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Mi sa
che stanotte rimani in terrazza e passi le ore a contare le stelle, a
cercarne qualcuna che ti dia la luce, per guardarti nel posto laddove fa
male, che chiamano anima, cuore o coscienza, ma tu sai solo che è un vuoto
infinito, dove s’ammassano immagini e suoni, odori ed attese disilluse nel
tempo. Non vuoi tornare lì dentro, coricarti nel letto in attesa che il
sonno ti prenda, e al primo sogno che fai ti senti più persa, d’una barca
che naviga a vista, d’una carovana che ha perso la pista, e oltre le dune
c’è solo una notte, un riflesso di luce che non vuole morire. Mi sa che
stanotte rimani a dormire, su questa sedia di vimini antica, che ti
dondola come se fossi bambina, sotto questa luna che scambi per madre, se
solo non fossi così lucida ed attenta, d’esser sicura che l’hai persa
negli anni, ed ogni sera ci pensi ed ancora ti manca.
Mi sa
che ti prendi una coperta di lana e t’accovacci al riparo guardando la
notte, godendoti fuori una Roma tranquilla, avvolta in una cappa
d’insolita nebbia, che da questa altezza sembra protetta, in una culla di
bimbo, una campana di vetro, con il solo rumore del vento che soffia, su
questi gerani che si sbattono contro, e ti coprono il viso, la gonna e le
gambe, da un curioso per caso che alza lo sguardo.
Mi sa
che stasera vuoi fare stravizi e ti godi perfino un dito di grappa, una
sigaretta se solo l’avessi, se solo ricordassi dove l’ha messa, quel
qualcuno negli anni che si è dimenticato un pacchetto. Potresti chiamare
il tuo amico Luigi, sempre disponibile per ogni tristezza, se solo non
pensasse come lo pensa, che una donna da sola ha bisogno di altro, un
conforto che ora ti fa orrore pensarlo. Tu non hai bisogno di nulla e stai
bene da sola! Hai chiuso le porte ad ogni genere di uomo, come hai chiuso
le gambe a qualsiasi sesso, che aspettava il momento per consolarti anche
il cuore, che guarda caso batteva dalle parti del seno.
Oggi
come oggi sono passati tre anni, da quel giorno di chiesa, di fiori e
parenti, solo tre anni se gli ultimi mesi non fossero stati davvero un
inferno. E stasera sei qui che cerchi parole, per convincerti fiera che in
nessun posto stai meglio, che nessuno straccio di uomo potrebbe darti
l’effetto, che una sera qualunque possa diventare un incanto. Ti saresti
aspettata di tutto, avresti retto a qualunque destino, magari ad un
figlio, una figlia deforme, ad un medico che chiede se hai qualche
parente. Perché tutto ciò era in conto, da quando hai cominciato davvero a
capire, da quando la morte ha dato un senso alla vita, a disgrazie e
sventure ingrandendo la gioia.
“Ma
questo proprio no, non l’avevi previsto! Di svegliarti nel cuore di notte
e sentire vicino una donna che geme, un uomo che grida frasi scomposte.
Scoprire che l’ombra somiglia al tuo caro marito, ma non sei tu la donna
che geme, quella che contro un muro apre le labbra, s’ingozza di lui che
credevi esclusivo.”
Ecco,
stai parlando di nuovo da sola, cercandoti dentro dove hai sbagliato,
quale mancanza bisogno ed affetto, l’ha portato a scopare sotto il tuo
naso. Ma poi ti lasci andare convinta che capita e può capitare, finire in
una stanza a caso una sera, proprio nel posto dove dorme sua moglie e
sentirsi attratti senza nemmeno pensarci, come a lui è successo, come a te
non sarebbe mai accaduto! Proprio così, tuo marito maiale godeva, e godeva
di un’altra e premeva il suo sesso, nella stanza la stessa dove dormivi,
accanto a te che magari sognavi d’essere sua anche nel sonno.
Era
l’ultimo dell’anno in una villa di conoscenti, ma un mal di testa
improvviso t’aveva costretta, a salire le scale ed appoggiarti su un
letto, nella stanza degli ospiti proprio sopra la sala. Tra il vociare che
veniva dal basso t’addormentasti senza rendertene conto, quanto tempo
fosse passato, quanto tuo marito avesse impiegato ad imbastire una storia,
salire le scale eccitato e confuso, entrando a caso nella porta
sbagliata.
Altre
volte ti aveva tradito, altre volte lo avevo creduto, alimentando i tuoi
dubbi e le tue insicurezze, sgonfiate convinte alle prime promesse, ai
tanti "lo giuro" quasi in ginocchio, ma mai era arrivato fino a quel
punto, a sbavare su un’altra vicino al tuo sonno, sfidando l’onnipotenza
dove tutto è permesso, dove l’uomo che guarda non vede nient’altro, che un
sesso qualunque che si schiude e s’allarga.
Ti
chiedi quanto c’era d’istinto, o quanto il destino ci ha messo del suo, ma
cosa cambia saperlo, se ogni giorno rivivi l’identica scena? Come se non
fosse soltanto un ricordo, ma due esseri vivi nell’ombra ingrigita, che
oscena si muove, urla ed odora, come due cani appiccicati ad un muro lungo
la strada dove finisce l’asfalto.
Non
c’era amore in quel movimento, né la voglia d’assaporare un piacere, per
quanto inatteso per quanto rubato. C’era solo la rabbia di soddisfarsi la
carne, d’essersi fatto la donna più bella, che l’occasione imprevista gli
aveva donato, nel posto più impervio che poteva scovare, un destino
bizzarro capriccioso e burlone. Non c’erano volti, non c’erano mani, solo
fiati strozzati di sete di maschio, che sfama di fame una femmina sazia,
con tutta la forza compressa in quel punto. Non c’erano ruoli, non c’erano
mani, si fottevano entrambi nella foga d’aversi, come se il pene proprio
lì in mezzo, non avesse un padrone, ma una protesi esterna, a forma di
nizza, un bastone a due punte, che ambedue nella foga sentivano dentro. Si
fottevano le ultime bolle di uno spumante di marca, le prime ore d’un anno
dove era concesso sfidarsi, un brivido caldo all’insaputa di tutti, di
quel vociare che proveniva dal basso, tranne te, impietrita nel letto, che
chissà per quale motivo provavi vergogna, cercavi d’appiattirti come
coperta.
E lui
era lì, tuo marito, il tuo unico uomo! Come puoi dimenticare il puntiglio
di come fotteva! Succhiava, fiatava e spingeva, come se tra quelle cosce
non ci fosse un sesso, ma la membrana slabbrata di un’anima ostile o le
labbra bianchicce di una vergine intatta. Fotteva e sudava, come se da lì
a momenti dovesse sgorgare del sangue, imbrattare quel muro, contro il
quale si fotteva una vita, una moglie, un bambino mai nato, un vestito da
sera arrotolato sui fianchi. Ed tu eri lì, costretta a respirare quei
fiati, senza che il buon senso gli tappasse la bocca, inebetita a sentire
il rimbombo cupo d’un sesso, rumori liquidi in mezzo alle gambe, d’un
vortice di donna invasata, che risucchia un maschio come un tombino, come
una fogna fa con l’acqua piovana.
E lui
non era da meno, intestardito sbavava e schiumava, una voglia ribelle che
non si dava per vinta, che ad ogni costo prolungava il piacere, la vita,
come un moribondo non ancora finito. E si gettava tenace ed accanito su
una tetta ancora ribelle, mortificata e bucata come un pallone tra le mani
d’un bimbo. Si fotteva il pentimento che da mesi non scema, nella sua
colpa che vive come un reato, che ancora questa sera lo porterebbe a
tagliarselo, se solo tu lo chiamassi, se solo servisse a qualcosa. Ancora
ti chiedi come hai potuto racimolare le forze, in quale antro dell’amor
proprio hai soffocato vergogne, dove hai trovato l’impeto di sbattergli
contro tutta te stessa, per tranciare quel desiderio che ti faceva
violenza, ti stuprava come se fossi stata tu la femmina, come se non fosse
stato lui il maschio, ma una banda di delinquenti incontrati di notte, che
ti incatenano al muro sotto un portone. Era tutto troppo evidente per
sentirne la rabbia, troppo smaccato per gridare ragioni, troppo anormale
per sentirti tradita. Proprio a te doveva capitare? Hai acceso la luce
quando il piacere si faceva più intenso, mentre lui la cercava e lei si
faceva cercare. Poi non ricordi più nulla, tranne la voce di lui che
cercava un misero pretesto, dando la colpa allo spumante di marca, a
quella donna che prima ci sguazzava di dentro.
Ora sei
qui su questa terrazza e fai un rimpasto di uomini, pur essendo convinta
d’aver scelto quello sbagliato. Ti mangi quello che resta delle tue
unghie, sicura che stanotte ti dipingi la faccia, per scostarti più che
puoi da quella di un uomo. Ti sporgi dal parapetto e respiri la notte, sul
viale di fronte tra due tronchi di pini, c’è una puttana seduta che legge
un giornale, come ogni sera su un bidone di latta, ha le gambe allargate
alla faccia del mondo, che le passa accanto e qualche volta davanti.
Potrebbe avere i tuoi anni e parlare il tuo stesso dialetto, potresti
essere tu stessa se solo non avesse due tette da mucca che non lasciano
nulla al segreto. Chissà che daresti, per sentire la voce degli uomini che
le passano accanto, chissà che daresti per leggere quello che legge, avere
la stessa incoscienza pensando che nulla t’aspetti se non il valore
riposto nella tasca sinistra.
A volte
ti metti a pensare, se davvero potresti farle concorrenza, se le sue gambe
accavallate in quel posto potrebbero avere gli stessi clienti. Poverini!
Non sanno che finirebbero nel buco sbagliato, dentro un condensato di
rabbia che dopo mesi non s’attenua e s’astiene deciso da qualsiasi voglia.
Dovresti indossare un paio di mutande all’altezza, magari di quelle che si
fanno da parte, al primo soffio di fiato deciso e bollente, magari più
rosse per metterle in mostra quando la notte si colora di voglia e gli
uomini cercano un sesso qualunque. Se ci pensi, non possiedi mutande per
sentirti alla pari, se ci pensi, le tue labbra sono troppo sottili per
sperare davvero, di gonfiare quei sogni che fanno il giro tre volte, di
riempire i tuoi seni d’amarezza e disgusto, fino a pensare che
s’assomigliano tutti, nonostante le facce e i nomi diversi.
Mi sa
che stasera ti godi questo goccio di grappa cercando altri modi per
disprezzare l’amore, per convincerti ancora che stai bene da sola e se
sarà di nuovo non saprà di dopobarba, perché nessuno di loro ti merita
dentro, e sarà degno di sfiorarti i capelli, o peggio leccarti le mutande
che porti, che non sono rosse e non sono impalpabili, ma ti coprono il
sesso e questo ti basta.
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