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E’ sopra questo parquet che mi gioco la faccia, questa
faccia irriverente di passione e di fuoco, di passato e presente che tutti
intuiscono, da come muovo le gambe a passi perfetti, da come sospiro e
ingrosso il vestito, ripieno di tette di latte di femmina bella, che
chiunque stanotte vorrebbe toccare, chiunque baciare per sapere per
quanto, s’ingozza una bocca senza riprendere fiato.
Sono qui che ballo e mi lascio guidare, da uno tra i tanti
che sicuro mi scorta, obbediente lo fisso nel nero degli occhi, remissiva
poi smetto e mi par di sentire, l’odore di terra dopo un uragano d’agosto,
dentro la bocca che muta freme dal dire, ma rimane appagata dalle sole
parole, che attira e che vuole volgari ed oscene. Parole di sesso che
m’invitano fitte, parole d’amore che mi sfiorano appena, al cospetto
ribelle ma femmina doma, addomesticata nel punto dove fa differenza, dove
vale la pena di continuare a ballare. Apro chiudo e muovo le gambe, tra
questi occhi che attenti non perdono un passo, mi pigia e mi preme dove la
stoffa, s’arriccia e fa pieghe corrotte e immorali, dove sotto il vestito
batte e ribatte, la sola ragione che m’allontana e mi unisce, a questi
fiati che caldi m’accompagnano maschi, a queste dita che ferme mi
stringono a morsa, in un vortice intenso senza capo né coda.
E’ tango argentino muscoli duri, che insistenti mi premono
e cingono i fianchi, mi spingono in mezzo tenaci e sicuri, dove schiudo le
labbra spalancate alla brama, dove sono bucata dove il cuore è distante. E
sono carezze memorie lontane, baci indelebili lasciati ammuffire, sbuffate
di treni che fanno vapore, attorno al velluto di questo vestito, che ha
perso ogni forma per avere rispetto, ogni grinza e fragranza d’esser la
sola, femmina bella che si nega e s’apprezza, mentre giurano certi di
poterla riempire, nel vuoto mai colmo dove amanti di notte, hanno sterrato
nel tempo a colpi di cuore.
Mi stringono il petto e mite m’affido, a mani metalliche
che mi fanno volare, sopra questo infinito di sentirmi leggera, nell’anima
dentro e sopra la pelle, e sognano fieri d’avermi toccato, d’aver ballano
con me almeno una notte, almeno nel sogno se non succede stasera, se il
tempo non basta per l’ultimo in coda. Tingo le labbra di rosso di miele,
come marchi a fuoco sul dorso di vacche, e cerchio i miei occhi di nero
carbone, perché qualcuno stanotte ci possa vedere, un riflesso più intenso
che fa luce e contrasto, come occhiaie al mattino che sanno d’amore.
Li sento l’invito li chiamo e li accetto, perché mi
divaricano a modo le gambe, e sono colpi che stridono dentro la carne, che
docile e molle si schiude e s’arrossa, come schiaffi che bruciano come
promesse, dei tanti lo giuro nei letti scaldati, di mogli che valgono
quanto un filo di calza, di sorelle di notte tra i respiri strozzati. Li
sento l’invito li chiamo e li accetto, sono lampi bollenti che s’infilano
a lame, e scaricano bisogni d’amore e tormento, come piscio all’aperto
addosso ad un muro. Sono scrosci di schizzi e un rigagnolo caldo, d’una
goccia intrigante che s’infila nel seno, e sa di sudore di ballo di tango,
che bagna le suole e bagna i miei tacchi, che stanotte nel letto saranno
più fieri, più dritti e più duri dentro bocche fumanti, che leccano e
lavano l’immondizia per strada, che ogni sera raccolgo e mi porto nel
letto.
Ora sono di fianco e ballano in tanti, sono sopra di sotto
e s’accalcano a ressa, lampadari di gocce e tappeti più rossi, ammaestrano
e domano a passi decisi, questa femmina calda che conoscono appena, che
apprezzano in molti perché sa bene ballare, e si lascia toccare senza aver
detto mai quanto, può costare una donna per tutta la notte, può muoversi
bella al suono del tango.
Sono rutti e bestemmie di paesi vicini, parole volgari di
dialetti diversi, lamenti di mogli che aspettano sveglie, monete straniere
che fai fatica a contare. S’attaccano ai seni e avidi leccano, saliva di
altri che hanno succhiato, poco prima la brama che acida attacca, come
bocche di bimbe alle fontane, dove sono passati già i cani assetati.
Tirano e mungono come se fosse già cena, come se incinta ne avessi
abbondante, di questo rigonfio grasso da balia, e potesse sfamarli insieme
e per ore, e potesse saziare di giorno e di notte, qualsiasi bocca che ha
voglia di latte.
Per ora s’accontentano degli avanzi che offro, sotto questo
velluto che ancora resiste, ma è forte l’istinto di sentirmi una lupa,
madre nel ventre troia nel cuore, che allatta e che sfama la voglia che
incede. Dio quante volte ci ho ceduto davvero, proprio ora quando la
musica è fitta, e mi entra e mi esce una lacrima densa, come la prima che
segue precisa, quel rigagnolo caldo dentro il mio seno, che divide a metà
il passato e il presente, il seno di destra da quello del cuore. Mi sento
sgonfiare come se fossi di aria, le mani scivolano lungo la schiena,
esperte ossessive si muovono in fretta, come se sapessero che questo è il
momento, il punto preciso dove una donna si lascia, ammazzare i ricordi ed
ogni remora intatta.
L’energia scende e riempie le gambe, poi rapida sale
seguendo la riga, che le fa più dritte più belle e puttane, le fa muovere
sincrone alla cucitura e al maschio, che schiude le labbra come se fosse
già maggio, e sbocciassero rose al sole ruffiane. La musica cresce
martellante impetuosa, mi protegge e m’avvolge mi fa donna e conquista,
come uno scialle di zingara a fiori stampati. Vedo la stessa rosa che
porto all’orecchio, la stessa spampanata che toccano rozzi, la scoprono
nuda con la mano che sente, lo stesso calore come se fossimo in maggio, e
vagli a spiegare che non è primavera, ma poi lo sanno e preferiscono
ripulirti nell’orlo, dove sfacciata s’è fatta velo e condensa.
Sa di meridione di terra argentina, di lunghi coltelli di
sangue e passione, che a rivoli corre lungo strada, come rigurgiti d’acqua
risucchiati da fogne. Qualcuno grida da una finestra, sono urla di cuore e
castigo, ma è amore gelosia che consuma vendetta, sono questi seni
abbondanti che sanno di madre, e turbano gli uomini dritti e protesi, e
fanno impazzire le menti e le mani, se per caso l’immaginano liberi al
vento, ciucciati da altri per non farli appassire.
E’ tango argentino è rete di calza, dove s’impigliano e
muoiono i pesci più grossi, è questo ventre che ruota che spinge che
tenta, che nessuno finora è riuscito a zittire. La musica insiste e
s’avvicendano maschi, sessi duri che sento sotto la stoffa, è tango
argentino che s’infila voluttuoso, dentro la carne e la pelle è un tutt’uno,
che lacera e squarcia le ultime membra. E’ tango argentino è musica
sporca, che ti intossica il sangue e ti massacra le vene, e ti gonfia le
labbra come amante di notte, che vale per quanto l’hai fatto godere. E’
odore di menta tabacco tra i denti, è un uomo coi baffi che tocca che
palpa, è un biglietto da mille infilato tra i seni, che spunta dal ricamo
e ti rende diversa, dagli sguardi di altre di sbieco austeri. Ballo e giro
calpesto il soffitto, continuo a girare come se da lontano, il suono che
sento si replicasse in un’eco, tra muri di specchi e rossi damaschi,
zaffate di fiati che mi fanno selvaggia, loro ridono e ballano mi fanno
ruotare, come un pavone che mostra il sedere, lo offro al primo che porta
un cappello, all’altro che mostra i peli del petto, sono preda e rifiuto
bottino di guerra, terra bruciata e fili di fumo, dove da poco son
passagli gli indiani, ballo ballo ballo …… mentre ostento e ritraggo il
seno le mani, e sono carezze voluttuose e lascive, che sfiorano lievi la
mia vita sottile, che mi divide come sempre nel ballo, da colei ossessiva
che continua girare, dall’altra sfinita che non vuole restare.
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