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Marco davvero non
avrei mai voluto, se avessi pensato un momento di più, se avessi
immaginato dove stavo precipitando... Ed ora conto i mesi perché gli anni
non mi bastano, non hanno la misura per calcolare la distanza, il dolore
dentro che sento. Ti ho visto di spalle che fuggivi nel buio e sconcertata
dall’urlo neanche ti ho rincorso. Solo un motore nella notte che è
diventato silenzio su quella strada che svolta e ricurva sopra le anse che
sfiorano il mare.
Marco ascoltami,
sono anni, ogni sera, che ti ripeto le stesse cose. Tu mi hai sempre visto
come madre, senza mai pensare che potessi essere donna, senza mai pensare
che avevo un'anima e in quel momento dentro i tuoi occhi hai visto lo
schifo, un tradimento senza ragione. Che ne potevi sapere che tra me e tuo
padre era tutto finito? Che erano mesi che fingevamo per non crearti
disagio, perché a vent’anni eri ancora piccolo ed a vent’anni, capisco,
non ci sono scusanti per una madre sorpresa, a fare l’amore con un uomo
che non era tuo padre, a farsi amare di santa ragione contro lo stipite
duro, tra il bagno e l´ingresso della casa del mare.
Che importa se era
inverno, che per passare un sabato sera io e te avevamo pensato
all’identica meta. Tu non eri solo, ma io non ho visto chi fosse, chissà
se era bionda, se da qualche parte del viso
addirittura mi somigliava...
Ti giuro, Marco, era
la prima volta che ci andavo, la prima che avevo deciso di cedermi in
tutto. Lui era comprensivo, ma tu ci hai visto soltanto uno squallido
amante, il piacere di un uomo dentro la mia carne. Chissà per quanto tempo
ci hai osservati, spiati nei dettagli tra i respiri profondi e l’avida
voglia di consumarci la pelle. Poi hai cacciato un urlo e sei fuggito.
Da quel giorno non
ti ho più visto. Tuo padre non mi racconta di te. Sono passati
centoventinove mesi e so che sei ancora a Buenos Aires. Chissà perché
proprio l’Argentina, chissà come ti sarà venuta in mente. Lì non abbiamo
parenti! Non credo che tuo padre abbia degli amici! Eppure sei lì da tanto
tempo, senza la minima voglia di chiedermene ragione, senza il minimo
desiderio di sapere cosa è diventata tua madre.
Mi guardo allo
specchio come se tu fossi un amante, come se domani ti vedessi tornare.
Già, ma cosa t’importa se ho i capelli più corti o l’ho lasciati
allungare, se mi tiro la pelle per non essere vecchia. Cosa t’importa
misurare il vuoto che sento, quanto ne hai lasciato dentro questa
esistenza, magari ti sarai anche sposato, magari ho una nipote bionda che
mi somiglia, un nipote già grande che non capisce l’italiano. Io spero che
negli anni tuo padre t’abbia spiegato il motivo, che s’ero lì contro quel
muro non stavo tradendo nessuno.
Io e tuo padre ci
siamo rimessi insieme, malati di solitudine abbiamo deciso di sopportarci.
Ora sei grande e chissà se mi capiresti, se capisci perché una donna
trascurata si fa beccare dal figlio nella casa del mare, se capisci quanta
voragine si può formare dentro un seno, che è immenso piacere solo per chi
non lo tocca, mentre gli amanti che l’hanno toccato non hanno avuto
pazienza d’essere pompe d’aria per rivederlo fiorire.
Marco, perché ti
dico tutto questo? Perché ti parlo del mio seno che tu hai visto solo
piene di latte? Perché non ascolto il tuo silenzio che si rifiuta di
ascoltare le mie inutili ragioni. Perché non provo a capire quello che
nessun altro figlio avrebbe mai fatto? Ma io ho solo te, perché di altri
allora non ne avevo bisogno, mentre ora mi basta la tua mancanza che è
figlia, nipote e sorella e m’accompagna di giorno e di notte.
Ti giuro Marco, ti
potrei dire che da quel giorno più nulla è successo, ma non sarebbe vero e
mentirei a me stessa. Sono stati anni di dolore e sopraffazione, di
scopate continue contro uno stipite duro, e non solo nella nostra villa
del mare, e non solo nei motel, nelle case e parcheggi assolati. Sempre in
cerca di uno straccio d’affetto, perché davvero non ero più madre, né
moglie, ma soltanto un dirupo, un greto di un fiume, senza un filo di acqua
deviato più a monte. Vedi come sono fatta? In quel momento mentre mi
stavi vedendo, inconsciamente rivendicavo il mio essere donna, ed ora sono
qui a giurarti che nulla è al confronto, della mancanza di un figlio, del
suo silenzio che urla.
Chissà se al mio
posto ci fosse stato tuo padre? Chissà se sarebbe stato lo stesso? Se
saresti comunque scappato lungo quella strada che curva e ricurva a picco
sul mare. Non credo sai, perché una madre è come la luna. Nessuno mai
potrebbe sopportare la vista, d’una luna sporcata che avida accoglie,
infangata nell’anima mentre offre il suo sesso, e lo offre davanti e lo
offre da dietro, proprio nel posto dove torniamo bambini. Perché una madre
è quello che siamo, il posto più caldo dove ci accovacciamo di notte, il
letto più pulito che odora di fresco, il terreno più fertile per sentirci
protetti. Ed è per questo non ci hai visto l’amore, e mai accetteresti che
un sesso che entra possa almeno donare piacere, perché tra queste gambe
che stringo non ci si entra davvero, ma ci si esce soltanto e solo
piangendo.
Chiederti perdono
non avrebbe alcun senso. Spiegarti queste flebili ragioni ancora di meno.
Perché sotto sotto sono convinta che tu non m’abbia condannata, ma neanche
assolta, perché non c’era ragione in quel gesto, ma soltanto l’istinto di
non volerlo accettare.
Ogni giorno chiedo a
tuo padre notizie, lui mi ripete evasivo che stai bene. Sono contenta
anche se non riesco ad accettarti lontano, ad accettare che quella notte
tu non sei più tornato, che uno squillo m’ha svegliata di soprassalto, che
tuo padre è uscito di corsa, che sei partito per un lungo viaggio, che lui
sapeva già quella notte che non saresti mai più tornato.
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