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Maledetta
è la notte che mi tinge di nero, che mi tinge mignotta senza uscire dal
letto, accanto a questo uomo che dorme e che russa. E russa senza che
discrezione le venisse in aiuto nel sogno, senza curarsi che accanto c’è
una donna che freme, che oscilla, signora e padrona della propria
astinenza, di questi pugni che premono e m’arrossano e calmano il
ventre. Ma io non ho voglia di cedere ed intorpidire i miei istinti, non
ho voglia d’essere appagata solo quando la sua voglia risponde, e misera
mi cerco tra queste mutande, che m’impediscono d’essere libera e
d’agognare, bramare, laddove le mie dita non credono d’essere maschio.
E lui dorme e russa senza nessuna decenza, senza nemmeno sognare
d’avermi magari con gli occhi d’un’altra, perfino chiamandomi con un
nome diverso, mentre mi prende dove mai ha osato pensarlo. Lo so che non
mi sogna, e peggio che non sogna nessuna, perché almeno mentre dorme lo
sentirei vivo, lo sentirei indurirsi dove da tempo non prova piacere, dove
da tempo non serve ad altro che quando va in bagno.
Maledetta
è la notte che mi trasforma ogni volta, come se nei suoi buchi, di
rifiuti e sporcizia, ci fosse quello che vado cercando, quello che di
giorno mi fa ribrezzo e lo vomito convinta di schifo e disgusto. Ma a
quest’ora la luna è già alta e mi invoca e m’implora di fasciarmi di
trama di seta, ed andare incontro al mistero che mi riempia almeno
d’ansia e paura, se proprio di null’altro io fossi all’altezza.
Vorrei uscire ed andare incontro a quest’ombra che mi scurisce e mi dà
luce, dentro questa notte che unica mi darebbe ragione, a scrollarmi di
dosso ogni buon senso, che mi vuole ammuffita ogni giorno che passa,
aggrovigliata dentro questo perbenismo laccato, e marcita da queste
lenzuola che odorano di detersivo e digiuno. Avessi vent’anni di meno!
Ne avrei all’incirca quanti ne ho detti e troppo pochi per immaginare di
ritrovarmi in questo letto, sudata dal solo tormento di sprecare gli anni
che porto, gli anni che nessun uomo assennato stanotte mi darebbe per
intero.
Lo
vedo che mi domanda sorpreso cosa diavolo faccio a quest’ora da sola,
cosa diavolo cerco senza un uomo che mi copra le spalle, per difendermi da
questa vento leggero che maschio s’insinua sotto la gonna. Non avrei
parole da offrirgli, se solo pensasse che sono in cerca di un uomo o,
meglio, di parte di esso che mi soddisfi solo in mezzo alle cosce. Potrei
dirgli che è vero e finirebbe poesia, potrei ammettere che ha solo
ragione, e diverrebbe una prosa. E una femmina è femmina quando mente di
provare piacere, ma è ancora più femmina quando gode davvero senza
creanza, senza quel ritegno che di giorno la rende impenetrabile! Ma una
femmina è femmina quando la si fotte fin sopra i capelli, quando mente e
ragione s’aprono come una figa a questo maschio che stasera non avrebbe
trovato di meglio. Vorrei dirgli che non basta riempirmi di carne e
sbattermi contro questo cofano di macchina, se continuo a pensare che,
finito l’orgasmo, tutto ritorna al suo posto, che il mio sesso
d’elastico si ricompone come signora che s’aggiusta i capelli.
Mi
fotta più della misura del suo pene, più di quanto il mio corpo ne possa
contenere, mi spezzi il respiro quando cerco di riprendere aria e vada poi
oltre, fino a farmi pensare che davvero non valgo che nulla. Quanto questo
tergicristallo che mi taglia la fronte, quanto le sue mutande che poco
prima, sbadata, ho sporcato di rosso. Che mi faccia giurare che dopo non
vedrò i miei figli, me lo faccia pensare davvero, me lo ripeta ossessivo,
me lo ordini se la mia testa tentenna o il mio sesso si secca
all’istante. Che mi faccia pensare davvero che domani sarò troia e
mignotta senza pretendere altro, tanto meno che lui sia il mio uomo, o il
mio magnaccia di turno. O che mi tenga legata, annodata dai fili di questa
follia, per tutto il tempo che non gli affiori la voglia, o che mi faccia
bramare guardando il suo sesso mentre si rifugia stordito nelle alcove di
altre. E se solo per un attimo lo credessi davvero, che schiava di sesso
mi riservasse il destino, ringrazierei quel pene che m’ha raschiato
nell’intimo fino alle più remote ragioni delle mie membra profonde.
E
se solo per un attimo lo credessi anche dopo l’orgasmo lo guarderei
negli occhi per tutta la vita, finché luce mi permetterebbe di non
guardare nient’altro. Ma come posso spiegargli tutto questo!
Come potrei dire a questa bocca che mi dà saliva e calore,
che mi faccia credere puttana d’amore e di sesso incontrato per
caso tra le voglie di una notte qualunque. Non capirebbe che vorrei,
proprio perché non lo sono, proprio perché questa notte svanirebbe
all’alba dentro lenzuola che sanno di detersivo e digiuno. Come posso
con forza gridargli che non me ne frega nulla della sua considerazione,
che non sono qui per questo, perché l’uomo che ogni giorno mi dà
valore ed importanza dorme e russa appena di fuori fa buio. Che mi prenda
laddove mio marito non ha mai osato, mi scosti appena quel filo invisibile
delle mie mutande e faccia almeno finta, se la sua voglia è scemata, di
volermi oltre il suo sesso spremuto. Mi faccia credere con qualsiasi
oggetto che le passa per mano di desiderarmi ancora e per il tempo che
basta al mio sogno, lungo
questo viale che nel frattempo s’è affollato di uomini e di sessi che
dritti m’additano e mi pretendono. Oppure si faccia da parte, subito e
in fretta, e lasci il suo posto ad uno di loro, perché stanotte è dura
davvero e le mie dita, che indugiano dentro queste lenzuola, non sono
fluide e non sanno di maschio.
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