|
Come
posso sperare che domani sia un giorno normale, che il primo pensiero al
risveglio mi conduca ad occhi chiusi in cucina e il vapore della moca mi schiuda
le palpebre ancora appiccicose di sonno. Come posso pensare che questo giorno,
che lentamente finisce e m’avvolge come lenzuola di seta, possa scivolare
indifferente ed anonimo come il sudore sotto la doccia dopo una giornata di
lavoro. Come posso lasciarmi alle spalle quello che stasera è successo, o
meglio, quello che volontariamente ho voluto, perché nessuno m’ha puntato
pistole o minacciato di squartarmi fegato e cuore a piccoli pezzi. Eppure gli
affetti non mi mancano, ho una famiglia, dei nipoti che mi stringono il cuore
quando mi chiamano zia. Ho un cane che impaziente m’aspetta in giardino la
sera, con il muso schiacciato alla ringhiera e gli occhi fissi al cancello che
non guardano altro. Vorrei che tutto ciò fosse soltanto un maledetto sogno, un
incubo fuori orario che ti fa svegliare di soprassalto con il cuore che sbatte e
s’allarga oltre le ossa e la carne, ma che dopo un istante di ragione torna
tutto normale, perché nulla è successo e la casa, silenziosa e accogliente, ti
ripara dai tuoni e dal temporale che incombe di fuori su Roma. Vorrei che fosse
soltanto una brutta storia raccontata davanti ad una tazza fumante di the o un
film visto comodamente in poltrona magari con Rossella che spera e si rassegna
che domani è semplicemente un altro giorno.
Ed
ora cammino in equilibrio sopra un filo di sputo misto a sangue, che s’allunga
e s’incunea fino a sfiorare l’asfalto, che bagnato riflette strascichi e
pattume di una notte che meglio sarebbe riuscita senza varcare la soglia di
casa, che meglio comunque sarebbe passata senza avvertire questa maledetta
rivincita che adesso mi pento d’averla provata. Mi sento sporca di dentro e di
fuori, tra i capelli pieni di pioggia che colano lungo le spalle e a malapena mi
coprono quello che il vestitino nero da sera non potrebbe più fare. E con
questo seno nudo e sfrontato vado incontro a quella luce sbiadita che da lontano
m’orienta e mi conduce dove altrimenti non saprei dove andare. Eppure questi
sassi, quest’acquedotto che sa di antica Roma e corre lungo la via mi sono
stranieri, come questa luna che ocra riflette, non è il profilo che io conosco,
la parte che mi culla e mi rassicura la sera prima che il sonno mi rapisca la
mente. Nulla m’è più familiare, tranne quella luce stinta e scolorita che ad
ogni passo si fa più mistero, come due occhi truccati di ombretto e mascara
dentro un chador.
Prima
di uscire ero in casa con la tavola ancora disordinata di molliche di pane e
d’avanzi, quando un’impazienza scomposta ed improvvisa m’ha fatto sentire
più inutile di un gelato d’inverno, come se fuori il mondo girasse e godesse
quello che non m’era più permesso, come se il mio ex marito stesse scopando
con la sua nuova compagna, come se il mio amante attuale stesse apprezzando il
culo formoso di sua moglie in cucina, come se i miei organi interni avessero
all’improvviso cambiato di posto. E con il cuore in gola e la vendetta nel
cervello ora faccio fatica a razionalizzare momenti dove la ragione non ha
voluto mettere piede, nemmeno per indicarmi l’ora sconveniente dell’orologio
sulla parete del bagno mentre m’abbellivo e mi coloravo per farmi più
identica all’idea criminale che mi frullava nella mente. Semplicemente non
sopportavo che il mondo fosse libero di godere privo di quegli ostacoli che
invece la mia mente erigeva nelle tante occasioni, che il mondo in
quell’istante stesse disperdendo fiumi di sperma e liquidi lubrificanti di
femmine che allargavano le cosce e gridavano senza problemi il loro piacere.
Come la mia vicina di casa che in quel momento la sentivo aggrapparsi alla
spalliera del letto o alla maniglia della finestra e gemere indecente sotto i
colpi di un pene di nascosto da suo marito a Milano per lavoro. Avvertivo un
bugiardo fremito affilato di caldo che risaliva lungo la schiena fino a
riscendere davanti, appuntendo i miei seni e gonfiando più in basso il mio
ventre, ma che tuttavia sarebbe rimasto tale senza farsi fragore ed orgasmo.
Lo
sentivo, misto a dolore, farsi strada tra le mie viscere fino a ferirmi la mia
parte più fertile che s’apriva spontanea ed obbediente all’idea folle di
uscire ed andare per provarne ancora una volta l’effimero abbozzo di piacere,
senza per altro avere in mente uno straccio di dove, un pezzo di mondo per non
essere anonima. E più mi guardavo allo specchio e più mi illudevo che non
c’era nulla di male prendere un taxi ed andare incontro alla sera, incontro
all’idea disperata che in quell’istante non era altro che un’ombra, che
inconsistente prendeva via via forma e colori, bellezza e sensualità, e
semplice voglia di passare una vera notte. Ma sapevo che tutto ciò era soltanto
un sogno, era soltanto un altro maldestro tentativo per rimanerne delusa, per
ricacciarmi nelle ombre frigide della mia mente che mi spezzavano, nel momento
migliore, ogni velleità di provare piacere e di essere femmina tutta. Avrei
potuto chiamare la mia amica Silvia che sicuramente m’avrebbe presa per pazza,
ma quel numero di telefono sbatteva violento tra le pareti del mio cervello,
quel numero di nove cifre che per un caso fortuito ne ero entrata in possesso.
L’ho composto, per la prima volta, come un pianista inesperto ripassa un
solfeggio, fino a che una voce dall’altro capo del filo, ha smolecolato, come
aspirina dentro un bicchiere, anni di pianti e ragioni, stati d’animo
impotenti di rabbia e depressione che ancora oggi mi tornano violenti senza
preavviso. Non so perché proprio lui, tra i tanti uomini svegli a quell’ora,
ho deciso di sfidarmi e di sfidarlo senza che nemmeno un pizzico di coscienza mi
sia venuta in aiuto.
L’ho
trovato seduto mezz’ora dopo al primo autogrill che s’incontra in autostrada
per Napoli, intento a fissare la porta dove prima o poi sarei riapparsa dopo
anni e tanti tagli di capelli, domandandomi se quello attuale fosse stato il
migliore. Nonostante gli anni era identico alla foto del giornale che
gelosamente conservavo, chissà perché poi, dentro un libro di Sibilla Aleramo.
Prima d’allora non avevo mai visto quella faccia in carne ed ossa, non avevo
mai avuto la curiosità di vedere chi nel tempo portavo ancora dentro
provocandomi nausee che nessun vomito m’avrebbe potuto liberare. Ed ora lì di
fronte, mi sorrideva come un amico che non vedi da tempo, come un padre pentito
d’aver abbandonato la famiglia, come un uomo che non ha ancora capito se è
arrivato il momento di allungare le mani. Avrei voluto chiedergli perché
proprio io, perché tra le tante donne che si fermano per un caffè aveva
adocchiato proprio me. Forse per i miei tacchi che ancora m’ostino a portare
alti, o per le mie gambe dritte e perfette che tutte m’invidiano, o perché,
semplicemente, avevo un’aria da preda, da cagna che è lecito, nella mente di
un maschio, abusarne senza troppi convenevoli.
Non ero più bella di altre, non
ero più provocante di tanti altri giorni quando cerco un parcheggio o salgo su
un aereo ed accavallo le gambe. Perché proprio quella sera? E poi m’aveva
seguito per centinaia di metri, tra le macchine in sosta, lungo il piazzale
coperto di neve, senza perdermi di vista, senza distogliere quell’idea fissa
che si stava facendo violenza e sopruso verso chi ignara non pensava altro che
tornarsene a casa, farsi una doccia bollente e telefonare a mio padre come tutte
le sere. Non feci in tempo ad aprire lo sportello della mia macchina, non feci
in tempo a rendermene conto che due braccia strette a morsa mi stavano
sollevando e scaraventando dentro un camion pieno di pneumatici. Quell’odore
di gomma m’è rimasto per anni appiccicato nel naso misto a quel sudore
stagnante di uomo che mi tappava la bocca e mi deturpava la carne intima ed
arida. Ma nessuno m’avrebbe potuta sentire, ed infatti non gridai
assecondandolo in tutto e per tutto al punto che un poliziotto per caso avrebbe
potuto confondere uno stupro con un atto d’amore. Non sono svenuta, non ho
cercato di scappare ed ancora adesso mentre guardo quelle mani, le stesse mani
d’allora, mi domando come è stato possibile non provare paura, anzi essere più
generosa che con mio marito o con il mio amante d’adesso che mi consuma le
membra e mi devasta il cervello senza per questo provare il minimo orgasmo.
Dopo
quell’episodio non sono stata più me stessa, non riuscivo più a distinguere
il male dal bene, una carezza da un rimprovero, un rumore di casa da un
imminente pericolo, finché ho divorziato da mio marito e da tutte le persone
che in qualche modo volevano solo essermi d’aiuto. E’ stato un ragazzo,
timido e paziente, appena laureato che sapeva di Jung e di Fromm che mi m’ha
ricondotto alla vita, a respirare di nuovo a pieni polmoni e ad occhi chiusi in
mezzo alla gente senza per questo sentirmi minacciata. Ma qualcosa dentro me non
è mai tornato al suo posto, quel senso di ingiustizia, che nessuna ribellione
può cancellare definitivamente, cova libero ed autonomo tornando nitido ed
indistruttibile quando amo veramente. Nemmeno la notizia che il mio violentatore
fosse stato condannato alla pena di morte o avesse subito lo stesso servizio
m’avrebbe in qualche modo ridato fiducia e debellato quella sottile sensazione
di sporcizia che inutilmente cercavo di lavare con forti dosi di sapone e colpi
di spugna.
E
questa sera avevo deciso quello che nessun strizzacervelli, a costo di
rimetterci faccia e carriera, m’avrebbe mai potuto consigliare, quello che
neanche la stravaganza della mia amica Silvia avrebbe potuto pensare.
Desideravo ardentemente ritornare nello stesso autogrill in compagnia del mio
assassino e ripercorrere lo stesso percorso fino ad entrare nello stesso camion
respirando l’identico odore di gomma. Volevo solo risucchiare volontariamente
nella mia carne quell’essere per non sentirmi più sporca, per eliminare quel
ricordo di schifo dell’unico maschio che m’aveva penetrata senza il mio
volere. Lo confesso, non cercavo altro che questo! Dare un senso a quella
violenza estemporanea ed insensata che era appesa nei miei ricordi senza un
inizio ed una fine.
Dopo
il primo imbarazzo ho cercato di spiegargli le mie intenzioni, raccontargli come
la mia vita interiore s’era fermata a quella notte, ma la sua rozza cultura
aveva semplicemente recepito che a breve m’avrebbe scopata, m’avrebbe
riempita, come quella volta, di potere, violenza e liquido caldo, perché
nonostante gli anni passati, polizia, tribunale e foto sulla pagina di cronaca,
s’era convinto che m’era solo piaciuto e, in qualche modo, di essere
l’unico uomo che m’aveva soddisfatta. L’ho lasciato pensare come meglio
credeva perché i miei propositi erano altri e perché non ci sarebbe mai stata
un’altra volta. Avevo la tremenda paura che mi potesse dire di no e per questo
cercai di non opporre resistenza quando, tra la folla notturna di automobilisti
e signore, la sua mano di camionista risalì sotto il vestitino di seta, fino a
centrarmi con un dito il piacere. La muoveva sicura come un padrone accarezza la
sua cagna, giocando con il filo delle mie mutande e queste stupide cosce
remissive che lo lasciavano fare. La muoveva forte e sicura mentre la sua voglia
bene in vista lievitava attraverso i pantaloni, e senza pensarci due volte,
s’alzò di scatto e, cingendomi stretti i fianchi, mi condusse nel piazzale.
Ma non c’era nessun camion, nessun odore di gomma, soltanto una fratta di
spine bagnata che m’inghiottì senza opporre resistenza. L’ho accolto in
piedi e sfacciata implorandolo di usare lo stesso impeto, la stessa carica
trasgressiva ed assassina di quella volta quando interruppe per sempre il mio
piacere. E come in un film rivisto più volte, sotto la pioggia battente, m’ha
rivoltata ed obbligata a carponi a muovere il mio di dietro per assaporare il
potere che lì a poco m’avrebbe di nuovo fatto assaggiare. Mi disse che in
tutti questi anni non s’era mai pentito di quello che aveva fatto e che questa
sera era la prova provata d’avermi fatto un favore e la conferma del bene che
m’aveva voluto prendendomi senza consenso.
Non s’era sbagliato! Se avessi avuto una coda l’avrei sicuramente
sollevata per dargli il segnale inconfondibile d’essere pronta a rimuovere
l’idea che tutti i maschi sono cattivi, partendo dallo stesso maschio che
m’aveva resa insicura. Così fece. Senza farsi pregare affondò quel muscolo
ritto ed imbecille tra la mia carne che s’era fatta capiente e obbediente a
l’unico, che la mia pazzia pensava, avrebbe potuto ridarmi quel piacere
sottrattomi per anni.
Mentre lo trattenevo dentro di me pregandolo di non
essere egoista, mi costrinse senza nessuno sforzo a dirgli che in quel momento
lo amavo davvero, e che nella mia vita non c’era stato altro uomo come lui. Mi
ordinò di rimettermi in piedi senza lasciare la preda che dentro di me si
muoveva orgogliosa come un ossesso, e di avanzare lentamente fino a che la
fratta non nascose più la mia vergogna. Ubbidii senza fiatare anche quando
spazzini e commessi viaggiatori sentirono le mie grida inconfondibili
giurare che nessun altro maschio m’avrebbe provocato così tanto piacere. Si
trattenne come un ospite invadente per non so quanto tempo fino a che rotolammo
e c’infangammo su un prato all’aperto. Lo pregai di strapparmi i vestiti, e
come aveva fatto quella volta di non avere alcun riserbo a cercarmi oltre la
lunghezza del suo piacere, oltre la larghezza della mia voglia capace in quel
momento di contenere qualsiasi diametro di bassezza umana, e di aggrapparmi
all’unico tentativo valido che la mia mente malata aveva prodotto. Ed in
effetti andò oltre strofinando la mia faccia per terra e confondendo lacrime e
pozzanghere, e picchiando col suo sesso come martello pneumatico dentro la mia
parte di femmina invasata ed
assetata di voglia e vendetta. Ora era veramente al limite, sentii
inconfondibili torbide gocce del suo piacere bagnarmi dove non ero ancora
pronta, ma lo pregai di non cedere all’istinto, di continuare ad essere
maschio come s’era comportato finora. Lo vidi stringere gli occhi e rituffarsi
a capo fitto per non essere da meno, mantenendo il suo sesso duro e il suo
desiderio di potenza inalterato. Gli urlai che al minimo cenno di debolezza me
ne sarei accorta e sarei fuggita lasciandolo inesploso. Stupito che una donna
potesse godere fino a quel punto mi domandò come potessi essere ancora così
viva ed insaziabile da chiederne ancora. Passò altro tempo rincorrendomi e
scopandomi ogni volta che riprendeva fiato finché avvertii da molto lontano
quella voglia di femmina inconfondibile sopraggiungere d’impeto e farsi,
finalmente e dopo anni, orgasmo e grida, e farsi pelle, sesso e cervello fino a
sentirla esplodere nelle gambe rigide, sull’attaccatura dei capelli e toccando
tutte le parti del mio corpo che per anni ne erano state private. E tra le urla
scomposte risi e piansi contemporaneamente senza nessuna intermittenza, senza
nessuno stacco che ti faccia capire il prossimo stato d’animo. Ero
semplicemente contenta che la mia vendetta era finalmente ad un passo dalla
meta. E lontano dall’insegna gialla dell’autogrill trovai, non so quanto per
caso, una pietra ben appuntita. Fu un attimo, pensare, prendere la pietra,
spaccargli il cervello e sentire il sapore del suo sangue che misto a pioggia
m’invadeva naso e bocca. Ora poteva morire, ora e soltanto ora non c’era più
nessuna ragione che lui vivesse. L’ho colpito ripetutamente anche dopo che i
suoi occhi schizzarono fuori dalle orbite, anche dopo che il suo sesso, rimasto
rigido, si è spezzato liberandolo, nell’unico modo di cui era degno, del
piacere acido che ancora una volta m’avrebbe voluto depositare.
Ed
ora davanti a questo riflesso di luna ocra che m’infastidisce e m’illumina
le mani striate di sangue mi sento libera e per nulla pentita. Ma giuro e piango
lacrime rabbiose pensando che, per arrivare dove per anni sapevo, niente m’ha
fatto più male che ripercorrere passo dopo passo quel percorso obbligato di
fare l’amore col mio violentatore.
|