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Non giudicatemi male, non scaricate la vostra morale sopra
questa carne indifesa, non scatenate i vostri principi, come conati
di rifiuto, sopra questa donna che non conosce ancora fine e certezza. Vi
prego, non v'arrestate alla sola visione d'avermi trovata in simile stato,
in piedi e pressata, come prosciutto e maionese, da questi due che
imbottisco e m'imbottiscono. E se la vostra coscienza può attendere, non
giudicatemi prima del tempo, prima d'aver letto ogni riga, d'aver carpito
ogni scena, e dietro di essa ogni risvolto di questa trama uscita chissà
da quale vena di sincerità. Aprite i vostri cuori come fate con i vostri
di dietro davanti al potere, come fareste nelle situazioni dove non avete
altro da offrire, altro da barattare se non il valore, mai riconosciuto,
delle vostre convinzioni traballanti. Anch'io un tempo ero come le vostre
mogli, o come pensate che siano fino a quando non rincasate ad un'ora
imprevista o state in un posto dove non dovreste essere. Proprio così, specularmente identica ad ognuna di loro, piena di fede e fedeltà, casa e
famiglia, casta e pura, così trasparente che non c'era apparenza ad
impedire di leggermi fino ai pensieri profondi.
E mi trascinavo nei giorni affidandomi ai valori sinceri
dove la ricerca costante di essere utile agli altri si dilatava al punto
di trascurare me stessa. E come le vostre compagne, mi riempivo di
disponibilità e abnegazione nel servire ed essere servita, nel cercare
comunque le cause laddove ragione non era evidente. Ed il dovere m'ha
preso la mano fino a farsi cartilagine e sangue, fino a ridurmi a pensare
che l'infelicità degli altri fosse dovuta unicamente alle mie mancanze e
difetti. E succhiavo forza ed energia nelle piccole pieghe, come
nell'orgoglio d'aver risparmiato qualche spicciolo al mercato, nel veder
mio marito soddisfatto davanti ad un piatto di polpette o mentre indossava
camicie appena stirate.
Anch'io, come penso delle vostre mogli, andavo a prendere
mio nipote a scuola con la premura di fare tardi e la pazienza
d'insegnargli le addizioni con la frutta di stagione. Ma un giorno mi
accorsi che quel mangiare di gusto non riempiva per nulla il mio cuore,
come del resto zelo e devozione appiattivano le giornate, gonfiavano
l'abitudine e non giustificavano il fatto che io respirassi valutando me
stessa sulla base della considerazione che davo agli altri. E come di
giorno, la notte m'avvolgeva identica, misurando il mio benessere su come
e quanto mio marito era riuscito a godere. Ma ogni volta m'arrendevo più
tardi, nel letto o appoggiata al davanzale, sentivo quei baci, quelle
carezze sui seni lontani, di quanto distanti già non fossero dal mio
cervello. Ed il contatto con la sua pelle non lasciava strascichi
d'emozione, non mi dava quella spinta che in altri momenti sarebbe bastata
da sola a riempirmi d'eccitazione e sciogliermi in orgasmi anticipati.
Tutto era rallentato, tutto era scontato come la pioggia che bagna la
terra o il vento che asciuga lenzuola. Non capite male vi prego! Non
voglio essere assolta se per qualche inspiegato motivo dovrò per forza
essere giudicata, magari lungo la superficialità, e me ne rendo conto, che
i vostri occhi v'impongono vedendomi stretta tra carne e fiati di chi
meccanicamente sta facendo il proprio dovere. In chiesa nelle feste
comandate, come nelle riunioni tra parenti nessuno avrebbe mai pensato che
dietro quella donna irreprensibile, dentro quei vestiti grigi si
nascondessero fiamme ed inferno, che nessun paradiso, nella sua più
benevola tolleranza, avrebbe mai accolto.
Nessuno poteva immaginare quanto tutto mi andasse stretto,
e quanto nelle mie cosce, nelle mie tette si concentrassero
insoddisfazioni e bisogno di essere altro. Avrei potuto accontentarmi di
ciò che altre non avrebbero chiesto di meglio, di ciò che sarebbe stato
sufficiente a giustificare il corso di un'esistenza. Ma tutto ciò non
faceva parte di me e mi sentivo accomunata a coloro che per soddisfare il
proprio povero essere fanno incetta d'avere e possesso perché in
nient'altro trovano appagamento. Come una bella di giorno o una di quelle
che davanti o dietro si fanno riempire di ciò che non hanno. Non
fraintendetemi, non sto cercando scuse e pretesti d'avermi scovata in
questo squallido posto che sa di polvere e solitudine, di ascensori che
salgono insieme e scendono da soli. E' solo che in questo albergo ci passo
pomeriggi interi ad aspettare, ore viziose di asciugamani intatti e
moquette celeste per colui che mi riempia di soddisfazione e stimoli con
la sola sterile speranza che mi trascini viva perché da nessuna parte di
questo mondo ne ho trovati altrettanti. E consumo sigarette e trucchi per
il solo gusto d'avere un'altra vita, un'altra faccia, perché quella che mi
guarda allo specchio non m'assomiglia per niente. Tra poco arriverà e mi
inonderà di gioia e compagnia, e senza parlare mi riempirà la bocca perché
altro non potrei dire, perché altro, ripiena in quel modo, non mi sarebbe
consentito di fare.
Ho tradito mio marito, lo tradisco senza più domandarmi
perché, senza più domandarmi come potrei stare ora senza un amante, perché
da mesi e da anni non è più successo di passare un pomeriggio da sola. Ma
allo stesso tempo mi guardo allo specchio di questo bagno rosa e nero, di
queste mattonelle romantiche e misteriose che sono la sintesi di quello
che ho sempre cercato. Mi dicono amore e quello mi basta, senza mai
domandargli perché dopo il gioco tutto svanisce, e l'amore diventa doccia,
pantaloni, scarpe che s'allacciano in fretta e poi ascensore che scende.
Ho solo un banale bisogno che qualcuno mi chiami per nome, che m'avvolga
di pelle e considerazione e mi faccia volare dove ogni cosa è contrasto,
dove il sogno s'avvera e continua perché niente d'uguale incontra nemmeno
per caso. Non ridete di me! Vi prego, non sono una bambina che trova linfa
e vita nei fotoromanzi fino ad illudersi di ricominciare daccapo e vivere
una storia improbabile come se un contatore virtuale potesse azzerare
precedenze e passati. Semplicemente che mi chiamassero amore! E solo
dentro di me, perché è lì che ne ho bisogno, costruirei ponti che
attaccano isole, mete e continenti attraversandoli senza la paura del mare
che si fa oceano e burrasca, nausea e vomito. Perché il mare ce l'ho
dentro, nel cuore, ed è, né calmo né piatto, ma solo tempesta che travolge
fegato e cervello, tv, famiglia e divano fino a sciogliersi nel ventre. In
questo ventre burrascoso che ha bisogno solamente di qualcuno che riduca
la distanza delle pareti, e calmi questo male di vivere che fa domande e
non avrà mai risposte finché non esaurirà anche l'ultima domanda. Tradisco
per amore e per sesso ed alle volte, quando mi chiudo la porta di casa
alle spalle, mi trovo a non aver pietà di chi m'ha consentito di ridurre
la mia vita a commedia, di chi m'ha permesso d'ingannarlo senza opporre
resistenza, di chi mi permette di calcare ancora la scena come sto facendo
in questo momento. E dargli un bacio sfuggente con l'ansia e la voglia che
quella sia la volta buona, che l'odore di sesso di maschio s'insinui nei
suoi dubbi o che, semplicemente, se ne accorga gridandomi di rabbia
spontanea e finalmente ribelle, dandomi della troia, vacca o qualcosa di
simile perché altro non vorrei che in quel momento dicesse.
Non ho mai battuto la strada perché, per dire il vero,
nessuno me l'ha mai chiesto e perché, comunque non ne avrei avuto il
coraggio di strusciare gli zoccoli lungo il travertino dei marciapiedi
quando la notte ha pietà di te e ti avvolge di nero e decenza. Ma la mia
ricerca di libertà, la mia voglia d'uscire fuori dai giorni anonimi
m'avrebbe spinto anche a questo, anche a desiderare quel vento freddo che
ti spacca la pelle e ti arrossa le cosce. E ti trovi ad offrire sfacciata
piacere, ad offrirgli quella parte di femmina adatta a far nascere vita,
ma che in questo preciso istante si bagna e s'annacqua nell'attesa che
ingrossa tette e respiro. Sento l'ascensore che sale, porterà coppie che
cominciano ad amarsi per voglia e per il tempo che poco rimane. Oppure
sarà lui! Ma sento più voci, forse saranno in due, sarà in compagnia di
quell'amico che nelle volte recenti s'è intrufolato nella fantasia dei
miei seni e nelle fasce dei suoi muscoli che mi penetravano più duri. E
nel momento che la voglia sale al cervello ed annebbia vista e ragione,
sono sicura d'averglielo detto, d'avergli giurato che il solo suo sesso
non sarebbe bastato a spremermi l'ultima goccia che come coscienza intatta
rimane attaccata alle membra. Sono in due, ora ne sono sicura! Mi
chiameranno ambedue amore, e per nome m'inviteranno a sdoppiarmi per dare
e ricompormi per ricevere.
Fermi là! State giudicando! Perché prenderne due insieme
non è morale, perché due che ti scopano e ti scopano bene non è ammesso, e
solo chi non prova amore, come una puttana, può degradarsi fino a tanto,
fino a confondere il bene al piacere, l'amore alle voglie che liquide
escono. Ebbene si , mi fotteranno davanti e dietro e contemporaneamente mi
scosteranno le mutande, che non so per quale strano motivo ancora le
porto. E chiederò solo un po' di delicatezza perché di più non saprei cosa
chiedere quando si è soddisfatte totalmente senza lasciare alla fantasia
quello che la realtà lascerebbe intatto e vuoto. Eccoli stanno entrando,
il suo amico è in giacca e cravatta e dice di fare presto, credo che abbia
un appuntamento. Io sono di spalle e lo vedo appena mentre abbassa la
cerniera senza nemmeno guardarmi, senza nemmeno costatare quale fisico,
quale fattezza avvolge quel buco che sta penetrando. Il mio amico è di
faccia e si prende la parte che scivola senza attrito e contrasto. Ed io
sono alle stelle, li sento esperti e senza fatica che mi colmano di
considerazione come un solo uomo non potrebbe mai fare, come qualsiasi
maschio non potrebbe mai dare. E mentre in sandwich mi pompano e
m'affogano nel mare del bisogno, si guardano in faccia e parlano di
bionde, di more e di donne che stasera godranno i loro favori, che stasera
qualcuna a carponi abbaierà alla luna. Ma non l'interrompo, non vorrei che
rallentassero quell'impercettibile niente che il mio corpo avvertirebbe
come brusca frenata, come sosta forzata che allontana la meta.
Eccoli, li sento, ora sono più veloci perché devono fare in
fretta, mi infilano a ritmo e simultanei senza perdere colpi, e mi saziano
senza sapere quale parte di me reclama ancora piacere e quale invece
s'assopisce obbediente. E mi montano sempre più forte fino al punto di
toccarsi con i loro sessi dentro il mio corpo, fino al punto d'impazzire
di sostanza e materia perché altro non servirebbe per costruire ponti ed
autostrade. E qualcuno di loro mi raschia le ossa mentre l'altro affonda
nella morbida carne che si stringe ad elastico per sentirlo più grande. E
mi fottono per avere ragione di questo corpo che sta lì per venire, che
sta lì per alzare bandiera perché i colpi diventano sempre più maschi,
incessanti. Ed ora li sento alternati, si sfasano e s'allineano, senza
lasciarmi un attimo di pausa, e mentre uno esce l'altro affonda senza
lasciarmi per un attimo vuota, per un attimo priva di questo dovuto che
reclamo con tutta me stessa. Tra poco tutto finirà, il denaro è già nelle
loro tasche, come le gocce di liquido che comincio a sentire, ma non
voglio che tutto finisca con una fine, non voglio farmi vedere ai vostri
occhi appagata, perché comunque domani sarebbe lo stesso. Voglio che tutto
rimanga in movimento, che s'abbassino le luci mentre ancora i loro membri
si nascondono ai vostri sguardi, nel piacere del mio corpo che ancora può
offrire. Voglio che ora, soltanto ora, non proviate pena per me, perché io
sto bene e non potrei stare meglio, perché solo ora la consapevolezza del
mio essere si rischiara nella luce del piacere che provo. Ora
giudicatemi!
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