccio per la prossima bocca, d’essere zucchero infantile d’adulto.
E lo metto in culo alla luna, che ancora m’illumina per farmi apparire, per
farmi più troia di quanto non dica, il rumore dei tacchi che strusciano
asfalto, il fiato d’uccelli che fanno la fila. Tra la coda lo vedo lo grido
e lo chiamo, un nome soltanto che mi rapisca a quest’ora, che prenda il mio
cuore lasciando integro il resto, e che mi porti lontano dove domande,
perché e come mai non sono più ammesse.
Ma ho paura che essendo notte sia un sogno soltanto, che
l’alba appiattisca questi occhi profondi, che mirano al cuore e suppliscono
in parte, carenze di fede e d’amore che chiedo, come se in cielo non fosse
rimasto che niente, come se la luna non sia sole domani, o come se questa
pioggia non bagni un bel niente, e indifferente rigurgiti dentro un tombino.
Mi mordo le mani per sentirmi più sveglia, per vederlo più vero fuori dal
sogno, che si avvicina e non chiede per quanto stanotte, e cerco di
stringerlo perché non sia evanescente, e da un momento all’altro non rimanga
che vuoto. M’aggrappo alla voce che vera risponde, che domani è già oggi e
non può essere altro, ma ho paura che il giorno mi sorprenda da sola, in un
letto disfatto su questa strada che batto, e la notte finisca e domani sia
giorno, un giorno normale aspettando la notte. Una notte di sogno di luna e
lavoro, dove il nome che ho in mente non chiami nessuno.
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