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Sospesa rimango a pensare nel sogno, che solo l’istinto mi
possa bastare, a dissetarmi alla foce dei tuoi occhi che fissi, sfasciano
le garze di pudore ancestrale. Sospesa rimango e ti faccio bisogno, mentre
distante ti sento l’odore, come un gallo che urla scalpita e raspa, e si
sazia di penne e si sazia di piume, mentre guarda la coda che bianca disformo, perché davvero ci credo di essere bella, finché distante
t’invoglio e rimani a guardarmi.
Sospesa mi lascio rapire dal nulla, perché io non ti tocco
e tu non mi tieni, e i baci che sento sono soffi di aria, che m’alza la
gonna e m’asciuga le gambe. Rimani distante rimani seduto, perché di
null’altro potresti avere bisogno, che appagarti al calore di chi t’illude
alla voglia, ma rimani distante e lasciati andare, perché quel mistero che
da anni non sogni, non diventi di colpo carne e sudore.
Sospesa mi alzo la gonna leggera, in modo che sfumato tu
possa vedere, quel filo di perle che adorna il mio sesso, perché non c’è
altro non ci sono mutande, perché io ti invito con la mano del cuore, in
ginocchio a sgranarle come fosse un rosario, pregando convinto di toccarla
davvero.
Rimani distante rimani in preghiera, e prostrati al sogno
di svelare il mistero, lo stesso che ora si confonde nell’ombra, e l’odore
che senti è di fiore non colto, di terra bagnata i primi d’Agosto. Rimani
distante e sappi che in fondo, quello che vale è catturarmi l’essenza, che
se ora mi chiedi non saprei in quale punto, comunque distante da quello
che vedi.
Rimani distante rimani davvero, perché se tu fossi a due
passi dal sogno, non mi sentirei bella come ora mi sento, non ti saresti
aggrappato ad un filo sottile, di fiato e parole per sapere il momento.
Non sorprenderti ora se ti chiedo che questo, perché ti vedo che non stai
più nella pelle, e approveresti convinto ogni cosa che dico, perché leggo
i tuoi occhi che stanno pensando, che l’anima ha un volto un sedere due
tette, ha la forma dei seni scavati nel mezzo, la forma del vuoto aperta
di taglio, di bocca di labbra senza rossetto.
Non farmi domande a che servirebbero ancora, se quello che
cerchi è lasciarmi il tuo segno, e prendermi dove non è arrivato nessuno,
perché davvero se ora fossimo accanto, sarebbe una notte da incorniciare
in soggiorno, ma dopo che resta oltre l’alba più fredda, se non un nome
confuso nella notte tra gli altri.
Perché tu ti chiami Marco ed io Giovanna, perché in una
notte d’Aprile qualunque, ci siamo incontrati per un destino bizzarro, o
forse perché non avevamo niente da fare, quando dopo la cena mi hai
chiesto di Micky, il gatto siamese che non vedevi da anni. Sapevo sapevi
che c’era dell’altro, che la terrazza su Roma fa sognare davvero, e i
tetti e le antenne sono adatte per questo, a raccontarti tre anni di vuoti
e d’assenza, perché davvero ti giuro io sono cambiata, e quella che ero
s’è persa per sempre, e quella che ero s’è persa convinta, che il sesso a
riposo mi avrebbe permesso, di essere donna come sempre ho voluto.
Rimani distante non alzarti ti prego, guarda quel viale che
corre di fuori, e gli uomini in cerca di sesso di fretta, la vedi la donna
appoggiata ad un lampione, la vedi è soltanto una retorica pena, e non
desta interesse e tu nemmeno ti giri, perché quello che vende è un brodo
scaldato, perché quello che offre è a portata di mano. Che differenza
farebbe essere moglie o puttana, perché tanto non dirmi che c’è qualcosa
di altro, un sentimento che cova sotto la terra, e guarda caso poi esce
per caso stanotte, quando mi hai visto con la gonna leggera, e la macchina
in panne lontana da casa.
Non credo di inventarmi nulla di nuovo, e come le donne le
nostre nonne di un tempo, che portavano gli uomini a spasso per mano, fino
al giorno del sì per poi darsi convinte, di diverso c’è solo quello che
vedi, che sfuma in penombra e ti confonde l’oggetto, il punto preciso dove
sentiresti il possesso, d’una femmina pura che slarga il bisogno, ed ora
ti tiene incollato alla sedia.
Pensa Marco che al tuo posto c’è un vento che soffia, che
alle volte ti giuro basta ed avanza, per sentire che ormai sono libera
dentro, da ogni cosa che a punta si faceva padrone. Non era amore Marco,
se poi mi lasciavi come tutte le volte, a sognarti vicino dall’alba al
tramonto, a giurare che l’amore che voglio e che bramo, non ha sempre
bisogno di un letto disfatto.
Ecco vedi, è questo l’amore che voglio, su questa terrazza
tra le creste dei pini, ed io e te separati da questo tavolo tondo, su
queste sedie precarie di paglia di Vienna. E’ questo l’amore che mi posso
permettere, perché sicura domani mi chiamerai convinto, perché sicuro
domani mi chiederai di uscire, e ancora di nuovo per tutte le volte, che
mi domanderai sincero di Micky e mia madre, e come mi sento dopo anni da
sola. Ho imparato sai ad addormentarmi col buio, senza che nessuno mi
stringa la mano, riesco perfino ad affacciarmi in terrazza, a prendere la
metro nelle ore di punta.
Rimani distante non venirmi vicino, anche se ora ti alzi e
mi stringi la mano, io spero per sempre perché davvero ci credo, che
l’amore sincero non ha bisogno di sesso, che l’amore sincero è un
desiderio perenne, e mai smuore se si nutre di attese, e mai muore se
resta un bocciolo di rosa, perché quella che allora si schiudeva alla
voglia, non aveva mai tempo di dirti ti amo.
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