Sarà quest’odore che
m’impegna i capelli, e mi fa ripensare quando bambina, correvo a casa col
fiato nel cuore, perché più veloce fosse distante il ricordo, fosse vicino
il calore del grembo di casa. Mi struccavo la faccia e m’allungavo la
gonna, lungo il canale gonfiato dal mare, d’odore di melma portata da
Roma, che all’imbrunire traboccava dal bordo, inzuppando la strada di
pozzanghere nere.
Con gli zoccoli in mano
schivavo i riflessi, di vetri ed angosce sotto i miei piedi, che qualcuno di
casa potesse vedermi, mio fratello ad esempio che giocava lì in strada, o mia
madre affacciata che scrutava il canale. Qualcosa di strano aveva intuito,
qualcosa che non poteva accettare, sua figlia dalle cinque alle otto, che
passava le ore con ragazzi più grandi, uomini fatti sotto l’ombra dei pini. Mi
prestavo al gioco più antico del mondo, dove io ero la donna e loro gli amanti,
che a turno accoglievo per sentirmi più grande, oltre il trucco, il rossetto e i
capelli legati. Passeggiavo sul marciapiede coperto di aghi, claudicante sui
tacchi in precario equilibrio, sollevavo la gonna con il fiato nel cuore, senza
capire cosa stavo donando, che quello che offrivo era davvero un tesoro, di
brividi intensi di pelle del cuore.
Sarà che stasera sento ancora
la voglia, d’essere guardata con la stessa passione, da quegli occhi che avidi
non aspettavano altro, che vedermi più nuda fino ai peli del pube, che vedermi
incosciente mentre ridevo di gusto, nel guardarli sudare per una striscia di
pelle, nel sentirli ansimare se non portavo mutande. Che c’era di male se ad un
tratto mi scoprivo la maglia? E le mie mani inesperte stringevano i seni,
avvertendo distante un leggero piacere, misto al vapore di voci più calde, che
mi dicevano troia senza capirne il senso, mi sussurravano brava chiedendone
ancora, come al flipper del bar sotto casa, dove chi vince continua a giocare.
Che c’era di male se mi
piaceva obbedire, e poi nel gioco scambiavamo la parte, e sui seni scoperti
s’affollavano dita, s’addensavano voglie di saliva e parole, ed io incredula li
lasciavo toccare, e sentivo le voci diventare più roche, mentre un mistero
premeva la gonna, a scatti e più duro mi sgualciva la stoffa. M’appoggiavano al
tronco e mi baciavano il collo, mi tenevano ferma e mi dicevano bella, come se
lo fossi stata davvero, diversa da quella che si spogliava allo specchio, ogni
sera un difetto le gambe più storte, piene di croste che mi divertivo a levare.
E mi toccavano dietro davanti
la faccia, affondando le mani tra la pelle più bianca, e mi toccavano l’anima
sorpresa e stupita, d’esser unica dentro quel mondo, d’essere grande come mia
madre, con due figli da crescere ed uno nel grembo, senza che avesse mai avuto
un marito, senza una casa per andare a servizio.
Saranno gli anni che passano
ancora, o questo odore di vento che m’impregna i capelli, e m’asciuga il sudore
d’un ricordo più vivo, come ora più grande vestita di rosso, accavallo le gambe
tra i tavolini la sera, su un marciapiede sconnesso di erba e di sabbia, d’un
bar all’aperto sul lungomare di Ostia. Con i capelli più lunghi tintinno i miei
cerchi, al primo che a caso si ferma a guardare, perché non ci siano dubbi che
sotto la gonna, ci sia una donna a portata di mano, un sesso socchiuso
disponibile all’uso.
La mia faccia è indurita ed i
capelli più crespi, le unghie laccate d’un rosso abbagliante, mi dicono bella e
fiera ci credo, mi dicono quanto e pronta rispondo. Non c’è poesia in quello che
faccio, non c’è ragione per sentirmi più grande, sono baci evidenti e carezze di
marmo, vicino alla darsena a due metri da casa. Porto soltanto un cappello di
panno leggero, dove ogni sera ci depongo le uova, in attesa d’uccelli che non
fecondino sogni, che non pretendano altro di quello che offro, che pretendano
amore in cambio di niente.
Dentro uno specchio
impolverato di cipria, mentre passeggio sugli aghi di pino, rivedo le labbra le
gambe la gonna, tra l’odore di melma portata da Roma, come un tempo dalle cinque
alle otto, coi i seni scoperti ed il branco davanti, o quando mia madre
m’impediva d’uscire, mi sentivo bramata indispensabile al mondo, quanto un
pallone perso o bucato, che interrompeva all’istante qualsiasi gioco.
Mia madre nel tempo m’ha
purtroppo scoperta, e muta la sera si segna sul petto, figlia ormai persa nello
stesso destino, quando torno più stanca fiera e convinta, d’essere unica e
femmina rara, come se al mondo non ci fossero donne, o quelle che guardo non
avessero tette, per sfamare ogni uomo ogni bocca più adulta, al pari di bimbi
che succhiano latte.
Sarà questo vento che
m’impegna i capelli, lungo il canale gonfiato dal mare, che al tramonto trabocca
di pozzanghere nere, e respiro la notte e struscio i miei tacchi, quando torno
più stanca e senza paura, di correre a casa allungando la gonna, di struccarmi
la faccia con gli zoccoli in mano.