|
Per caso t’ho detto che ho passato due giorni, a casa di
Silvia nella sua villa sul mare, che sabato sera siamo state ai Delfini,
un ristorante di pesce con le tovaglie salmone. Proprio la sera che eri a
Perugia, e per la neve non sei potuto tornare, ed io l’ho chiamata per non
covare la rabbia, di sentirmi più sola in un giorno di festa.
Per caso t’ho detto che mi sentivo a disagio, per non
averti inviato nemmeno un messaggio, come una bimba che non avverte la
mamma, quando nel parco va a giocare distante, ma il pesce era buono e il
Vermentino frizzante, il cameriere servile che ci raccontava storielle e
gli occhi di Silvia più vispi di sempre. So che non la sopporti perché è
single e bella, perché una volta per filo e per segno, ti ho raccontato
che s’è portata un ventenne, a casa di notte e ci ha fatto l’amore,
incontrato per caso in una festa d’amici. Ma è la mia amica e la conosco
dal giorno, che in fila alla posta mi ha chiesto una penna, e dopo vent’anni
ci chiamiamo ogni volta, quando una delle due ha un problema e una noia,
da dividere in fretta e sentirci sicure.
Per caso t’ho detto che eravamo noi sole, su una terrazza
spiovente a due passi dal mare, e per una volta non ho pensato alla dieta,
e dopo la frutta ho preso anche il dolce, che ora mi pento per questi due
etti, ma ti giuro che è bello lasciarsi sfiorare, dal sale e dal vento che
sbandierava le gonne, ci gonfiava i capelli della stessa lunghezza.
Per caso ti ho detto che s’è tinta i capelli, d’un biondo
preciso a quello che porto, e sembrava davvero mia sorella gemella, e
pensavo davvero d’aver dieci anni di meno, quanti all’incirca ne compie
ora Silvia, immaginandomi bella senza rughe di troppo, di anni e di figli
che ti solcano il viso.
Per caso t’ho detto che mi sentivo diversa, per un attimo
lungo mi son guardata le mani, e la fede davvero stonava di troppo, come
Luca e Francesca che dormivano a casa, come tua madre che m’ha chiamata
tre volte, per dirmi dov’eri e che facevo per cena. Ho mentito sai per non
starle a spiegare, che tu eri a Perugia sotto una coltre di neve, ed io
con Silvia che mi gustavo il sapore, d’un dentice fresco annaffiato dal
vino. Ogni volta m’alzavo e correvo nel bagno, per il timore che Silvia mi
potesse ascoltare, e davanti allo specchio mi vedevo più bella, ripassavo
le labbra e facevo le smorfie, raccoglievo i capelli per provare
l’effetto, se davvero una donna è una caccia e un bottino, quando cena da
sola o con l’amica del cuore, perché mai davvero m’era successo,
d’immaginarmi due occhi insolenti e sfrontati, che s’adagiavano caldi sul
mio bottone slacciato, sulla forma del seno che spariva nel buio.
Per caso ti ho detto che se fossi tornato, sarei corsa a
casa senza il minimo dubbio, e avrei lasciato Silvia a cena da sola, a
godersi la vista delle barche e del mare. Ti pensavo sai e mi sentivo più
persa, come un cane da solo che attraversa la strada, se solo m’avessi
chiamata il cellulare era acceso, t’avrei detto che stavo con Silvia, e tu
di rimando m’avresti protetta, con un guinzaglio dorato e premure
apprensive. Invece niente e Silvia rideva, per un nonnulla che ci
ricordava ogni scena, di feste passate ad abbordare il più bello. Eravamo
libere di testa e di cuore, molto prima che ti conoscessi, e d’allora ti
giuro non mi era successo, di trovare di nuovo quel brivido intenso, che
nasce e si nutre di Vermentino e di mare.
Per caso t’ho detto che al momento del conto, due ragazzi
abbronzati più belli del sole, si sono posati come farfalle su un fiore,
al tavolo accanto a due passi dal nostro, troppo vicino per non scambiare
parole, troppo distante per non sentirci da sole. Improvviso il vento s’è
rimesso a frusciare, come ad un click impertinente e burlone, ci
scoperchiava le gonne e ci mostrava le gambe, e ci accarezzava leggero
come un alito caldo, dove non serve inventarsi parole, ma basta il vapore
che tenta e che sale, e si ferma deciso a due passi da dove, una donna che
è donna non può che sognare.
Negli occhi di Silvia ho visto i trent’anni, di uno dei due
che ci offriva da bere, non era buon vino ma aveva poca importanza, di
fronte a due zigomi pronunciati e più maschi, con due laghi profondi al
posto degli occhi, due montagne di braccia tatuate col cuore. Negli occhi
di Silvia si sono seduti, il più grande ci ha detto garbato il suo nome,
ci ha chiesto ridendo se eravamo sorelle, e quanto tempo per caso era
lunga una notte. L’altro più giovane parlava di meno, si guardava Silvia e
sbirciava i suoi fianchi, le fissava le spalle nude e scoperte, che uno
scialle per dire non copriva di niente.
Siamo stati mezz’ora a parlare di niente, e negli occhi di
Silvia ho sentito un invito, era chiaro preciso e non potevo sbagliare,
una passeggiata da soli lungo il buio e la sabbia. Poi rideva ma non aveva
premura, di esser galante e di farmi la corte, di dirmi signora e donarmi
una rosa, che a quell’ora in quel posto sarebbe stata un incanto, un
prodigio ed un gesto per sentirmi importante.
Per caso t’ho detto che c’era la luna, e negli occhi di
Silvia rischiarava il mio viso, e le mie labbra di nuovo apprezzate dal
gusto, d’una voglia annuita sottintesa e decisa. Non m’ha fatto promesse
non m’ha detto ti amo, come se sapesse che non era quella l’essenza, la
strada più adatta per inoltrarsi deciso, nel passaggio segreto che portava
al tesoro. M’ha detto soltanto che ero bella davvero, che avevo una faccia
adatta a quell’ora, due tette gemelle da non lasciarsi scappare,
incontrate per caso dopo una cena di pesce, in un ristorante all’aperto
tutto rosa salmone, contro un vento più maschio che continuava a tirare.
Per caso t’ho detto che la tovaglia era lunga, e per non
farmi vedere ci ho nascosto le gambe, ma improvvisa ho sentito una stretta
più dura, che m’ha afferrata segreta come una morsa di ghiaccio, e al
contatto di mani mi son sentita la pelle, morbida e liscia senza bisogno
di creme. Saliva la gonna ma non era più il vento, saliva la voglia
d’abbandonarmi all’istinto, d’un uomo sicuro d’arrivare alla preda, con un
dito e poi l’altro per sentirmi in difetto, e scoprire quell’umido che è
più di un assenso, dove ogni donna non sente ragioni, non pensa alla fede
a Luca e Francesca, e non torna mai indietro se mai lo volesse.
Per caso t’ho detto che non c’è stato bisogno, che lui
rifacesse un’altra volta l’invito, che vedesse per finta nel mio profilo
aggraziato, una donna famosa attrice o modella, perché negli occhi di
Silvia un bacio improvviso, ho visto una bocca che s’immergeva nell’altra,
e poi una mano abbronzata e nodosa, che slacciava esperta un altro
bottone, facendo contrasto col bianco del seno. Per caso t’ho detto che
negli occhi di Silvia, vedevo una donna che mi somigliava perfetta, e poi
senza volto che apriva le gambe, per richiuderle in fretta e sentirsi
sfamata, come conchiglia che si nutre di mare. Se in quel momento avesse
voluto rapirmi, sarebbe bastato un alito e un fiato, per trascinarmi più
dritta lungo il volere, di un lembo di sabbia dietro una barca. Se per
caso davvero avesse provato ad alzarmi, m’avrebbe portata dentro una mano,
e avrebbe sentito una donna che pesa, quanto una piuma che danza nel
vento.
Non so se l’ha fatto se m’ha rapita davvero, perché Silvia
m’ha visto e m’ha strizzato i suoi occhi, due palpebre strette bluastre
d’amore, che si chiudevano amiche in segno d’assenso, che si serravano in
fretta ai baci dell’altro, ed io da quel momento non ho visto più niente.
|