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Il telefono di soprassalto. Mi sveglio.
Guardo l’ora, le due. A quest’ora di notte! Un sussulto di cuore. Aspetto
la segreteria telefonica, muta, nessuno parla. Non era urgente, mi
rassicuro. Ma chi può essere a quest’ora? Tre squilli e poi niente, tre
squilli per svegliarmi. Chi può essere? Cerco tra i volti di giorno una
faccia qualunque. Ma è uno sbaglio. “Non lo vedi che è uno sbaglio?” Mi
dico ad alta voce per convincermi, per riaddormentarmi. Hanno sentito la
segreteria e si sono accorti d’aver sbagliato.
Domani devo alzarmi presto. Anzi rimetto la sveglia mezz’ora prima,
buonanotte… Dopo cinque minuti risuona e io riaspetto. Accendo la luce e
guardo il soffitto. Immobile. Aspetto la voce, una qualunque voce, ma
niente, solo il tu tu di chi ci ha ripensato un’altra volta. E se fosse
quel tizio sposato del terzo piano? Che sa che vivo da sola e stranamente
ogni sera l’incontro? M’aspetta per prendere insieme l’ascensore. “Prego
Signora”. Mi fa passare avanti e si tiene distante. Stasera poi voleva
portarmi per forza i sacchetti della spesa. Quando sono uscita
dall’ascensore ha fatto anche degli apprezzamenti sul vestito che portavo.
Io mi sono voltata e l’ho guardato con aria stupita… e poi il vestito non
era niente di che, una roba da poco.
Sono sicura che la cortesia che ostenta quando mi fa passare avanti è solo
un pretesto per guardarmi le forme. Ha proprio la faccia da maiale ed ora,
a pensarci, non me ne vengono altri. Chi altro può sapere che dormo da
sola? Colleghi, amici, parenti. Se fossero loro parlerebbero! E se fosse
mia madre? Se si è sentita poco bene? No, no, non è il caso che chiami, a quest’ora di notte le prenderebbe un infarto!
Chi mai potrebbe spaventarmi in questo modo? Resto muta, quasi non
respiro. La casa è piena di rumori, vedo con la coda dell’occhio
l’ingresso, è più fitto e più buio di ogni sera passata da quando abito
sola. In questi momenti mi sento indifesa, fragile a qualsiasi evento.
Come se un uomo potesse darmi sicurezza, potesse combattere la paura fatta
di niente. Nessuno per spartire l’angoscia, nessuno a rassicurarmi che poi
non è nulla, ad accarezzarmi i capelli: “E’ solo un telefono che squilla!”
Qualcuno davvero che ha sbagliato due volte.
Penso a Luca, il mio amante segreto da un mese. Chissà forse è successo
qualcosa, ma non posso chiamarlo, che direbbe la moglie, che direbbe suo
figlio? Guardo l’orologio, oramai sono dieci minuti che il telefono è
muto, volto la testa e rispengo la luce. Buonanotte…
Oddio un altro squillo, tre squilli, quattro, dopo il bip lasciate un
messaggio. Tu tu tu… ancora niente. E’ uno scherzo, è evidente che è uno
scherzo. Qualcuno che s’è accanito su un numero a caso, nessuno mai
potrebbe essere così crudele da farlo sul serio, nessuno di quelli che
conosco. E se fosse un maniaco? Uno che m’ha vista passare, magari dove
faccio la spesa. Ma chi è che può avergli dato il mio numero, da
conoscermi così bene, da sapere il mio nome? Potrebbe avermi rintracciato
attraverso l’elenco telefonico. Eh già perché ci sono ancora su quel
maledetto elenco! Devo decidermi a chiamare la Telecom.
Penso. Giusto la portiera, il meccanico o l’impiegato di banca possono
risalire fino al mio nome e quindi al mio numero. E se fosse proprio lui,
l’impiegato con i capelli a spazzola? Con quella faccia furbetta dietro la
scrivania, il cravattino di pelle e il Rolex al polso, che insiste e
rinsiste sui miei decolté scollati, e fa battute cretine che lascio
cadere? Già, una volta mi ha detto che non è sposato, ecco, sicuramente
lui è libero a quest’ora di notte, libero di fare queste stupidaggini
mentre io sono qui che sto sudando e mi lascio trasportare fino a pensare
che a breve un maniaco busserà alla porta. Oddio la porta? L’avrò chiusa
stasera? Ripenso a tutti i movimenti che ho fatto prima di andare a
dormire, ma è difficile, sono sempre gli stessi, tutti uguali ogni sera. E
poi anche se bussassero alla porta, ma che faccia può avere un maniaco,
che mani, che occhi? E come faccio a riconoscerlo, a capire, se ha
l’aspetto di un impiegato di banca, di un meccanico o di una portiera?
Sarà difficile riprendere sonno, riposarsi almeno qualche ora prima che
venga mattina. Alle sette mi devo alzare ed io sono qui che penso al
maniaco, che penso ad una tragedia. Chissà, qualcuno mi vuole avvertire
che nei dintorni c’è stato un attentato, un terremoto, fuori piove e piove
sempre quando ci sono queste disgrazie. Magari un’alluvione! Quasi rido
per come riesco a collocarmi al centro del mondo, come se quattro squilli
dentro una casa privata fosse materia di prima notizia al telegiornale. La
luce funziona, il telefono pure. No, non può essere una catastrofe. Per
ogni evenienza accendo per un attimo la radio, solo musica classica… Mi
convinco che fuori di questa casa è tutto tranquillo.
Chiudo gli occhi, ma ora è un’impresa riprendere sonno. Potrei alzarmi,
accendere tutte le luci e far finta che sia già giorno. Sì vabbè e poi che
faccio? Oddio un altro squillo, stavolta prendo tutto il coraggio rimasto
e mi precipito. Devo fare la voce sicura, non devo dare il fianco al mio
violentatore notturno.
“Pronto?”
La mia voce rimbomba tra le pareti buie e silenziose. Nessuno risponde.
Ancora un altro pronto, ora più sicuro, più deciso. Che gioia, finalmente
dall’altra parte una voce mi parla. La riconosco. E’ quella del mio ex
marito. Cerco sette parole volgari da mettere in fila, inizio con la
prima, ma lui mi ferma.
“Scusa, cara, scusa se t’ho svegliata, ma non trovo più le chiavi di casa.
Non riesco a rientrare, Laura è a Parigi.”
Fermo per un istante i miei pensieri. Giusto, Laura, la sua compagna.
Riprende.
“Qui piove, non so cosa fare. Allora ho pensato di chiamarti.” Si ferma.
“Fabio, sei stato tu a fare quella serie di squilli?”
“No, è la prima volta che chiamo e mi hai risposto immediatamente. Non
dormivi vero?”
Oddio, allora chi sarà, le parolacce rimangono in gola, l’angoscia risale.
Allora davvero c’è un maniaco insonne.
“Ma sei sicuro?”
“Certo, perché dovrei dirti una balla…. Senti… volevo dirti, in casa ci
dovrebbe essere una copia delle mie chiavi.”
Mai l’avrei sospettato che nella mia casa, anzi nella nostra casa c’era la
prova del nido d’amore tra lui e Laura durato per anni, prima che ne
venissi a conoscenza, prima che lo cacciassi di casa.
“E’ tra le altre chiavi nel primo cassetto del mobile all’ingresso. Puoi
farmi il favore di controllare?”
Stanotte impazzisco per davvero, non è possibile che il mio ex marito mi
chiami dopo due anni e mi dica di cercargli un paio di chiavi. Frugo nel
disordine del cassetto, frugo e finalmente trovo una chiave mai vista,
anonima che sa di box, di cantina, non certo di tradimento, di sesso alle
mie spalle.
“Se non ti dispiace vengo a prenderla, per quella del portone vedrò come
fare.”
Sento uno strano sollievo, come se per la prima volta la presenza di un
uomo dentro questa casa mi rassicurasse, la stessa presenza che per due
anni di fila ho cercato che svanisse. Ho fatto ridipingere la casa per non
sentirne l’odore, ho bruciato ogni indizio, qualsiasi prova che mi
riconducesse … Il suo studio è diventato un tinello dove la sera ceno, la
sua scrivania è finita in minuscoli pezzettini dentro il camino durante
l’inverno passato particolarmente rigido… “Ok, va bene, ti aspetto.”
Riattaccando cerco tra i tanti anni insieme un ricordo, una motivazione,
che mi faccia digerire questo “ti aspetto”. Mi rendo conto che è
difficile, è stato troppo l’amaro, la delusione che tra le pieghe della
gola ancora sento. Invano cerco di inghiottirlo. “Va bene t’aspetto.” Ma
che aspetto! Una notte sotto la pioggia era il minimo che gli potesse
capitare! Una notte dentro una macchina è un dolce imprevisto rispetto a
quello che ho dovuto subire. Preferita ad un’altra che non conoscevo e
purtroppo dopo mesi ho dovuto accettare l’esistenza. Guardavo le loro foto
di nascosto, al compleanno, alla vigilia della vigilia di Natale, al mare
sdraiata sopra un’amaca sotto un palmeto chissà dove. Poi, la sera, far
finta di niente, sperare che tutto prima o poi passasse, sperare davvero
di riprendermelo indietro, sperare, sperare… Annusavo le sue camicie per
l’ennesima prova, strofinavo i suoi colletti per non farmi accorgere
d’aver capito. Lui continuava ad essere normale, a fare la sua vita.
Chissà forse avrebbe continuato per anni, anni, e ancora anni, se una sera
qualunque non ce l’ho più fatta e sono esplosa tirandogli appresso una
pila di piatti sporchi e tutti gli indizi raccolti in tanti mesi. Ma la
chiave no, quella la ignoravo! Eccomi ora con la voce imbecille a dirgli
“Va bene t’aspetto.”
Adesso davvero non ho più sonno, mi metto su la vestaglia ed un paio di
ciabatte. Vado in cucina, metto su la moca. Potrei offrirgli un caffè se
non ha tanta fretta. Un po’ di latte se ha ancora più tempo. Ma che dico?
Gli do la chiave davanti alla porta e guai se entra. Anzi scendo giù
nell’atrio e gliela tiro per strada! Non lo voglio qui!
Accendo sigaretta e gas. Mi metto seduta, respiro profondamente. Ora sono
più tranquilla. Ma chi è stato a fare quegli squilli? Sicuramente Fabio ha
detto la verità, perché avrebbe dovuto mentire?
Vado in bagno, mi guardo allo specchio. Oddio che faccia! Il maniaco m’ha
distrutta. Non mi ero mai accorta di avere tutte ‘ste rughe! Mi metto un
filo di trucco e rido. Chissà cosa direbbe Luca se mi vedesse che sto
aggiustando la mia faccia, i capelli, per l’uomo più odiato del mondo e
lui sa quanto. In fin dei conti sono passati solo due anni e non posso
essere cambiata. Se penso a quante volte m’ha visto in vestaglia, senza
trucco e la faccia assonnata. A proposito devo chiamare il mio avvocato
per le pratiche di separazione. Se aspetto lui stiamo freschi… Vabbè dai,
ma tanto che cambia? A volte mi chiedo cosa mi riserverà la vita. Quanti
domani si coloreranno d’azzurro, quanti tramonti di rosso, innamorata di
un uomo che ancora non conosco.
Ancora il telefono. Mi precipito di nuovo in ingresso.
“Pronto.” M’aspetto la voce di mio marito che ha ritrovato le chiavi. Non
è cambiato per niente ancora sbadato, ancora assorto nei suoi tanti
pensieri.
“Pronto.” Quasi mi dispiace.
“Pronto.” Senza più nessuno che mi riempia questa notte.
“Pronto.” Niente, nessuno risponde.
“Fabio ci sei.”
Oddio, di nuovo il maniaco. Di nuovo il signore sposato del terzo piano
che mi guarda il culo. Aspetto senza fiatare con il telefono incollato
all’orecchio. Ha una moglie, dei figli… no non può essere lui! Allora è
l’impiegato di banca col Rolex. Se non fosse così invadente, appiccicoso e
saccente non sarebbe poi male. In fin dei conti sarebbe un bel partito,
posto fisso e buona retribuzione… sicuramente qualche anno meno di me.
Quasi rido.
Rimango incollata al telefono. Quanti rumori ci sono dentro un telefono!
Non ci avevo mai fatto caso. Niente, nessuno, nemmeno il meccanico con le
mani piene di grasso. Ora rido davvero, per un attimo rido, pensando
all’altra notte nel letto da sola, quando il cuscino è scivolato tra le
mie gambe, quando per un attimo intenso ho pensato a quelle mani, proprio
a quelle mani sporche d’olio che mi toccavano il seno, strofinavano il
piacere attraverso il vestito bianco di seta che da mesi non metto.
“Ma cosa vado a pensare?!?”
E’ possibile che stanotte sia tutto così strano? Adesso ci voleva solo che
mi venissero in mente questi pochi secondi dove mi raccolgo da sola, dove
il mondo di fuori è ad uso e consumo di quello che sento. Certo che c’è un
meccanico, l’impiegato di banca e perfino il tizio con la faccia da porco
che mi dice affettato. “Prego, Signora.” Ma ora dentro questa notte tutto
si espande, si dilata e mi fa vergognare, come la mia scrittura imprecisa
attraverso una lente, come la mia voce dentro un registratore.
“Oddio la moca!” Per un attimo l’odore di caffè ha inondato la casa, poi
un odore di bruciato. Corro in cucina, il gas si è spento. La macchina del
gas è più marrone che bianca! Che noia, uffa, devo ricominciare. Prendo lo
strofinaccio, oddio che caos! Sento passi sul soffitto, ma l’appartamento
di sopra è disabitato da tempo! Cosa succede? La vecchia padrona è andata
a vivere fuori città con la sorella. Sono rumori sottili, poi niente.
Rumori di tacchi, poi niente, poi intensi. Magari sarà stata riaffittata.
Strano che la portiera non m’abbia detto niente. A quest’ora comunque è
insolito. Penso al nipote che non veniva mai a trovarla. E la vecchia
signora si lamentava con me in piedi sul pianerottolo. Magari stanotte ha
deciso di fare l’alba in compagnia. Sento risa, gemiti, poi porte che
sbattono. Ora sono evidenti, rumori d’amore, eh sì proprio d’amore, sopra
la testa.
Oddio tutto stanotte, tutto insieme! Il telefono risquilla. Mi precipito
di nuovo.
“Pronto” Dall’altra parte Luca, il mio compagno. Che gioia sentirlo! Ma ha
la voce affannata.
“Luca, cosa c’è, come mai a quest’ora?”
“Scusami se ti telefono nel cuore della notte. Ti sto chiamando dal bagno.
Questa pazza è fuori di sé.”
Sento rumori sul soffitto e dentro il telefono.
“Luca, cosa sta succedendo?”
“Mia moglie sospetta. Dice che qualcuno le ha riferito che ci ha visti. Ti
prego, te la passo, dille che non stiamo insieme, che siamo solo amici,
inventati che siamo colleghi. Che l’altro giorno siamo usciti insieme
dall’ufficio ed abbiamo preso soltanto un aperitivo.”
Presa dal panico non capisco.
“Sì, sì in quel bar vicino alla stazione, che abbiamo parlato di lavoro,
dille che non c’era altro in quelle parole.”
Faccio mente locale, ora mi ricordo. Penso all’esatto momento quando
qualcuno ci avrebbe potuto spiare... Sì, in effetti, non ci siamo neanche
sfiorati. Portavo la gonna di renna sotto il ginocchio. La borsa sulla
sedia vuota e lui di fronte. No, non c’è stato niente. Lui voleva
toccarmi, me la ricordo la sua mano tra le sedie di ferro battuto. Ma
niente, non ho voluto, in mezzo alla gente non ci riesco. L’atteggiamento
era inequivocabile, ma non ci siamo sfiorati. E poi in quella saletta non
c’era nessuno, neppure il cameriere! Luca si è dovuto alzare per pagare le
consumazioni.
Poi ci siamo salutati appena fuori dal bar. Ecco, lì ci hanno visti!
Proprio lì deve essere successo! In effetti c’era un tizio che mi
guardava, credevo che stesse apprezzando le mie gambe. Poi l’ho visto
salire su una macchina grigia metallizzata e sparire in mezzo al traffico.
“Ti prego.” La voce di Luca sempre più agitata e piagnucolosa.
“Te la passo, dille che non è successo niente, che hanno preso una
cantonata.”
Sono in preda ad un tremore inarrestabile. Non riesco ad immaginare la
moglie di Luca che assolda un investigatore privato… Ma comunque non me la
sento di recitare la parte.
“Luca, scusami, ma non mi sembra il caso. Luca, Luca, mi ascolti?” Tu tu
tu tu tu…
Sento le forze che scemano, oddio non è possibile. Tutto stanotte! Sono
due anni di notti e giorni che non succede assolutamente nulla dentro
questa casa, due anni di noie, di sonno. Neanche un rubinetto che perde,
nulla, tutto questa notte. Intanto i gemiti sul soffitto continuano, si
fanno più intensi. Niente più rumori di tacchi. Tonfi sul muro. Tonfi di
gomiti, di ginocchia, credo. Mi danno fastidio. Ora prendo una scopa e
comincio a bussare contro il soffitto.
Dio sveglieranno tutto il palazzo! Urla di femmina senza contegno nel
momento che chiedi e non ne hai mai abbastanza. Rantoli di maschio
invasato. Non è un amore normale, insomma di coppia che si conosce. Dove
sono finiti i romantici cigolii dei letti di una volta? Rido! Chissà
l’avrà raccolta per strada? Tutto stanotte. Torno in cucina e mi sembra
incredibile. Mio marito che s’è perso le chiavi, questi che continuano a
scopare dentro un megafono, il mio amante più povero di spirito di quanto
già sospettavo. Oddio che notte! Oddio che ridicolo! Chiedere aiuto alla
propria amante!
Ma gli squilli muti di prima? I dubbi salgono. Chi sarà stato il marito o
l’amante? O questa coppia che scopa e voleva accertarsi che sotto non ci
fosse nessuno? Fuori piove, piove sempre quando l’ansia sale e non accenna
a fermarsi. Fuori fa freddo, lo stesso che sento dentro questa vestaglia.
Chissà se l’alba m’aspetta e domani sarà un giorno normale. Ho paura che
il mio cuore non regga. Se continua così sicuramente non regge!
Ripenso a Luca. Oddio, ma come è possibile? Ridursi a telefonarmi davanti
a sua moglie, che prima non sapeva ed ora sa che c’è una donna che può
essere disturbata a quest’ora di notte, che ha un nome ed è una collega.
Che scemo! Cosa avrà pensato. Sicuramente alle strette, in ginocchio
davanti a sua moglie ha cercato una qualunque via di fuga. E pensare che
m’ha sempre giurato di non volerle una straccio di bene, che prima o poi
l’avrebbe lasciata, che dormivano in letti separati e per me avrebbe
sfidato il mondo intero. Sono stupidi gli uomini e ridicole noi donne che
ci illudiamo, che li reclamiamo per non essere sole, ed abbiamo sempre il
maledetto vizio e la penosa presunzione di pensare che se una coppia non
va è sempre colpa dell’altra lei! Spero davvero che non richiami, che si
renda conto di quanto meschina fosse la sua richiesta, quanto assurda
l’idea di aver pensato proprio a me per salvare il suo matrimonio.
Rimetto la moca, oddio squilla di nuovo il telefono. Ma cosa ho fatto per
meritare tutto questo? Se per caso avessi una notte da depennare dal
calendario della vita, ecco, sceglierei questa. Spero che non sia Luca,
spero che un briciolo di dignità l’abbia portato a riflettere. Spero che
non sia mio marito, il maniaco, questo qui sopra che continua a battere.
Alzo la cornetta con il cuore a mille.
“M’ascolti?” E’ sempre Luca.
“Perché mi hai attaccato?”
Sento rumori più forti, cocci, urla diverse da quelle che continuano sul
soffitto.
“Ma, veramente …” Tento d’infilare due parole sensate nell’intercapedine
del trambusto. Niente, non ascolta.
“Perché mi hai attaccato?”
Penso tra me. “Luca è finita, non ti conoscevo, ti conosco stasera.”
“Perché mi hai attaccato!!! Urla.
“Ti passo Daniela.” Oddio che situazione!
“No Luca aspetta, non passarmi nessuno, né Daniela né qualsiasi altra
donna.”
Grida più forte, è fuori di sé.
“Che ti costa dire che tra noi non c’è nulla, che non c’è mai stato
niente!”
E grida più forte per farsi sentire.
“E’ la verità, perché non vuoi dirla? Eccola sta arrivando.”
Stavolta riattacco per davvero.
Perché mi deve mettere nella condizione di giustificarmi, io non devo
chiedere scusa a nessuno, io sono libera. E’ lui che si è cacciato in
questa situazione e come un bambino non riesce ad uscirne da solo. Troppo
piccolo e misero per meritare il mio aiuto. Luca, Luca, non l’avrei mai
pensato che un uomo potesse essere così coniglio. Luca addio. Che bambino
che mi sono andata a cercare! Solo perché una sera uscendo dall’ufficio
c’era un uomo che mi fissava e poi m’ha seguita fin dentro la metro. E poi
l’autobus, le strade buie di un quartiere che non conosceva. E poi la
spesa, il salumiere, il bar dove ogni sera compro il latte.
Mi sono detta. “Quest’uomo ha fatto stranezze per me, se ora mi ferma
potrei dargli una chance, il mio numero di telefono.”
Aveva impegnato due ore di un pomeriggio normale. Meritava almeno la mia
gentilezza. Così mi ha fermato dicendomi che era un Luca normale, uno dei
tanti in questa città. Che la cosa più stravagante che aveva fatto finora
era seguire una donna con una busta di latte in mano. La sua gentilezza mi
ha accompagnato fin sotto il portone. Chissà forse immaginava che ero da
sola, forse sapeva che non m’aspettava nessuno. Mi ha chiesto d’entrare e
l’ho lasciato ad aspettare, sicura che il giorno dopo lo avrei ritrovato
nello stesso posto dopo il lavoro.
Certo che c’era! Immancabilmente c’era! Poi il resto è venuto naturale, la
voglia di sentirsi importante, la sua smielata cortesia, i problemi con la
moglie, il bimbo che aveva messo il primo dentino, non dormiva di notte,
non faceva l’amore da tempo, ed io separata che cercavo l’amore almeno
quello del letto.
Tutto normale anche i dubbi per la sua condizione di uomo sposato. Tutto
normale come la mia illusione di ripetermi che era solo un’amicizia. E poi
quel sabato mattina quando ho aperto la porta di casa e per la prima volta
da mesi l’ho tenuta socchiusa quel tanto da permettere ad una sagoma umana
di scivolarci dentro. Normale l’impaccio, le battute, il toccarsi i
capelli. Normale il mio Cascella sopra il divano, l’arte, la musica, Le
nozze di Figaro all’Eliseo. Normale un tè e la mia gonna di lino che
faceva le onde ogni volta che accavallavo le gambe. Normale i suoi occhi
che s’intrufolavano appena. Il mio decoltè coi voilà dopo anni di maglie
di lana. Normale la voglia di mesi all’asciutto, normale il suo sesso.
Bussano alla porta. Finalmente mio marito, cerco la chiave.
“Chi è?”
“Polizia apra!!”
Ecco la ciliegina sulla torta e la notte è completa. Guardo dallo
spioncino.
“Eh si proprio la polizia.” Apro.
Due donne in divisa guardano oltre la mia testa.
“Signora, c’è un uomo pericoloso che si aggira dentro questo palazzo.
L’altra notte ha già cercato di entrare in due appartamenti nell’altro
isolato, sembra che faccia una telefonata fingendosi un inquilino del
palazzo. Ci hanno segnalato ancora la sua presenza. Lei ha notato qualcosa
di strano questa notte?”
“No, si, squilli muti.”
“Ecco, appunto. Possiamo entrare? Abbiamo notato che le sue finestre sono
facilmente raggiungibili da fuori.”
In meno di un minuto guardano ogni angolo di casa.
“Che notte!” Pure la Polizia a farmi visita. Hanno le divise bagnate.
“Gradite un caffé? Oddio la moca!
Mi ringraziano e fanno per uscire.
“Dobbiamo controllare tutti gli appartamenti dei piani inferiori, ma
signora, mi raccomando, non apra a nessuno.” Mi dice quella con le meches
e la voce maschile che sembra la più esperta.
“Ma io veramente, sto aspettando mio marito.” Si voltano e mi fissano.
“Dalle nostre informazioni sapevamo che viveva sola.”
Non so che dire. Sarebbe troppo lungo spiegare.
“Si, si vivo sola, non sono ancora separata legalmente, ma …”
“Ok, non apra a persone che non conosce.” Dice l’altra sbrigativa.
“Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Rimango dietro la porta ad origliare. Campanelli che suonano.
“Polizia apra.”
Avevo ragione che era un maniaco. Ed ora che faccio? Faccio il giro di
casa e controllo ogni finestra. La polizia mi ha messo ancora più in
apprensione. In effetti abito in un secondo piano, ma dal lato interno,
attraverso un muro di cinta, si può arrivare al mio balcone facilmente.
Anche un bambino riuscirebbe a scavalcare la ringhiera. Sento rumori per
casa e rumori sopra la mia testa. Spero che la polizia bussi e
l’interrompa al più presto. Mi ripeto le parole della poliziotta, faccia
attenzione non apra a nessuno. E pensare che prima avevo deciso d’alzarmi
mezz’ora prima per lavarmi i capelli.
Torno in cucina. Questa notte non si dorme. Mi sbuccio una mela, chissà
perché di notte quando mi alzo ho sempre voglia di pane e mela. Tra poco
arriverà Fabio. Chissà come sarà cambiato, sono curiosa. Mi vengono in
mente le tante promesse che prendono forma, mi sento frastornata, accendo
un’altra sigaretta. Per ogni evenienza stacco il telefono. Se richiama
Luca quando lui è qui che faccio? Oddio tra poco arriva. Come mi comporto?
Vorrei essere fredda, completamente diversa da quella che sbavava al
minimo cenno di ripresa, al minimo dettaglio di un suo apparente
ripensamento. Due anni di certezze per non vedermi ed ora tutto crolla
davanti ad una stupida chiave. Torno in bagno, mi strucco perché tra
l’acqua e il sapone traspaia l’anima di cui sono fiera.
Bussano alla porta, sarà l’amante che piange cacciato di casa, sarà il
nipote della signora che chiede un cavatappi, la polizia che ha trovato il
maniaco o semplicemente un marito che si è scordato la chiave? Sarà, ma
non mi sento sicura di questa notte che potrebbe tirare fuori dal cilindro
un altro coniglio di colore diverso. Allaccio la vestaglia per prevenire
ogni intenzione, perché chi suona a quest’ora può essere solo un uomo che
chiede o ti fa chiedere aiuto.
Apro, è Fabio. Mi sembra cambiato, diverso, per un attimo uno sconosciuto
che entra nella mia casa di notte. Non so, forse i capelli. Non è in
forma, ha gli occhi cerchiati. Mi sorride. Sarò bella? Mi lancia un bacio
con lo sguardo, gli porgo la chiave.
“Eccola, che sbadato! Scusami tanto, scusa il disturbo.” Ma non va via,
non accenna ad uscire, anzi, entra.
“Certo, ricevere una persona a quest’ora non è il massimo
dell’ospitalità!” Dico senza pensare.
“E per me non è il massimo della cortesia chiederti un caffè.”
A proposito il caffè! E’ la terza moca che metto sul gas e poi me la
dimentico.
“Dai vieni in cucina.”
Lo vedo già più rilassato. Appende l’impermeabile al solito posto, lo
stesso posto che per anni lo ha accolto.
“Ti trovo bene.” Mi guarda.
“Si vabbè, ma fammi il piacere! Così in vestaglia non credo.”
“E’ passato del tempo e...”
“No ti prego non parliamo del passato! Facciamo che non ti ho mai
conosciuto. Che non avevi un posto per andare a dormire, che fuori piove,
che il destino alle volte ci riserva queste notti.”
Mi guarda.
“Non cambi tu, quando parli con l’anima stacchi il cervello.”
“Nonostante tutto….” Rispondo.
“Nonostante tutto….” Sospira.
“Sì ok soltanto un caffè e poi vai. E’ successo tutto questa notte e non
vorrei che ci fosse dell’altro,”
Cosa è successo?”
Lascio cadere il discorso fingendo d’essermi scottata con la macchinetta
del caffè. Speriamo che Luca non chiami al cellulare, non vorrei arrivare
all’alba raccontando al mio ex marito i miei amori falliti. Già la conosco
quella faccia, lui mi guarderebbe compiaciuto da uomo indispensabile,
unico sulla faccia della terra.
“Posso fare una telefonata? Scusa ho il cellulare scarico.” Sta fermo.
“Ma c’è bisogno che ti accompagni? Sai dove si trova il telefono, puoi
andare.” Ora s’accorge che è staccato.
Gli grido dalla cucina. “Sai, c’è un maniaco stanotte che si diverte a fare
squilli. Prima è venuta anche la Polizia.” Dall’altra parte della parete
sento che ride.
“Prendo il caffé amaro.”
“Allora vedi qualcosa è cambiato!” Stavolta rido io.
Porgo l’orecchio, mi piacerebbe ascoltare, ma sento solo mugugni. A chi
può mai telefonare a quest’ora di notte, se non alla sua bellissima e
giovanissima compagna! Torna.
“Dicevamo?”
Ma si vede che sta pensando ad altro. Oddio il telefono. Quattro squilli,
poi una pausa breve, poi ancora squilli.
“Vedo che sei desiderata!”
“Scemo, non mi sembra il momento di fare battute.”
“Ma dai ora sei tranquilla, ci sono qui io.” Eccolo l’ha detto.
Ecco l’uomo indispensabile, prima o poi doveva uscire fuori.
“Se vuoi ti faccio compagnia fino a domattina. Davvero dico, domani non ho
nulla da fare.”
“Dai Fabio non scherzare, ora prendi questa maledetta chiave e poi dopo il
caffè torni nella tua tana.”
“Anche con un maniaco che incombe?”
“Anche con un maniaco che incombe.” Rispondo.
“Una sigaretta e vado via ok?”
“Ok, ok.”
Bussano alla porta. Apro. E’ la poliziotta bionda.
“Signora abbiamo controllato tutte le abitazioni, sembra tutto
tranquillo.”
“Anche quella dell’inquilino qui sopra? Sento strani rumori…”
“Tutto in ordine stia tranquilla nessuna traccia del maniaco.” Fa per
andarsene.
“Ah dimenticavo per quanto riguarda gli squilli, sembra che ci sia un
contatto, ci siamo informate, c’è un guasto nella centralina di zona, e i
telefoni del quartiere sembrano impazziti stanotte.”
“Ok grazie, ora mi sento più tranquilla.”
“Le consiglio di staccarlo, altrimenti davvero non dorme.”
“Grazie, grazie.”
Torno in cucina. Tutto a posto, niente maniaco, i telefoni che si chiamano
tra loro, ora c’è solo la pratica di mio marito da sbrigare velocemente.
“Allora Fabio hai sentito? Non servi, puoi anche andare, non dimenticare
la chiave.”
“Ma piove, dai fammi rimanere qui!”
“Ti bagni mio caro, tanto poi il tepore della tua casetta calda ti
asciugherà.” Si alza sconsolato. Sul corridoio si ferma e mi guarda.
“Io comunque un pensierino ce l’avevo fatto.” Mi prende la mano e poi
risale verso la spalla. Mi volto di scatto. La vestaglia si apre.
“Non mi dire che sei senza reggiseno.”
Gli mollo un ceffone, violento sul viso. Lui ride e fa per stringermi.
“Fabio, smettila. Guarda che urlo” Mi divincolo.
“Vuoi andartene per favore?” Ancora il telefono. Oh no. Ma stavolta non
smette, cinque, dieci, quindici squilli. Anche la segreteria è impazzita.
Non s’attiva! Rispondo.
“Oddio Luca di nuovo.”
“Amore, ti ho svegliata?” Ma non mi lascia rispondere.
“Senti ora dorme, sembra che la tempesta sia passata. Avevo pensato per
domani, se potessimo incontrarci tutti e tre nel bar sotto il tuo ufficio,
così ci spieghiamo tutto. Tu fai finta di essere una mia collega…” Pausa.
Poi riprende. “Io lo faccio per noi. Se non si tranquillizza non potremo
più vederci. Che ne pensi?”
“Luca vaffanculooooo!!!!!” Scaravento la cornetta per terra. Fabio mi
guarda, è allibito.
“E’ la prima volta che ti sento dire una parolaccia.” Abbasso lo sguardo.
“Ti giuro, non le ho mai dette.” Oddio, ma mi sto giustificando?
“Mi rendo conto che ho perso molte puntate della tua vita.” Dice con fare
quasi disgustato.
“Beh, se è per questo, non è colpa mia! Non trovi?” Mi tremano le mani e
la voce.
“Ora per favore esci immediatamente da questa casa. Grazie per la visita,
quella è la porta.”
Scappo in cucina senza guardarlo. Ho davvero bisogno di un caffè.
Sento la porta chiudersi, finalmente sono sola, di nuovo sola. Ma che
tristezza! Mi metto seduta sul bordo della sedia. Un’altra moca sul gas.
Questa luce arancione mi fa le mani rugose e piene di vene bluastre. Che
tristezza! Sto invecchiando e non me ne accorgo. Di fuori l’alba non
accenna ad aprirsi ed io ho perso ogni energia, ma non ho più sonno.
Guardo tra il vapore che esce dalla moca la mia infinita tristezza di
essere sola. Squilla di nuovo il telefono, rimango seduta.
“Sarà un contatto!” Mi convinco mentre metto tre cucchiaini di zucchero
nella tazzina. Sorrido pensando alla dieta, tanto a che serve? Il telefono
continua a squillare, non rispondo! Chiunque sia che importanza può avere
ora! Fabio, Luca, il maniaco o semplicemente uno stupido contatto.
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