I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Sulla terrazza

Foto GaryKapluggin

 
 
 

 

Mi sa che stanotte rimani in terrazza e passi le ore a contare le stelle, a cercarne qualcuna che ti dia la luce, per guardarti nel posto laddove fa male, che chiamano anima, cuore o coscienza, ma tu sai solo che è un vuoto infinito, dove s’ammassano immagini e suoni, odori ed attese disilluse nel tempo. Non vuoi tornare lì dentro, coricarti nel letto in attesa che il sonno ti prenda, e al primo sogno che fai ti senti più persa, d’una barca che naviga a vista, d’una carovana che ha perso la pista, e oltre le dune c’è solo una notte, un riflesso di luce che non vuole morire. Mi sa che stanotte rimani a dormire, su questa sedia di vimini antica, che ti dondola come se fossi bambina, sotto questa luna che scambi per madre, se solo non fossi così lucida ed attenta, d’esser sicura che l’hai persa negli anni, ed ogni sera ci pensi ed ancora ti manca.

Mi sa che ti prendi una coperta di lana e t’accovacci al riparo guardando la notte, godendoti fuori una Roma tranquilla, avvolta in una cappa d’insolita nebbia, che da questa altezza sembra protetta, in una culla di bimbo, una campana di vetro, con il solo rumore del vento che soffia, su questi gerani che si sbattono contro, e ti coprono il viso, la gonna e le gambe, da un curioso per caso che alza lo sguardo.

Mi sa che stasera vuoi fare stravizi e ti godi perfino un dito di grappa, una sigaretta se solo l’avessi, se solo ricordassi dove l’ha messa, quel qualcuno negli anni che si è dimenticato un pacchetto. Potresti chiamare il tuo amico Luigi, sempre disponibile per ogni tristezza, se solo non pensasse come lo pensa, che una donna da sola ha bisogno di altro, un conforto che ora ti fa orrore pensarlo. Tu non hai bisogno di nulla e stai bene da sola! Hai chiuso le porte ad ogni genere di uomo, come hai chiuso le gambe a qualsiasi sesso, che aspettava il momento per consolarti anche il cuore, che guarda caso batteva dalle parti del seno.

Oggi come oggi sono passati tre anni, da quel giorno di chiesa, di fiori e parenti, solo tre anni se gli ultimi mesi non fossero stati davvero un inferno. E stasera sei qui che cerchi parole, per convincerti fiera che in nessun posto stai meglio, che nessuno straccio di uomo potrebbe darti l’effetto, che una sera qualunque possa diventare un incanto. Ti saresti aspettata di tutto, avresti retto a qualunque destino, magari ad un figlio, una figlia deforme, ad un medico che chiede se hai qualche parente. Perché tutto ciò era in conto, da quando hai cominciato davvero a capire, da quando la morte ha dato un senso alla vita, a disgrazie e sventure ingrandendo la gioia.

“Ma questo proprio no, non l’avevi previsto! Di svegliarti nel cuore di notte e sentire vicino una donna che geme, un uomo che grida frasi scomposte. Scoprire che l’ombra somiglia al tuo caro marito, ma non sei tu la donna che geme, quella che contro un muro apre le labbra, s’ingozza di lui che credevi esclusivo.”

Ecco, stai parlando di nuovo da sola, cercandoti dentro dove hai sbagliato, quale mancanza bisogno ed affetto, l’ha portato a scopare sotto il tuo naso. Ma poi ti lasci andare convinta che capita e può capitare, finire in una stanza a caso una sera, proprio nel posto dove dorme sua moglie e sentirsi attratti senza nemmeno pensarci, come a lui è successo, come a te non sarebbe mai accaduto! Proprio così, tuo marito maiale godeva, e godeva di un’altra e premeva il suo sesso, nella stanza la stessa dove dormivi, accanto a te che magari sognavi d’essere sua anche nel sonno.

Era l’ultimo dell’anno in una villa di conoscenti, ma un mal di testa improvviso t’aveva costretta, a salire le scale ed appoggiarti su un letto, nella stanza degli ospiti proprio sopra la sala. Tra il vociare che veniva dal basso t’addormentasti senza rendertene conto, quanto tempo fosse passato, quanto tuo marito avesse impiegato ad imbastire una storia, salire le scale eccitato e confuso, entrando a caso nella porta sbagliata. 

Altre volte ti aveva tradito, altre volte lo avevo creduto, alimentando i tuoi dubbi e le tue insicurezze, sgonfiate convinte alle prime promesse, ai tanti "lo giuro" quasi in ginocchio, ma mai era arrivato fino a quel punto, a sbavare su un’altra vicino al tuo sonno, sfidando l’onnipotenza dove tutto è permesso, dove l’uomo che guarda non vede nient’altro, che un sesso qualunque che si schiude e s’allarga.

Ti chiedi quanto c’era d’istinto, o quanto il destino ci ha messo del suo, ma cosa cambia saperlo, se ogni giorno rivivi l’identica scena? Come se non fosse soltanto un ricordo, ma due esseri vivi nell’ombra ingrigita, che oscena si muove, urla ed odora, come due cani appiccicati ad un muro lungo la strada dove finisce l’asfalto.

Non c’era amore in quel movimento, né la voglia d’assaporare un piacere, per quanto inatteso per quanto rubato. C’era solo la rabbia di soddisfarsi la carne, d’essersi fatto la donna più bella, che l’occasione imprevista gli aveva donato, nel posto più impervio che poteva scovare, un destino bizzarro capriccioso e burlone. Non c’erano volti, non c’erano mani, solo fiati strozzati di sete di maschio, che sfama di fame una femmina sazia, con tutta la forza compressa in quel punto. Non c’erano ruoli, non c’erano mani, si fottevano entrambi nella foga d’aversi, come se il pene proprio lì in mezzo, non avesse un padrone, ma una protesi esterna, a forma di nizza, un bastone a due punte, che ambedue nella foga sentivano dentro. Si fottevano le ultime bolle di uno spumante di marca, le prime ore d’un anno dove era concesso sfidarsi, un brivido caldo all’insaputa di tutti, di quel vociare che proveniva dal basso, tranne te, impietrita nel letto, che chissà per quale motivo provavi vergogna, cercavi d’appiattirti come coperta.

E lui era lì, tuo marito, il tuo unico uomo! Come puoi dimenticare il puntiglio di come fotteva! Succhiava, fiatava e spingeva, come se tra quelle cosce non ci fosse un sesso, ma la membrana slabbrata di un’anima ostile o le labbra bianchicce di una vergine intatta. Fotteva e sudava, come se da lì a momenti dovesse sgorgare del sangue, imbrattare quel muro, contro il quale si fotteva una vita, una moglie, un bambino mai nato, un vestito da sera arrotolato sui fianchi. Ed tu eri lì, costretta a respirare quei fiati, senza che il buon senso gli tappasse la bocca, inebetita a sentire il rimbombo cupo d’un sesso, rumori liquidi in mezzo alle gambe, d’un vortice di donna invasata, che risucchia un maschio come un tombino, come una fogna fa con l’acqua piovana.

E lui non era da meno, intestardito sbavava e schiumava, una voglia ribelle che non si dava per vinta, che ad ogni costo prolungava il piacere, la vita, come un moribondo non ancora finito. E si gettava tenace ed accanito su una tetta ancora ribelle, mortificata e bucata come un pallone tra le mani d’un bimbo. Si fotteva il pentimento che da mesi non scema, nella sua colpa che vive come un reato, che ancora questa sera lo porterebbe a tagliarselo, se solo tu lo chiamassi, se solo servisse a qualcosa. Ancora ti chiedi come hai potuto racimolare le forze, in quale antro dell’amor proprio hai soffocato vergogne, dove hai trovato l’impeto di sbattergli contro tutta te stessa, per tranciare quel desiderio che ti faceva violenza, ti stuprava come se fossi stata tu la femmina, come se non fosse stato lui il maschio, ma una banda di delinquenti incontrati di notte, che ti incatenano al muro sotto un portone. Era tutto troppo evidente per sentirne la rabbia, troppo smaccato per gridare ragioni, troppo anormale per sentirti tradita. Proprio a te doveva capitare? Hai acceso la luce quando il piacere si faceva più intenso, mentre lui la cercava e lei si faceva cercare. Poi non ricordi più nulla, tranne la voce di lui che cercava un misero pretesto, dando la colpa allo spumante di marca, a quella donna che prima ci sguazzava di dentro.

Ora sei qui su questa terrazza e fai un rimpasto di uomini, pur essendo convinta d’aver scelto quello sbagliato. Ti mangi quello che resta delle tue unghie, sicura che stanotte ti dipingi la faccia, per scostarti più che puoi da quella di un uomo. Ti sporgi dal parapetto e respiri la notte, sul viale di fronte tra due tronchi di pini, c’è una puttana seduta che legge un giornale, come ogni sera su un bidone di latta, ha le gambe allargate alla faccia del mondo, che le passa accanto e qualche volta davanti. Potrebbe avere i tuoi anni e parlare il tuo stesso dialetto, potresti essere tu stessa se solo non avesse due tette da mucca che non lasciano nulla al segreto. Chissà che daresti, per sentire la voce degli uomini che le passano accanto, chissà che daresti per leggere quello che legge, avere la stessa incoscienza pensando che nulla t’aspetti se non il valore riposto nella tasca sinistra.

A volte ti metti a pensare, se davvero potresti farle concorrenza, se le sue gambe accavallate in quel posto potrebbero avere gli stessi clienti. Poverini! Non sanno che finirebbero nel buco sbagliato, dentro un condensato di rabbia che dopo mesi non s’attenua e s’astiene deciso da qualsiasi voglia. Dovresti indossare un paio di mutande all’altezza, magari di quelle che si fanno da parte, al primo soffio di fiato deciso e bollente, magari più rosse per metterle in mostra quando la notte si colora di voglia e gli uomini cercano un sesso qualunque. Se ci pensi, non possiedi mutande per sentirti alla pari, se ci pensi, le tue labbra sono troppo sottili per sperare davvero, di gonfiare quei sogni che fanno il giro tre volte, di riempire i tuoi seni d’amarezza e disgusto, fino a pensare che s’assomigliano tutti, nonostante le facce e i nomi diversi.

Mi sa che stasera ti godi questo goccio di grappa cercando altri modi per disprezzare l’amore, per convincerti ancora che stai bene da sola e se sarà di nuovo non saprà di dopobarba, perché nessuno di loro ti merita dentro, e sarà degno di sfiorarti i capelli, o peggio leccarti le mutande che porti, che non sono rosse e non sono impalpabili, ma ti coprono il sesso e questo ti basta.


 

 
 

COMMENTI DALLA RETE


Bello.  Nell'accavallarsi di sensazioni, tutte per la verità negative da parte di chi scrive, cerco di trovare almeno un capo dei fili che si intrecciano, per dipanare la matassa e riuscire a guardare l'alba. E' l'inizio del racconto che mi riconduce sul sentiero giusto, l'inizio è pregno di tristezza, la fine di rabbia ed è la tristezza che ti scava dentro e ti aiuta a conoscerti a migliorarti ed a renderti più disponibile con gli altri. La rabbia è solo distruttiva ed autodistruttiva. La rabbia brucia l'erba, la tristezza la coltiva...  Francesco 
Triste, triste, triste. Mi è entrato nell'anima sai. La conclusione è geniale. Un bacio Giselle
Racconto struggente. Ho immaginato la tua sofferenza che per certi aspetti ho provato anch'io in passato. hai saputo mettere benissimo su carta le sensazioni dettate dall'anima. Ciao.  cercom. 
Situazione estrema per raccontare un sentimento comune e diffuso. Sembra davvero che tu l'abbia vissuta veramente. Luca R.
L'amore non esiste? Quante volte sono arrivato a questa conclusione... ma non mi arrendo. Ci riproverò! Grazie per avermi consigliato questo racconto. Manuela (io)
Triste sì, m'associo agli altri commenti, ma questa è vita, realtà vera... O vogliamo leggere solo e sempre favole? Renzo
 
 
 
     
 

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  pubblicazione Gennaio 2004 

 
 

       

 
 
 
 

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