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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Sulla terrazza

di LiberaEva

Foto Gabriele Rigon

 
 
 

 

Mi sa che stanotte rimango in terrazza e passo le ore a contare le stelle, a cercarne qualcuna che mi dia la luce, per guardarmi nel posto laddove fa male, che chiamano anima cuore e coscienza, ma io so solo che è un vuoto infinito, dove s’ammassano immagini e suoni, odori ed attese disilluse nel tempo. Non voglio tornare lì dentro, coricarmi nel letto in attesa che dormo, e al primo sogno che faccio mi sento più persa, d’una barca che naviga a vista, d’una carovana che ha perso la pista, e oltre le dune c’è solo una notte, un riflesso di luce che non vuole morire. Mi sa che stanotte rimango a dormire, su questa sedia di vimini antica, che mi dondola come se fossi bambina, sotto questa luna che scambio per madre, se solo non fossi così lucida ed attenta, d’esser sicura che l’ho persa negli anni, ed ogni sera ci penso ed ancora mi manca.

Mi sa che mi prendo una coperta di lana e m’accovaccio al riparo guardando la notte, godendomi fuori una Roma tranquilla, avvolta in una cappa d’insolita nebbia, che da questa altezza sembra protetta, in una culla di bimbo una campana di vetro, con il solo rumore del vento che soffia, su questi gerani che si sbattono contro, e mi coprono il viso la gonna e le gambe, da un curioso per caso che alza lo sguardo.

Stasera voglio fare stravizi e mi godo perfino un dito di grappa, una sigaretta se solo l’avessi, se solo ricordassi dove l’ha messa, quel qualcuno negli anni che si è dimenticato un pacchetto. Potrei chiamare il mio amico Luigi, sempre disponibile per ogni tristezza, se solo non pensasse come lo pensa, che una donna da sola ha bisogno di altro, un conforto che ora mi fa orrore pensarlo. Io non ho bisogno di nulla e sto bene da sola! Ho chiuso le porte ad ogni genere di uomo, come ho chiuso le gambe a qualsiasi sesso, che aspettava il momento per consolarmi anche il cuore, che guarda caso batteva dalle parti del seno.

Oggi come oggi sono passati tre anni, da quel giorno di chiesa di fiori e parenti, solo tre anni se gli ultimi mesi non fossero stati davvero un inferno. E stasera sono qui che cerco parole, per convincermi fiera che in nessun posto sto meglio, che nessuno straccio di uomo potrebbe darmi l’effetto, che una sera qualunque possa diventare un incanto. Mi sarei aspettata di tutto, avrei retto a qualunque destino, magari ad un figlio una figlia deforme, ad un medico che chiede se hai qualche parente. Perché tutto ciò era in conto, da quando ho cominciato davvero a capire, da quando la morte ha dato un senso alla vita, a disgrazie e sventure ingrandendo la gioia.

“Ma questo proprio no, non l’avevi previsto! Di svegliarti nel cuore di notte e sentire vicino una donna che geme, un uomo che grida frasi scomposte. Scoprire che l’ombra somiglia al tuo caro marito, ma non sei tu la donna che geme, quella che contro un muro apre le labbra, s’ingozza di lui che credevi esclusivo.”

Ecco, sto parlando di nuovo da sola, cercandomi dentro dove ho sbagliato, quale mancanza bisogno ed affetto, l’ha portato a scopare sotto il mio naso. Ma poi mi lascio andare convinta che capita e può capitare, finire in una stanza a caso una sera, proprio nel posto dorme tua moglie e sentirsi attratti senza nemmeno pensarci, come a lui è successo, come a me non sarebbe mai accaduto! Proprio così, mio marito che maiale godeva, e godeva di un’altra e premeva il suo sesso, nella stanza la stessa dove dormivo, accanto a me che magari sognavo d’essere sua anche nel sonno.

Era l’ultimo dell’anno in una villa di conoscenti, ma un mal di testa improvviso m’aveva costretta, a salire le scale ed appoggiarmi su un letto, nella stanza degli ospiti proprio sopra la sala. Tra il vociare che veniva dal basso m’addormentai senza rendermene conto, senza sapere al cospetto di fiati, quanto tempo fosse passato, quanto mio marito avesse impiegato ad imbastire una storia, salire le scale eccitato e confuso, entrando a caso nella porta sbagliata.

Altre volte mi aveva tradito, altre volte lo avevo creduto, alimentando i miei dubbi e le mie insicurezze, sgonfiate convinte alle prime promesse, ai tanti lo giuro quasi in ginocchio, ma mai era arrivato fino a quel punto, a scoparsi un’altra vicino al mio sonno, sfidando l’onnipotenza dove tutto è permesso, dove l’uomo che guarda non vede nient’altro, che un sesso qualunque che si schiude e s’allarga.

Mi chiedo quanto c’era d’istinto, o quanto il destino ci ha messo del suo, ma cosa cambia saperlo, se ogni giorno rivivo l’identica scena? Come se non fosse soltanto un ricordo, ma due esseri vivi nell’ombra ingrigita, che oscena si muove urla ed odora, come due cani appiccicati ad un muro lungo la strada dove finisce l’asfalto.

Non c’era amore in quel movimento, né la voglia d’assaporare un piacere, per quanto inatteso per quanto rubato. C’era solo la rabbia di soddisfarsi la carne, d’essersi fatto la donna più bella, che l’occasione imprevista gli aveva donato, nel posto più impervio che poteva scovare, un destino bizzarro capriccioso e burlone. Non c’erano volti non c’erano mani, solo fiati strozzati di sete di maschio, che sfama di fame una femmina sazia, con tutta la forza compressa in quel punto. Non c’erano ruoli non c’erano mani, si fottevano entrambi nella foga d’aversi, come se il pene proprio lì in mezzo, non avesse un padrone ma una protesi esterna, a forma di nizza un bastone a due punte, che ambedue nella foga sentivano dentro. Si fottevano le ultime bolle di uno spumante di marca, le prime ore d’un anno dove era concesso sfidarsi, un brivido caldo all’insaputa di tutti, di quel vociare che proveniva dal basso, tranne me, impietrita nel letto, che chissà per quale motivo provavo vergogna, cercavo d’appiattirmi come coperta.

E lui era lì, mio marito, il mio unico uomo! Come posso dimenticare il puntiglio di come fotteva! Succhiava, fiatava e spingeva, come se tra quelle cosce non ci fosse una fica, ma la membrana slabbrata di un’anima ostile o le labbra bianchicce di una vergine intatta. Fotteva e sudava, come se da lì a momenti dovesse sgorgare del sangue, imbrattare quel muro, contro il quale si fotteva una vita, una moglie, un bambino mai nato, un vestito da sera arrotolato sui fianchi. Ed io ero lì, costretta a respirare quei fiati, senza che il buon senso gli tappasse la bocca, inebetita a sentire il rimbombo cupo d’un sesso, rumori liquidi in mezzo alle gambe, d’un vortice di donna invasata, che risucchia un maschio come un tombino, come una fogna fa con l’acqua piovana. Eh sì che si fotteva un vuoto di labbra di anni e di mesi, che non avevano trovato altro posto altro giorno, altro uomo per sgorgare la voglia che lì a momenti avrebbe invaso la stanza.

E lui non era da meno, intestardito fotteva e schiumava, una voglia ribelle che non si dava per vinta, che ad ogni costo prolungava il piacere, la vita, come un moribondo non ancora finito. E fotteva tenace ed accanito su una tetta ancora ribelle, mortificata e bucata come un pallone tra le mani d’un bimbo. Si fotteva il pentimento che da mesi non scema, nella sua colpa che vive come un reato, che ancora questa sera lo porterebbe a tagliarselo, se solo lo chiamassi, se solo servisse a qualcosa. Ancora mi chiedo come ho potuto racimolare le forze, in quale antro dell’amor proprio ho soffocato vergogne, dove ho trovato l’impeto di sbattergli contro tutta me stessa, per tranciare quel desiderio che mi faceva violenza, mi stuprava come se fossi stata io la femmina, come se non fosse stato lui il maschio, ma una banda di delinquenti incontrati di notte, che ti incatenano al muro sotto un portone. Era tutto troppo evidente per sentirne la rabbia, troppo smaccato per gridare ragioni, troppo anormale per sentirmi tradita. Proprio a me doveva capitare? Ho acceso la luce quando il piacere si faceva più intenso, mentre lui la cercava e lei si faceva capiente. Poi non ricordo più nulla, tranne la voce di lui che cercava un misero pretesto, dando la colpa allo spumante di marca, a quella donna che prima ci sguazzava di dentro.

Ora sono qui su questa terrazza e faccio un rimpasto di uomini, pur essendo convinta d’aver scelto quello sbagliato. Mi mangio quello che resta delle mie unghie, sicura che stanotte mi dipingo la faccia, per scostarmi più che posso da quella di un uomo. Mi sporgo dal parapetto e respiro la notte, sul viale di fronte tra due tronchi di pini, c’è una puttana seduta che legge un giornale, come ogni sera su un bidone di latta ha le gambe allargate alla faccia del mondo, che le passa accanto e qualche volta davanti. Potrebbe avere i miei anni e parlare il mio stesso dialetto, potrei essere io stessa se solo non avesse due tette da mucca che non lasciano nulla al segreto. Chissà che darei, per sentire la voce degli uomini che le passano accanto, chissà che darei per leggere quello che legge, avere la stessa incoscienza pensando che nulla m’aspetto se non il valore riposto nella tasca sinistra.

A volte mi metto a pensare, se davvero potrei farle concorrenza, se le mie gambe accavallate in quel posto potrebbero avere gli stessi clienti. Poverini! Non sanno che finirebbero nel buco sbagliato, dentro un condensato di rabbia che dopo mesi non s’attenua e s’astiene deciso da qualsiasi voglia. Dovrei indossare un paio di mutande all’altezza, magari di quelle che si fanno da parte, al primo soffio di fiato deciso e bollente, magari più rosse per metterle in mostra quando la notte si colora di voglia e gli uomini cercano un sesso qualunque. Se ci penso, non posseggo mutande per sentirmi alla pari, se ci penso, le mie labbra sono troppo sottili per sperare davvero, di gonfiare quei sogni che fanno il giro tre volte, di riempire i miei seni d’amarezza e disgusto, fino a pensare che s’assomigliano tutti, nonostante le facce e i nomi diversi.

Mi godo questo goccio di grappa cercando altri modi per disprezzare l’amore, per convincermi ancora che sto bene da sola e se sarà di nuovo non saprà di dopobarba, perché nessuno di loro mi merita dentro, e sarà degno di sfiorarmi i capelli, o peggio leccarmi le mutande che porto, che non sono rosse e non sono impalpabili, ma mi coprono il sesso e questo mi basta.


 

 
     
COMMENTI DALLA RETE
 
Bello.  Nell'accavallarsi di sensazioni, tutte per la verità negative da parte di chi scrive,cerco di trovare almeno un capo dei fili che si intrecciano, per dipanare la matassa e riuscire a guardare l'alba. E' l'inizio del racconto che mi riconduce sul sentiero giusto, l'inizio è pregno di tristezza, la fine di rabbia ed è la tristezza che ti scava dentro e ti aiuta a conoscerti a migliorarti ed a renderti più disponibile con gli altri. La rabbia è solo distruttiva ed autodistruttiva. La rabbia brucia l'erba, la tristezza la coltiva...  Francesco 
Triste, triste, triste. Mi è entrato nell'anima sai. Sei bravissima e sicuramente bellissima. Un bacio Giselle
Racconto struggente. Ho immaginato la tua sofferenza che per certi aspetti ho provato anch'io in passato. hai saputo mettere benissimo su carta le sensazioni dettate dall'anima. Ciao.  cercom. 
Situazione estrema per raccontare un sentimento comune e diffuso. Sembra davvero che tu l'abbia vissuta veramente. Brava Luca R.
 
 
 
     
 

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  pubblicazione Gennaio 2004 

 
 

       

 
 
 
 

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