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Mia figlia ha gli anni di zingara
che aspetta il primo figlio, ha gli anni di indiana ammantata da
fiori d’arancio promessi da tempo. Mia figlia è bella quanto quel
fascio di luna che m’ha rischiarata quella notte d’aprile, quando
tremante nel letto avevo i suoi anni. Non ho avuto alcun dubbio di
come a breve sarebbe cambiato il mio corpo, di come da subito
sarebbe cambiato il mio mondo. Che direbbe mia figlia se sapesse
quante volte convinta ho aspettato il mattino, quante volte
sull’orlo ho ascoltato sirene per sgonfiare la bolla piena di solo
imbarazzo. Ora ho il doppio dei suoi anni e ancora mi domando per
quale strano caso sia venuta al mondo, da quale errore sia nata
questa stupenda creatura che, se natura volesse, vorrei ancora
portare dentro e cogliere l’emozione che al tempo mi dava solo
disagio. Sapesse mia figlia quanti suoi coetanei sono affogati nel
fiume prima di nascere, quanti ancora hanno visto la madre per
pochi secondi, per poi giurare convinti d’essere figli di donne
che non hanno mai partorito. Dalle mie parti è cosa normale che la
figlia più grande sia destinata a suo padre, che al primo rossore
che colora mutande sia pronta per essere donna. Ma a me non è
successo, perché la luna ha rischiarato i ciuffi di erba che
calpestavo, m’ha illuminato la strada per fuggire di notte da quei
fiati di vino che ogni sera sentivo più forti e vicini. Fino a
ritrovarmi in una città poco distante ad aiutare una lontana
parente ad offrire rose e gardenie, sorrisi e fortuna a belle dame
sottobraccio a signori.
Passò qualche giorno finché una
signora vestita di seta accarezzò la polvere sulla mia faccia, e
subito dopo mi comprò pane e sapone. Ero bella, ero bella davvero,
con la voglia nel cuore e i capelli di grano, quando mi ritrovai
sopra un divano a mostrarmi spoglia come quando facevo il bagno
nel fiume. Ed ero contenta perché mi davano attenzione, perché la
bella signora m’aggraziava ogni sera per prepararmi all’evento.
Passarono dei mesi, dove imparai a camminare con una moneta sulla
testa senza farla cadere o ad accavallare le gambe che al tempo
desideravano solo correre e cadere e sbucciarsi contro le zolle di
terra arida quando non piove. Ma non avevo rimpianti! Non cercai
mai di fuggire da quella casa di tende e pomelli, di tappeti e
divani che ospitavano donne fatte di stoffe e profumi, di seni di
carne che saziavano la fame di truppe e i digiuni di uomini soli.
E parlavano a modo pur essendo volgari, intercalando da vere
signore quel pene di maschio che a sera imbrattavano di rossetto
fino a vederlo sazio e sconfitto. Aspettavo impaziente il momento
di sentirmi come le altre, desiderata mentre salivo le scale,
seguita da quegli occhi avidi e giovani che a breve si sarebbero
confusi nei miei.
Avevo un’unica amica che invidiavo
dall’alba al tramonto e soprattutto di notte quando sola andavo a
dormire, mentre lei vestita di fiori passava le ore sui divani,
spartendo le gambe a sguardi e carezze fino a quando la frenesia
di maschio non può più trattenersi, e suddita cede salendo le
scale. Margherita aveva gli stessi miei anni, ma una vita più
disgraziata che l’aveva condotta già pronta ed esperta dentro
quella casa di bambole. Nei momenti da sole mi dava consigli, mi
spiegava per filo e per segno di come si doma una voglia dando a
vedere il contrario, di come s’accalappino gli uomini ospitandoli
il prima possibile dentro un ventre di donna, perché, da quando è
nato il mondo, è la loro unica conquista, l’unico trofeo, che se
potessero lo imbalsamerebbero appendendolo al muro. Perché una
volta che è dentro una puttana può già riposarsi, pensando ad
altro o a niente, in attesa che esploda il liquido maschio,
convinta d’aver fatto a pieno il proprio dovere. Lei veniva a
trovarmi dopo aver fatto l’amore, dopo che l’uomo di turno l’aveva
conciata di santa ragione, tanto da non potersi sedere o
accavallare le gambe tenendole aperte per tutta una notte. A
fatica s’appoggiava sul bordo del letto e mi bucava la pelle con
le sue unghie lunghe già rosse, con le sue mani che odoravano
ancora di sesso di maschio, con le sue dita appiccicose di seme
raffermo, ma piene di brama che al tempo credevo di sola amicizia.
Negli anni, col corpo pieno di nausea e uomini, ho ceduto alle sue
grazie fino ad essere ora testarda e convinta che solo una donna
può scoparti anima e corpo, può scavarti in profondo dove nessun
pene potrebbe mai arrivare.
Ma al tempo, alla bella signora non
chiedevo altro, solo che la voglia di chiunque sarebbe stato il
fortunato, fosse acerba come la mia, come il sapore delle pere
rubate all’albero prima del tempo. Di notte, tra i sospiri delle
altre stanze, l’immaginavo soldato con la foto nella tasca del
petto di sua madre lontana, che, come ospite inatteso, mi
chiedesse permesso prima d’entrare. Era bello il mio soldato,
unico uomo al mondo che nel sogno non rideva davanti alle cosce
vergini di una puttana, davvero intatte in qualsiasi parte il suo
desiderio si fosse posato. Ogni sera mi pareva di sentirlo, mi
chiedeva se era giunto il momento, se non fosse per caso quella la
notte che la mia padrona aveva deciso. Mi baciava e m’accarezzava
fino a sentire le sue dita tremanti e leggere, proprio uguali alle
mie! E poi tornava impalpabile trattenendosi sopra la mia parte
più umida ormai pronta a darsi oltre quel sogno che ricorreva di
notte sopra quel letto.
Ma piansi lacrime e delusione quando
venne il mio tempo e la padrona m’indicò un uomo che sapeva di
tabacco e lavanda, con le rughe sul volto più nette di quelle di
mio padre. Premurosa cercò di rendermene conto, d’avermi affidato
ad un vecchio esperto e tranquillo, ma non ci fu verso e ragione
finché, per nulla convinta, salii quelle scale con la morte nel
cuore e il tremore evidente tra le gambe insicure. E fu amore,
almeno di quelli dove il maschio non deve sforzarsi d’inventare
illusioni e parole per spalancarti le gambe, almeno di quelli dove
la donna si sente più donna, montata sul muro o ai piedi del letto
e non finge di provare pudore. E fu amore, almeno di quelli che
finora ho visto e sentito, ed ancora credo che non ce ne siano
altri, perché non c’è sentimento che tenga quando l’orgoglio avido
di maschio ti prende e t’inchioda, perché non c’è affetto dentro
un pene che ti tappa la bocca o ti cerca nel fondo per misurare
negli urli di femmina la propria potenza.
Mia figlia pensa di essere
sfortunata perché la sorte le ha riservato una madre che gira il
mondo illudendosi di fare l’attrice, ed un padre che non ha mai
visto e nessuno ne potrebbe parlare! Se sapesse mia figlia da
quale seme è sbocciato il suo fiore, quale destino l’ha fatta così
bella. Cosa direbbe se sapesse che ogni tanto dai padri bisogna
solo fuggire per poi farti pagare dal primo che hai accolto per
generare un tesoro. Non capirebbe né ora né mai, come non riesce
ora a capire questo collegio circondato da prati dove crescono
rose che non hanno spine e sterpaglie. Alle volte mi sembra
d’impazzire pensando che alla stessa sua età sapevo benissimo cosa
ci fosse sotto la terra rimossa o dentro sacchetti di plastica che
affioravano dal fiume. Sapevo benissimo perché quella notte,
rischiarata dalla luna, fuggii senza destino. Tutto ciò che è
successo in seguito non ha nessuna importanza, come quei tanti
uomini che ho dovuto ospitare e m’hanno presa fino a poco prima
che lei nascesse, eccitati dal mio stato che a malapena tenevo
segreto. Ora la guardo innocente che dorme e mi si spezza il cuore
di doverla lasciare, di dover aspettare un’altra domenica quando
gli uomini tutti la dedicano alle mogli. La casa di bambole è
stata chiusa dalla legge per sempre qualche anno più tardi, ma per
noi ragazze il lavoro non si è certo interrotto, perché finché
esistono gli uomini, al mondo ci saranno sempre puttane!
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