|
Sono sola, se muoio adesso nessuno stasera mi terrà
compagnia. Questa grata m’impedisce di uscire, questa finestra troppo in
alto m’impedisce di vedere, ma lo so che c’è il mare, lo sento non è poi
distante, ogni tanto qualche sparuto gabbiano si ferma e riparte
all’istante, non mi degna di uno sguardo, non ho niente da offrirgli.
Sento delle voci, parlano una lingua straniera, danno calci sui muri ogni
volta che tento di riposare, e poi ancora voci, arabe, maschili che fanno
paura di giorno. Stanotte sarà la prima notte, non voglio ancora pensarci,
ho paura degli insetti, di chiunque apra la porta e mi ordini senza
ragione, perché la ragione ha un senso solo quando esiste decoro. E la
dignità o qualcosa di simile l’ho persa strada facendo, inseguendo questa
crepa sul muro che sbatte al soffitto e scompare oltre la porta e mi
riporta nella mia città, al mio lavoro, ai miei vestiti leggeri per tutto
l’anno, ai miei capelli freschi di shampoo.
Ancora giovane e bella,
anche se sono passati soltanto dei mesi, aspettavo il mio principe
azzurro, che, sorpreso per non avermi incontrato prima , mi accettasse per
quella che ero. Apparentemente sopra le mie lenti a contatto riflettevano
spensieratezza e voglia di vivere, ma dentro covavano rimpianti e rimorsi
di delusioni provate a catena. Si ammassavano nelle tante occasioni uomini
piccoli, o grandi soltanto una notte, oppure non fatti di niente, perché
niente era pur sempre qualcosa. Mi sentivo come l’acqua che scorre in
cerca di una bottiglia per prendere forma, ma ogni giorno il tragitto non
si fermava che al mare. Vivevo in una mansarda in centro, affittata
momentaneamente da un mio amico fotografo che al tempo lo davano dalle
parti dell’India, quando una sera in un vicolo buio fui rapita dal mio
assassino. Vidi soltanto due occhi tra il viola, l’azzurro e il marrone e
come sotto ipnosi tracimai in un attimo la mia vita passata, i sogni
rimasti notturni e i desideri che non hanno mai avuto una forma. Lo
annusai più volte, sapeva di pelle e di creta, e mi abbandonai nelle ore
del primo mattino senza pensarci nemmeno una volta.
Era affascinante il
mio francese, Alen o qualcosa di simile, e senza un cognome, un lavoro, un
passaporto girava il mondo facendo l’amore perché altro non sapeva fare,
perché di meglio non poteva esserci altro. Si stabilì nella mia mansarda
come se ci fosse sempre stato, come se i tanti letti scaldati l’avesse
ridotti a cenere nei suoi ricordi. Alla sera tornavo a casa dall’ufficio
con il fiato grosso, per le scale a quattro a quattro e per il dubbio che
lui ci fosse ancora. Nel suo italiano incerto mi raccontava di storie
slegate che non finivano mai bene, mai un legame, un affetto, una
famiglia, un gatto, un biscotto che finisce nella tazza del latte, ma
soltanto furbizie e tirare a campare, mezzi, modi e schifezze per arrivare
fino a domani o farsi passare i crampi della fame.
Oddio, una specie di
sentimento lo avvertivo quando le parole incontravano il mare, come questo
mare che sbatte e fa rumore oltre la grata che non posso più vedere. Solo
gabbiani che gracchiano e hanno fame e questa brezza che entra, ma è umida
e fredda e non fa per niente piacere.
Trascorsero pochi
giorni o forse un po’ meno, e devastata dal quel fascino intrigante e
latino mi accorsi come la mia vita fosse solo un susseguirsi di
preoccupazioni ed insicurezze. E così lo seguii perché non avevo radici e
nemmeno un geranio da annaffiare. Trascinata da quell’uomo che cercava
solo aria nuova da respirare mi trovai senza più i miei vestiti leggeri,
il rossetto in tinta, la calza alla moda e soprattutto senza più quel
lavoro che finora mi aveva dato vita, ruolo e sostegno. Nella toilette di
un treno di notte varcammo la frontiera e poi ancora rotaie e binari fino
a una città che parlava francese e sapeva di mare. Alloggiammo in una
pensione che chiamarla a quel modo non rende l’idea, simile a questo buco
dove sono reclusa, puzzava di piscio come i gabinetti per strada.
Bastarono poche ore per rendermi conto di dove fossi finita, ma amavo
quell’uomo e il suo sapore di delinquenza, che ogni giorno purtroppo
diventava sempre meno mistero. Conosceva il posto e non ci pensò due volte
a farmi sentire di troppo, una povera scema che viveva solo in attesa del
suo ritorno. Andava e veniva senza nessuna ragione, intento in traffici di
ogni genere che il mio cervello di gallina non poteva fiutare. Ma le volte
che si concedeva era perfetto ed amante, lasciandomi quel senso
d’incompiuto, dove aspettavo solo di ricominciare. Tornava leggero e
potente come il raggio viola, azzurro e marrone dei suoi occhi, che mi
spaccavano come un laser o come il coltello che geloso custodiva nel
fianco.
Passò altro tempo,
non mi accorsi che venne Natale, finché mi confessò che aveva giocato alle
carte perdendo i suoi ed i soldi del capo; voleva scappare, fuggire di
nuovo, ma questa volta da solo, senza questa palla al piede che, a suo
dire, l’aveva fatto innamorare. Perché chi è innamorato fa cose avventate
e tutto il resto non ha ragione e governo, importanza e controllo. Mi
sentii in colpa e persa, finché mi indusse ad aiutarlo con la sola merce
che potevo offrire. E vennero uomini d’ogni tipo e misura, slavi assassini
e colombiani che sapevano di coca e frontiera; bambini arabi con la faccia
da vecchi, turchi di montagna e ucraini di mare che non avrebbero
rispettato neanche le figlie. Ogni giorno e ogni notte dentro quella
stanza che puzzava di piscio e di sesso maschile mi prendevano come gli
garbava al momento, insaziabili sessi imbottiti di sangue in astinenza per
mesi di mare. Nel sesso vero di donna scaricavano voglie, fantasie e
frustrazioni per lungo tempo covate dentro cessi di nave o miseri buchi
maschili. Senza più regole gli offrivo di tutto, perché il mio corpo
ridotto a carta velina da solo non sarebbe bastato a spegnere quei
deliri, fino al punto di legittimare quella miseria di soldi che comunque
erano l’unico obbiettivo. Alen, come un sole che sale e tramonta, veniva
al mattino presto e alla sera sul tardi, sempre a corto di soldi mi
incitava a fare meglio, oltre i limiti evidenti di quel corpo viola e
carico di mestiere che solo una fertile fantasia poteva ancora gradire.
Voleva essere il primo a cogliere la voglia e l’ultimo a finirmi, e
rispondevo ai suoi desideri come se fosse la prima volta, come una vergine
tremante e curiosa aspettavo impaziente conservandola incontaminata
d'amore
E passarono ancora
giorni e mesi e russi e polacchi, finché mi resi conto con dolore e
vergogna che il mio sesso non avrebbe mai potuto sanare quel debito, che
il mio senso di colpa, chissà perché poi, non avrebbe mai colmato quel
vuoto d’aria densa di sale, bestemmie e richieste ossessive. Alen diradò
le sua presenza e il suo amore, finché la padrona della pensione
impietosita da tanta fatica, mi confessò che quei soldi guadagnati a forza
scivolavano nella borsetta di una vera puttana, di quelle che potevano
offrire quanto io non potevo. Un giorno la vidi dalla finestra della
pensione, appoggiata alla muffa del muro davanti che faceva contrasto. Era
bella davvero la puttana di Alen, con rossetto di fuoco e le calze di
seta, con lunghi capelli lavati da poco e unghia laccate pronte a
graffiare.
Ora sono qui che
piango lacrime vere, e piango me stessa e il mio bel francese, ma quel
coltello era troppo a portata di mano quando quella mattina m’infilò il
suo sesso. E mentre contemporaneamente lo trafiggevo alla schiena lo
sentii irrigidirsi e mi fece godere, ma a lui non rimase il tempo per
farlo.
Poi tutto un ricordo
sbiadito, polizia, giustizia e domande straniere. Ho detto sempre sì,
perché chi muore ha sempre ragione, ed io sono morta d’amore varcando la
frontiera e inseguendo il mio assassino.
E ora sono qui sola,
oltre la grata c’è il mare, oltre il mare la vita che non m’è permesso più
giudicare, se muoio adesso, stasera nessuno mi farà compagnia.
|