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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 

Non c'è più tempo

Foto davidg Charmazur

 
 
 

 

Non c’è più tempo! Sopra questo viale di Villa Borghese, che ci separa dai pioppi umidi e spogli, e curvo s’arrampica  lungo l’alloro, che si ritorce e s’allunga tra queste fontane, che sgorgano brividi di solitudine e gelo. Non c’è più tempo! Tra le pieghe del tuo foulard rosa antico, tra le nostre dita clandestine che a ragno, si stringono rosse dentro la tasca, del mio impermeabile infagottato di freddo. Piove su Roma, una pioggia secca di foglie, che non bagna questi cuori ormai arsi, da tante menzogne dette a fine di bene, che ora ci appaiono ridicole e chiare. Camminiamo fuori posto senza più appiglio, che un pizzico di follia ci venga in soccorso, a darci ragione a darci coraggio, per colmare quel vuoto di assenza e silenzio, per alleviare questo peso che senti che sento, e mi dà nausea fitta e forze di stomaco. Fossi almeno capace di vomitare! Ma non ci sono riuscita per tutta la vita! Neanche con un dito ficcato alla gola, o un limone spremuto dentro un caffè. Perché davvero ora non c’è più tempo, e basterebbe molto di meno, con le sole parole legate da un senso, che arrivino dritte e colpiscano in fondo, quella parte di cuore ancora non marcia.

Non parli! Ed io non ti rispondo, anche se so benissimo che dovrei essere io a spiegarmi, raccontarti di come ho passato questi  ultimi giorni, di come ho trovato la superbia d’allontanarti, per farmi vedere decisa come mai sono stata, per farti sentire di colpo un’estranea distante. Non parlo! E tu non mi rispondi, tra questo temporale che minaccia e non piove, come il tuo viso che serra le labbra, e sa che tutto oramai suonerebbe come un distacco, velato dal rumore di questo vento che soffia, di queste foglie morte che galleggiano invano, per non toccare mai terra ed essere vive. Mi stringi la mano fino ad intorpidirmi le dita, fino a premermi con forza la gamba per ribadire che conti, nonostante da un’ora muta m’offendi, e senza parole inveisci quanto una voce che strilla.

Sapessi quanta pena che sento! Quanto i tuoi occhi bagnati di cane, m’infittiscano il sangue e il respiro che ingoio, insieme a boccate di risentimento che dentro, vorrei ora non avere mai detto! Sapessi come vorrei vederti nella mia stanza, dentro il mio letto illuminato di fianco, da un fascio di pulviscoli tra l’aria sospesi, sulla tua faccia rosa struccata , sul tuo seno ribelle che leggero mi strappa, le coccole appese ad fiato sottile. Ora vana tento di farti sentire protetta, e m’azzardo a sfiorarti i capelli che neri, chiederebbero conforto a chiunque passasse, lungo questo steccato di legno di faggio, dove ti siedi senza darmene conto. Mai prima d’ora sarebbe successo, mai prima d’ora m’avresti lasciato di scatto, la mano la tasca che ci nascondeva da tutto, facendomi stringere solo un gelido vuoto. 

Ti sposti nervosa la frangia dagli occhi, mi guardi e mi scruti diffidente e impunita, come se portassi un trucco diverso, o un maglione che tu non m’hai mai regalato. Ti vedo piccola più giovane di quanto tu sia veramente, più minuscola di una bambina in cerca di madre, di un viso in cerca di carezze e di baci, che solo ora mi rendo conto non potrò più offrirti. Mi siedo vicino e cerco parole, le sto cercando da quando ti ho rivista, da quando la tua mano ha stretto la mia, convinta ed illusa che ancora nulla avevo deciso, incerta e delusa che nulla avrei più detto. Non c’è più tempo! Mentre accompagno il tuo dolore a piccoli passi. Lo vedo sai! I tuoi occhi non hanno più luce, ora sono solo in cerca di un altro padrone, di un’anima bella per affidarle un sorriso, o che t’asciughi quel pianto che ora mi strugge.

Ma niente poteva essere diverso, nient’altro sarebbe potuto accadere, se non quest’amarezza che ingrigisce gli ultimi istanti, senza farci più sentire indispensabili all’altra. Non c’è più tempo sopra i tuoi occhi sbarrati, mi guardi come se fossi trasparente, vuota e brulla come un paesaggio senza alberi e case, dove all’orizzonte si perde uno sguardo, una storia un bacio che ora m’illudo di darti. Tu torni vicina e mi sfiori i capelli, leggera e timorosa come un gatto di strada, come se di colpo potessi scostarmi, ed altro ora non ti sia più permesso. Trattieni il respiro e ti gonfi la faccia, stai lì lì per parlare lo vedo lo sento, come vorrei che tu mi dicessi qualcosa, qualsiasi cosa che non sappia d’amaro! Ma non mi merito poi tanto! Dimmi, ti prego, dimmi che sono stata una stronza, che almeno potevo dirti cosa frullava nella mia testa, dentro questi giorni distanti che non mi sono fatta sentire. Dimmi, ti prego dimmi, che mi sono comportata da madre, che per un bene più grande provoca un dolore istantaneo. Dimmi ti prego dimmi che comunque la si voglia vedere, ti ho considerata troppo piccola per i miei pensieri! Dimmi, ti prego, dimmi…..

Mi vieni più vicina per farmi toccare il dolore, perché i nostri mali si confortino insieme, rivendicando a vicenda il proprio tormento, che ci incurva e ci schiaccia sopra questo steccato. Mi vieni vicina e mi accarezzi la stoffa, finché dentro un bottone trovi il calore, l’alcova che cerchi per il tuo viso e la bocca. Che ne sarà di noi domani se ora mi trovi senza difese? Che ne sarà dei miei propositi di ieri, se le tue labbra continuano a cercarmi, e si stringono a morsa sul mio seno che oramai, è completamente immerso nel paesaggio autunnale. Mi vieni vicino e lo baci, ti ritrai e lo guardi, poi torni e l’asciughi, lo stringi e lo bagni, lo scopri quel tanto per vedere l’effetto, dell’umido intorno che sfarfalla alla luce.

Un’ombra grigia che passa rallenta e non crede ai suoi occhi, si ferma e ci guarda, scuote la testa e va dritto, ma sa che non è passione, non c’è sesso e malizia, che è solo amore se disperata mi cerchi, e mi contieni la voglia dentro una mano. Succhi avida alternando i miei seni, ma sai che non potrò più nutrirti, non potrò più riempirti le lente giornate, sul mio letto disfatto che guarda su Roma, sulle antenne i gatti e le chiome dei pini. Non c’è più tempo! Perché da quando staccherai la tua bocca, sarà come non ci fossimo mai viste, ma ora succhialo ti prego e fammi del male! Come un uomo senza rendersi conto, come se fosse la prima volta o l’ennesima, quando l’amore prende il sopravvento, e non ci accorgiamo di quanto ridicoli, agli occhi degli altri siano i nostri istinti. Succhialo fino ad essiccarti la bocca, fino a che la lingua stanca non si ritragga tra i denti. Succhialo sapendo che è l’ultimo che succhi, che nessun seno riempirà più la tua voglia, e non dovrai più consumare la lingua, per dimostrarti ogni volta se t’amo se m’ami. Succhialo e dammi piacere che ora non sento! Perché le tue labbra ne rimangano impresse, perché questa saliva che abbondante mi bagna, non s’asciughi al primo soffio di vento. Fa che i miei seni rimangano sempre umidi, come lenzuola stese d’inverno, come nebbia che fitta di notte, s’infiltra tra le mie ossa infiammate dagli anni.

Ti prego rimani! Non lasciarmi sola sopra questo steccato, a seno nudo che chiedo ancora un istante di caldo, a mente fredda che chiedo e mi convinco, che gli anni che porto non hanno mai fatto differenza! Ma tutto ciò ora suona maledettamente sfilacciato, non colpisce e non fa effetto, come questo ti amo che rimane compresso, e deforme dentro le mie labbra,  come questo tuo “nonostante ti voglio”, che s’infiacchisce prima di diventare una flebile voce. Improvvisamente t’alzi e mi lasci in balia dei miei sguardi, del rossore di questo seno allungato, che senza il tuo sostegno, la tua passione, cala e s’aggrinzisce convinto che nessun’altra bocca, di uomo di donna possa un giorno fargli provare quello che volutamente ha reciso.

Non c’è più tempo! Lo sento dal rumore dei tuoi passi incerti, ora indietro perché vittima, ora davanti perché risoluta, e finalmente fianco a fianco lungo le ultime panchine, che ci vedono ancora mano per mano. Usciamo fuori dalla villa e Roma ritorna normale, uno spicchio tiepido di sole riflette sulle vetrine di sconti, sugli impiegati che pranzano in piedi, sui poliziotti che fanno la scorta. Ci fermiamo al rosso del primo semaforo, e la tua mano mi sfugge, questa volta per sempre. Dall’altro lato della strada un uomo ignaro t’aspetta. Ora corri, ora ridi, ora lo baci in punta di piedi. Ti seguo con gli occhi, non ti volti e sei quasi felice, l’uomo ti prende la mano ancora tiepida e ti trascina via. Lontano.

 

 

 
     
 
COMMENTI DALLA RETE
 
LA scrittura è poetica è sensuale.... forse è più un prosa che un racconto..... belle le percezioni che si riescono a provare leggendo le tue parole. Raramente ho letto soluzioni così intense. Freestyle
Bellissimo davvero! Manù
Come sempre, ti ho letto in altri siti e altri lidi, apprezzo come fai sgorgare dalla penna i sentimenti e le emozioni. Sento che leggerti mi arricchisce di nuove sensibilità. Buona continuazione. Felix
Addii struggenti, beffardi, inevitabili. Ben scritto davvero ciao Vale
Mamma mia ma sei bravissima! Ho  letto questo tuo racconto e voglio dirti che mi piace il tuo modo di scrivere e mi piace anche quello che pensi sull'amore, piccoli pensieri li ho trascritti non preoccuparti non ti rubo l'esclusiva, lo faccio perchè mi piace leggere le cose con calma magari a letto dove tutti si sentono piu' sicuri. Non manchi di stile e nemmeno sei banale, sei delicata e mi piaci. Fabio
   
 
 
 
     
 

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   pubblicazione Agosto 2003   

 
 

       

 
 
 
 

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