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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

Oltre la grata c'è il mare

MODELLA Angellore    FOTO Paolo Gualdi

 

Sono sola, se muoio adesso nessuno stasera mi terrà compagnia. Questa grata m’impedisce di uscire, questa finestra troppo in alto m’impedisce di vedere, ma lo so che c’è il mare, lo sento non è poi distante, ogni tanto qualche sparuto gabbiano si ferma e riparte all’istante, non mi degna di uno sguardo, non ho niente da offrirgli. Sento delle voci, parlano una lingua straniera, danno calci sui muri ogni volta che tento di riposare, e poi ancora voci, arabe, maschili che fanno paura di giorno. Stanotte sarà la prima notte, non voglio ancora pensarci, ho paura degli insetti, di chiunque apra la porta e mi ordini senza ragione, perché la ragione ha un senso solo quando esiste decoro. E la dignità o qualcosa di simile l’ho persa strada facendo, inseguendo questa  crepa sul muro che sbatte al soffitto e scompare oltre la porta e mi riporta nella mia città, al mio lavoro, ai miei vestiti leggeri per tutto l’anno, ai miei capelli freschi di shampoo. 

Ancora giovane e bella, anche se sono passati soltanto dei mesi, aspettavo il mio principe azzurro, che, sorpreso per non avermi incontrato prima , mi accettasse per quella che ero. Apparentemente sopra le mie lenti a contatto riflettevano spensieratezza e voglia di vivere, ma dentro covavano rimpianti e rimorsi di delusioni provate a catena. Si ammassavano nelle tante occasioni uomini piccoli, o grandi soltanto una notte, oppure non fatti di niente, perché niente era pur sempre qualcosa. Mi sentivo come l’acqua che scorre in cerca di una bottiglia per prendere forma, ma ogni giorno il tragitto non si fermava che al mare. Vivevo in una mansarda in centro, affittata momentaneamente da un mio amico fotografo che al tempo lo davano dalle parti dell’India, quando una sera in un vicolo buio fui rapita dal mio assassino. Vidi soltanto due occhi tra il viola, l’azzurro e il marrone e come sotto ipnosi tracimai in un attimo la mia vita passata, i sogni rimasti notturni e i desideri che non hanno mai avuto una forma. Lo annusai più volte, sapeva di pelle e di creta, e mi abbandonai nelle ore del primo mattino senza pensarci nemmeno una volta.

Era affascinante il mio francese, Alen o qualcosa di simile, e senza un cognome, un lavoro, un passaporto girava il mondo facendo l’amore perché altro non sapeva fare, perché di meglio non poteva esserci altro. Si stabilì nella mia mansarda come se ci fosse sempre stato, come se i tanti letti scaldati l’avesse ridotti a cenere nei suoi ricordi. Alla sera tornavo a casa dall’ufficio con il fiato grosso, per le scale a quattro a quattro e per il dubbio che lui ci fosse ancora. Nel suo italiano incerto mi raccontava di storie slegate che non finivano mai bene, mai un legame, un affetto, una famiglia, un gatto, un biscotto che finisce nella tazza del latte, ma soltanto furbizie e tirare a campare, mezzi, modi e schifezze per arrivare fino a domani o farsi passare i crampi della fame.

Oddio, una specie di sentimento lo avvertivo quando le parole incontravano il mare, come questo mare che sbatte e fa rumore oltre la grata che non posso più vedere. Solo gabbiani che gracchiano e hanno fame e questa brezza che entra, ma è umida e fredda e non fa per niente piacere.

Trascorsero pochi giorni o forse un po’ meno, e devastata dal quel fascino intrigante e latino mi accorsi come la mia vita fosse solo un susseguirsi di preoccupazioni ed insicurezze. E così lo seguii perché non avevo radici e nemmeno un geranio da annaffiare. Trascinata da quell’uomo che cercava solo aria nuova da respirare mi trovai senza più i miei vestiti leggeri, il rossetto in tinta, la calza alla moda e soprattutto senza più quel lavoro che finora mi aveva dato vita, ruolo e sostegno. Nella toilette di un treno di notte varcammo la frontiera e poi ancora rotaie e binari fino a una città che parlava francese e sapeva di mare. Alloggiammo in una pensione che chiamarla a quel modo non rende l’idea, simile a questo buco dove sono reclusa, puzzava di piscio come i gabinetti per strada. Bastarono poche ore per rendermi conto di dove fossi finita, ma amavo quell’uomo e il suo sapore di delinquenza, che ogni giorno purtroppo diventava sempre meno mistero. Conosceva il posto e non ci pensò due volte a farmi sentire di troppo, una povera scema che viveva solo in attesa del suo ritorno. Andava e veniva senza nessuna ragione, intento in traffici di ogni genere che il mio cervello di gallina non poteva fiutare. Ma le volte che si concedeva era perfetto ed amante, lasciandomi quel senso d’incompiuto, dove aspettavo solo di ricominciare. Tornava leggero e potente come il raggio viola, azzurro e marrone dei suoi occhi, che mi spaccavano come un laser o come il coltello che geloso custodiva nel fianco.

Passò altro tempo, non mi accorsi che venne Natale, finché mi confessò che aveva giocato alle carte perdendo i suoi ed i soldi del capo; voleva scappare, fuggire di nuovo, ma questa volta da solo, senza questa palla al piede che, a suo dire, l’aveva fatto innamorare. Perché chi è innamorato fa cose avventate e tutto il resto non ha ragione e governo, importanza e controllo. Mi sentii in colpa e persa, finché mi indusse ad aiutarlo con la sola merce che potevo offrire. E vennero uomini d’ogni tipo e misura, slavi assassini e colombiani che sapevano di coca e frontiera; bambini arabi con la faccia da vecchi, turchi di montagna e ucraini di mare che non avrebbero rispettato neanche le figlie. Ogni giorno e ogni notte dentro quella stanza che puzzava di piscio e di sesso maschile mi prendevano come gli garbava al momento, insaziabili sessi imbottiti di sangue in astinenza per mesi di mare. Nel sesso vero di donna scaricavano voglie, fantasie e frustrazioni per lungo tempo covate dentro cessi di nave o miseri buchi maschili. Senza più regole gli offrivo di tutto, perché il mio corpo ridotto a carta velina da solo non  sarebbe bastato a spegnere quei deliri, fino al punto di legittimare quella miseria di soldi che comunque erano l’unico obbiettivo. Alen, come un sole che sale e tramonta, veniva al mattino presto e alla sera sul tardi, sempre a corto di soldi mi incitava a fare meglio, oltre i limiti evidenti di quel corpo viola e carico di mestiere che solo una fertile fantasia poteva ancora gradire. Voleva essere il primo a cogliere la voglia e l’ultimo a finirmi, e rispondevo ai suoi desideri come se fosse la prima volta, come una vergine tremante e curiosa aspettavo impaziente conservandola incontaminata d'amore

E passarono ancora giorni e mesi e russi e polacchi, finché mi resi conto con dolore e vergogna che il mio sesso non avrebbe mai potuto sanare quel debito, che il mio senso di colpa, chissà perché poi, non avrebbe mai colmato quel vuoto d’aria densa di sale, bestemmie e richieste ossessive. Alen diradò le sua presenza e il suo amore, finché la padrona della pensione impietosita da tanta fatica, mi confessò che quei soldi guadagnati a forza scivolavano nella borsetta di una vera puttana, di quelle che potevano offrire quanto io non potevo. Un giorno la vidi dalla finestra della pensione, appoggiata alla muffa del muro davanti che faceva contrasto. Era bella davvero la puttana di Alen, con rossetto di fuoco e le calze di seta, con lunghi capelli lavati da poco e unghia laccate pronte a graffiare.

Ora sono qui che piango lacrime vere, e piango me stessa e il mio bel francese, ma quel coltello era troppo a portata di mano quando quella mattina m’infilò il suo sesso. E mentre contemporaneamente lo trafiggevo alla schiena lo sentii irrigidirsi e mi fece godere, ma a lui non  rimase il tempo per farlo.

Poi tutto un ricordo sbiadito, polizia, giustizia e domande straniere. Ho detto sempre sì, perché chi muore ha sempre ragione, ed io sono morta d’amore varcando la frontiera e inseguendo il mio assassino.

E ora sono qui sola, oltre la grata c’è il mare, oltre il mare la vita che non m’è permesso più giudicare, se muoio adesso, stasera nessuno mi farà compagnia.  

 

 
     
COMMENTI DALLA RETE
 

Bellissima questa tua storia Eva: straripante di dura violenza, di amore tanto profondo quanto l'odio. Scritta con grande abilità e originalità. Sei sicuramente una delle voci femminili più interessanti DANIELA

Bello, maledetto....e subito?... Sì...appena ho visto che era dello stesso autore ... letto poco fa ...subito mi sono buttato. Devo dire che l'effetto che provoca nel lettore è diverso: ansia...disagio.. atmosfera quasi opprimente.. Molto ben gestita la narrazione, attraente,scorrevole. FABIO
Sei affascinante, pur nella turbolenza della tua vita, che riesci ad esternare con una facilità quanto ingorda è la voglia di leggerti fino in fondo quando si inizia. FRANCESCO
Inquietante, affascinante, triste, inesorabile. Che altro dire? Brava!!!!! FEDERICO
ha il sapore di 
di una storia d'altri tempi con l'innocenza che il ricordare porta con sé. Mi lascia perplessa l'ultima frase. Non aggiunge niente, mi pare che il racconto possa finire a "assassino".
Betta 
Storia narrata con passione , dolore e senso di schiavitù per quell'amore che è una trappola ed un inganno. Questo racconto mi ricorda molto un episodio descritto nel libro ' Il Barone' di Sveva Casati Modignani. Vendicativo e giustificato il finale, per ottenere un riscatto per tutto ciò che si è dato, e per il quale non si è mai ricevuto nulla in cambio. MONICA
Racconto- fumettone. Un’improbabile prostituta per amore si trascina in terre esotiche: abbrutimento e gelosia l’indurranno ad accoltellare lo sfruttatore francese. La banalità della trama non è riscattata dallo stile, piuttosto convenzionale, anche se vivacizzato da alcune scelte originali VIRGINIA
C’è aria di disfacimento e tanta voglia di assaggiare un vento di distruzione. Una donna che si annulla per amore di un uomo, ma quale parte di te volevi annullare,Eva ? Forse quella che troppo facilmente si presta ad essere umiliata, offesa, oltraggiata ? La parte più debole o più forse più coraggiosa, quella che osa dolore e solitudine e mortificazione ? Quella parte autentica che in fondo al baratro ha ancora la capacità di udire il rumore del mare ? Sai di innocenza e di peccato.  ALESSANDRA
Voglio solo dirti che ho letto. Mi addormenterò pensando a questa tua storia d'amore, partendo da una tua frase di mezzo: "perché la ragione ha un senso solo quando esiste decoro". Lorenzo

Amore di puttana è un luogo comune, le puttane non possono amare. L'autrice entra nel corpo di una, e scopre che può amare, essere gelosa, prendere la vita di chi non può avere ed offrire la sua, Stilo

 
 
 
     
 

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