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Maledetta quella
donna che mi affatica le notti ed ingrossa i respiri, maledetta
perché l’ho incontrata, in un giorno troppo normale. Maledetta che
io sia, ad invaghirmi di lei. Ed ora affondo il mio naso dentro
queste mutande di organza e merletto per sentire l’odore del suo
sesso troppo identico al mio. Ed annuso dettagli scomposti di
sapore dolciastro indisposto e di residue voglie colate lungo gli
orli più duri. Maledetta che io sia, ad innamorarmi di lei, fino
al punto di strapparle il feticcio che ora porto sacro con me, ma
che so per certo che è solo uno stupido indumento che copre il
basso del suo ventre. E come una carcerata strofino la patina
della sua foto, la strofino fino alla carne oramai opaca, per
poter sentire, al tatto delle mie dita, la trama di pelle che
emana l’odore di vero di come se fosse presente. E come la campana
che regola il cesso ed il vitto mi ritrovo a cadenzare il piacere
che altrimenti andrebbe sprecato.
Averne di donne! Magari lei sola. Cariche di didietro e di davanti
e di tette esagerate che escono sfacciate dalla biancheria e dai
merletti che a malapena le ricoprono ingigantendo le voglie. Le
accarezzi leggere e soltanto, perché troppa la grazia sarebbe di
troppo perché hai timore di perdere al tatto fragranza, velluto e
contatto, che l’altra ricambia ingrossando il respiro. Come un
gelato mangiato di fretta, che ti lascia un gusto di solo ricordo,
il desiderio ti prende ed insinui la mano lungo il mistero di
femmina, tra la voglia di essere maschio che ammansisce passioni
che altrimenti rimarrebbero intatte. Ovunque la bacerei! Di fretta
in un portone o vicino all’uscio di casa, tra gli sguardi
incuriositi di chi non capirebbe neppure se stesso. Due donne? E
lo scandalo che lievita nell’iride esagerato recupereresti
contegno tra le mura segrete. Consumeresti i vestiti nei punti
appropriati, lacerati e ridotti a carta velina dalla palma di mano
che avida di brama sciama le dita sotto sete e cotoni,
stringendosi a morsa nelle parti rigonfie. Tra le asole in
tensione libereresti l'enorme ripieno coprendolo di saliva e
affogandoci il naso fino a soffocarti da cotanta fertile bellezza
che mai morte può essere più grata. Da sola purtroppo non andresti
lontano, e mentre si spoglia calando difese e mutande, stringi
nella mano qualcosa che procura l’effetto di grida e di urla che
rimbalzano sul soffitto fino a quando appagate ritornano respiri.
Maledetta la mia donna, che si è allontanata perché ero in
difetto, di sesso e possessione e mai al mondo avrei potuto
completarla come femmina sta la maschio, come gioia al dolore.
Conosco la Francia. Mi ricorda un’amica sui tacchi impossibili, a
spillo che buca le foglie morte d’autunno, abbordata di notte tra
lo stupore di tanti. Sboccò parole indicibili miste a vapore, fumo
e bestemmie in francese, ma ammansii l’imbarazzo raddoppiando il
suo prezzo, che il suo corpo di tisi e carta velina non avrebbe
meritato poi tanto. Riconosco l'odore dei viali alberati dal
profumo di sesso, di bordelli illegali, di poliziotti arrapati, di
fine nylon ripieno di grasso, sporcizia e di tette appassite,
rifiutate di giorno, graffiate di notte alla stazione, sopra le
piastrelle di un cesso o un letto di pensione, che sgonfie e
avvizzite sono comprese nel prezzo di camera, pulci e colazione al
mattino. Tutto compreso. Come gli occhi della padrona della camera
ad ore che ne hanno viste di belle di giorno di notte e di tutti i
colori, ma due donne che salgono la scala lasciano sempre un
sapore di amore incompiuto. Come pipì ritirata a forza o come una
goccia d’acqua che non placa la sete, al di là delle dune quando
la sabbia raschia la gola. Tutto compreso. Come l’odore di muffa
che corre sul muro, lungo la crepa che muore al soffitto, come
cipria da scena che carica il viso, e segue le rughe e si spacca
nei solchi. Riconosco la Francia con la puttana nel letto che
ancora si domanda che c’è di bello da fare, allargare le cosce o
spalancare il didietro? Sarebbe disposta ad andare insieme,
contemporaneamente con dieci che la imbottiscono senza nessuna
premura, ma mai sfiorare quel sesso di donna, che umido invoca un
sottile piacere. E mentre fuori rimbalzano i suoni della vigilia
al mattino, si riveste appagata dal solo giusto denaro, perché
quel corpo di donna non può offrire di meglio, e mi lascia un
odore d’assenzio, di coca e sudore che resta, impregnato nel
letto, mentre la porta si chiude. Riconosco la Francia benché non
l'abbia mai vista.
Averne di donne! Come l’impiegata della posta. Davanti al bancone
in mezzo al salone, tra la coda che sbraita, un ghigno gentile
m'invade e la vedo, e mostra il ricamo dell'orlo smerlato del
reggiseno sfrontato che s'infila nel solco più nero. Chissà cosa
direbbe? Se sapesse che il mistero tra le pareti procaci lievita
orgasmi e non solo ad amanti di sesso diverso. E’ esageratamente
bella e carica di davanti che incute timore allo spavaldo che
incede, all’uccello che in volo cerca calore, dentro nido di
femmina d’altri accogliente e procace. Ma lei, incurante, mette in
attesa le smanie a chissà chi sarà il fortunato, chissà quale
amante, uomo animale, porco e maiale, che l'accontenta all'uscita.
Chi le stropiccia la blusa stirata a fatica e tenuta sulla
stampella per ore di notte. Chi le scompone i capelli lasciandoli
andare, dove zuppi di desiderio raggiungono la meta. Chi sbafa in
un niente la riga di rossetto più scura, intatta per ore, colerà
lungo il mento mista a saliva. Ovunque magari! Sul tram di
ritorno, o su un marciapiede sconnesso di morale, leggere
strusciate gonfieranno quell’attesa, di una stanza ad ore e minuti
che passano, nel bagno in albergo in bilico sul lavandino, o sul
davanzale dove non cambia l'effetto comprensiva e capiente a gambe
levate, aperte al piacere di sesso maschile, mentre intatto giace
il comodo letto.
Ovunque magari! Nella macchina appannata che libera, compassati di
giorno, pensieri insani e notturni, sogni di amplessi estemporanei
e movimenti volgari della testa che scende e risale tra le
chiusure delle lampo. E poi un altro e un altro ancora, nella
nebbia della notte che copre a stento immondizie e scarti umani, a
turno arrotonda la sua paga ed il gusto del piacere. Mai doma mi
vede e la vedo, un attimo indugia e poi si ricompone i capelli, le
labbra riprendono la linea decente, i pensieri vanno a posto ormai
placati e appagati come la gonna che ricopre il suo piacere
apparecchiato di merletti. Vorrei dirle Signora, non sono qui per
giudicare ma solo per amore, per spiare la sua voglia oscena che
un attimo prima la rendeva china e prona e ubbidiente sopra quel
sesso di maschio duro a morire, fino ad estasiarsi per aver fatto
il suo dovere quando un rivolo caldo scendeva appiccicoso. Si
lasci addormentare tra le morbidezze femminili, senza spigoli di
muscoli o di caratteri maschili, potrebbe comunque vendersi e
caricarsi di trucchi e seta e lasciar che le mie mani abbiano un
ruolo indefinito di uomo donna amante o semplice padrona che la
obbliga a rasentare i muri prendendo il loro odore. Vorrei farla
impazzire al solo pensiero di essere schiava, non di uomo, ma di
donna che al momento giusto scambierebbe il suo ruolo, io schiava
lei padrona, ma solo per amore e per poter poi ricominciare.
Ovunque in un parco, le guardo mammine avvedute ed accorte, che
cullano con vocine gentili passeggini colorati alla moda,e
rimirano estasiate, l'unico pensiero che ora le occupa la mente.
Nel mentre l'immagino nude, diverse e obbligate, perse per
qualcuno che le muta il pensiero fino a dimenticare d’avere mai
partorito, da sotto la gonna mi spuntano bianche mutande ripiene
di sesso, maschile finto posticcio, eccitato oltre il ricamo,
dritto bugiardo e perfetto. Ovunque mi vedrei, bere un caffè al
bar dell'ufficio o prendere la metro al volo con pantaloni stretti
che fasciano neri il bacino oppresso con tacchi altissimi che
slanciano gambe, gotiche imperiose, ancora rigonfia dove natura
m'ha creata piatta a pianura.
Ovunque mi vedrei, come quella volta in ospedale con la caposala
del turno di notte che sfoggia autoreggenti bianche oltre lo
spacco del camice bianco. Ma purtroppo, non mi cura nemmeno,
attende paziente solo il dottore maschio s’intende, e tra
campanelli che squillano in corsia si sfila l'intimo bianco e
stride con chi soffre al di là di quel muro e attende impaziente
chi continua a dare e godere e ripiena di sesso gode al solo
pensare d'aver rubato alla collega più bella l'ambito piacere, ed
occupa un comodo letto negato a qualcuno più grave, che malato da
pronto soccorso nella notte continua a girare.
Poterne vedere di donne che in bagno, si rifanno i contorni con
trucchi e matite, e guardano lo specchio come se fossero guardate,
da occhi severi mai sazi al peccato, mai appagati da perfetta
bellezza. Consumano ore per farsi più belle, ed aprono cassetti
per trovare sempre il meglio, finissimi indumenti che non si
avvertono al tatto e non coprono un bel nulla nelle parti
incriminate, nati solo per farsi ammirare, con l’unico intento di
dare piacere, a chi, uomo o donna che sia, le sta aspettando
dentro il letto
E tocco le tette rifatte e strafatte, dell’unica che intanto m’ha
permesso di farlo, una vecchia signora borghese e puttana che odia
gli uomini sostituendoli invano con un frigorifero pieno e pieno è
il suo sesso di ricordi di maschi che le gonfiavano il ventre a
calci ed a pugni fino a cercarle il piacere negli interstizi del
dolore che gonfia le tempie e accappona la pelle. Ed ha trovato
l’uomo nelle mie fattezze di donna, che magari la vedo non la
soddisfano a pieno, lasciano un vuoto incolmabile tra le mucose
bagnate, vorrebbe nel suo intimo che io fossi diversa non
confondendo comunque l’amore al dolore
Averne di donne! Magari una sola, quella che spio dirimpetto farsi
guardare, dall’uomo furtivo del piano di sotto. E assume una posa
spontanea, s’illude, proprio quando qualcuno, tra le pieghe di
carne, insinua lo sguardo. Oltre il lecito vedere si sporge al
balcone mentendo che il caso, l’ha portata a indossare le mutande
più belle, quelle riposte in fondo al cassetto, usate quella volta
che rimasero intatte, mentre scendeva la voglia e le ingialliva di
dentro e saliva l’attesa che tale rimase, priva del seguito che la
rende stupenda. Ed arida ancora senza altre occasioni, come terra
che copre traverse e binari, morti e coperti da ciuffi secchi di
erba, come ricordi ruvidi che raschiano la mente, e increspano la
pelle come il vento d’inverno, che sbatte e ribatte sul viso
imperlato, freddando sudori e spengono ardori, che nessuno nel
tempo finora ha appagato. E si sporge nell’oltre, oltre il normale
equilibrio, estasiando l’anonimo del piano di sotto, che fermo ed
immobile è rimasto a guardare credendo di rubare ciò che invece
era certo.
Mi ricordo una zia, lontana parente, fuori di testa, ma bella
davvero, quante volte l’ho cercata senza osare di troppo, quante
volte l’ho spiata con uomini a frotte, pronti a svenarsi di barche
e di auto, di soldi e di case vendendosi madri a zingari nani con
la bava alla bocca e sesso di maschio più duro, che non accenna al
riposo neanche dopo giorni d’amore, passati ad entrare nei meandri
vogliosi di donne a decine che aspettano in fila, pronte a
ricevere l’altero piacere. Era bella mia zia, era bella davvero,
rimasta sorda ed intatta al mio richiamo, vestita di un tono di
bianco che inganna, quando la vedevo dall’altra parte del muro,
attraverso quel buco fatto allo scopo, ansimare e godere con il
prescelto di turno, ma senza impegnarsi per oltre una notte. La
vedevo in ginocchio e mi domandavo il piacere, che provasse
distesa o addosso ad un uomo con il seno violaceo ed il fuoco
nell’anima che natura la fece soltanto, per ricevere sesso più
duro. Finché una notte commise lo sbaglio di ripetere il gioco con
lo stesso signore, s’accorse d’impatto che la vita l’avrebbe
costretta a non confondere mai l’amore al piacere svuotando di
giorno le promesse notturne di effimera sposa fino allo spuntare
del sole. Era bella mia zia, era bella davvero!
Come me, Libera Eva, conosciuta appena grande, quando timidamente
colava una voglia, tra i gatti e l’immondizia e le prime nebbie al
mattino. La mia faccia da bambina con le rughe di traverso, già
carica di aborti e malattie e fumo e botte e vino, tariffa unica e
scontata fino alle ossa, davanti o dietro o dove mi era
impossibile parlare, non c’era che da scegliere senza alcuna
differenza. Grassi, magri e clandestini, purtroppo uomini,
raccattati alla stazione, sporchi e ladri ciancicavano dialetti da
lontano, slavi russi un po’ polacchi, come topi nelle navi,
odoravano di sangue come lame di coltelli. E ancora semplice come
il pane appena fatto, sbirciavo di traverso le colleghe
nell’attesa, tra i vapori della strada, imbellettate di merletti,
addobbate tutto punto come foglie di cipolla, gonna nera e tacchi
rossi che s’infilavano nel cuore, diligente rimanevo appiccicata
come colla a sognare la più bella dentro un letto caldo e pulito
di sapone. A sognare che domani sarà diverso e mai uguale. Come un
fiume scorre lento, trasparente giù dai rovi, mentre tra le tacche
dei minuti, pesanti come travi, allargavo le mie cosce, e il
piacere scorreva via. Di giorno sogni impuri, ma di notte uragani
che tuonavano impostori come tempeste e temporali. Senza un
briciolo di pudore, scorrevano senza impedimenti, come a volte il
sudore o le navi sotto i ponti, forti come maschi, s'insinuavano
indecenti e facevano tanto male e mi devastavano di dolore come
tarli intermittenti rodevano i pensieri e s'aggrovigliavano
melmosi come alghe sfilacciate. Affondavano rabbiosi dentro il
mare di piacere il loro sesso impantanato nei sogni che dà la
carne, di donna, moglie, figlia, bambina o madre o semplicemente
dentro di me, Libera, che aspettavo la mia Eva.
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