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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

LiberaEva (Maledetta quella donna)

Gero Gröschel

Maledetta quella donna che mi affatica le notti ed ingrossa i respiri, maledetta perché l’ho incontrata, in un giorno troppo normale. Maledetta che io sia, ad invaghirmi di lei. Ed ora affondo il mio naso dentro queste mutande di organza e merletto per sentire l’odore del suo sesso troppo identico al mio. Ed annuso dettagli scomposti di sapore dolciastro indisposto e di residue voglie colate lungo gli orli più duri. Maledetta che io sia, ad innamorarmi di lei, fino al punto di strapparle il feticcio che ora porto sacro con me, ma che so per certo che è solo uno stupido indumento che copre il basso del suo ventre. E come una carcerata strofino la patina della sua foto, la strofino fino alla carne oramai opaca, per poter sentire, al tatto delle mie dita, la trama di pelle che emana l’odore di vero di come se fosse presente. E come la campana che regola il cesso ed il vitto mi ritrovo a cadenzare il piacere che altrimenti andrebbe sprecato.


Averne di donne! Magari lei sola. Cariche di didietro e di davanti e di tette esagerate che escono sfacciate dalla biancheria e dai merletti che a malapena le ricoprono ingigantendo le voglie. Le accarezzi leggere e soltanto, perché troppa la grazia sarebbe di troppo perché hai timore di perdere al tatto fragranza, velluto e contatto, che l’altra ricambia ingrossando il respiro. Come un gelato mangiato di fretta, che ti lascia un gusto di solo ricordo, il desiderio ti prende ed insinui la mano lungo il mistero di femmina, tra la voglia di essere maschio che ammansisce passioni che altrimenti rimarrebbero intatte. Ovunque la bacerei! Di fretta in un portone o vicino all’uscio di casa, tra gli sguardi incuriositi di chi non capirebbe neppure se stesso. Due donne? E lo scandalo che lievita nell’iride esagerato recupereresti contegno tra le mura segrete. Consumeresti i vestiti nei punti appropriati, lacerati e ridotti a carta velina dalla palma di mano che avida di brama sciama le dita sotto sete e cotoni, stringendosi a morsa nelle parti rigonfie. Tra le asole in tensione libereresti l'enorme ripieno coprendolo di saliva e affogandoci il naso fino a soffocarti da cotanta fertile bellezza che mai morte può essere più grata. Da sola purtroppo non andresti lontano, e mentre si spoglia calando difese e mutande, stringi nella mano qualcosa che procura l’effetto di grida e di urla che rimbalzano sul soffitto fino a quando appagate ritornano respiri. Maledetta la mia donna, che si è allontanata perché ero in difetto, di sesso e possessione e mai al mondo avrei potuto completarla come femmina sta la maschio, come gioia al dolore.


Conosco la Francia. Mi ricorda un’amica sui tacchi impossibili, a spillo che buca le foglie morte d’autunno, abbordata di notte tra lo stupore di tanti. Sboccò parole indicibili miste a vapore, fumo e bestemmie in francese, ma ammansii l’imbarazzo raddoppiando il suo prezzo, che il suo corpo di tisi e carta velina non avrebbe meritato poi tanto. Riconosco l'odore dei viali alberati dal profumo di sesso, di bordelli illegali, di poliziotti arrapati, di fine nylon ripieno di grasso, sporcizia e di tette appassite, rifiutate di giorno, graffiate di notte alla stazione, sopra le piastrelle di un cesso o un letto di pensione, che sgonfie e avvizzite sono comprese nel prezzo di camera, pulci e colazione al mattino. Tutto compreso. Come gli occhi della padrona della camera ad ore che ne hanno viste di belle di giorno di notte e di tutti i colori, ma due donne che salgono la scala lasciano sempre un sapore di amore incompiuto. Come pipì ritirata a forza o come una goccia d’acqua che non placa la sete, al di là delle dune quando la sabbia raschia la gola. Tutto compreso. Come l’odore di muffa che corre sul muro, lungo la crepa che muore al soffitto, come cipria da scena che carica il viso, e segue le rughe e si spacca nei solchi. Riconosco la Francia con la puttana nel letto che ancora si domanda che c’è di bello da fare, allargare le cosce o spalancare il didietro? Sarebbe disposta ad andare insieme, contemporaneamente con dieci che la imbottiscono senza nessuna premura, ma mai sfiorare quel sesso di donna, che umido invoca un sottile piacere. E mentre fuori rimbalzano i suoni della vigilia al mattino, si riveste appagata dal solo giusto denaro, perché quel corpo di donna non può offrire di meglio, e mi lascia un odore d’assenzio, di coca e sudore che resta, impregnato nel letto, mentre la porta si chiude. Riconosco la Francia benché non l'abbia mai vista.


Averne di donne! Come l’impiegata della posta. Davanti al bancone in mezzo al salone, tra la coda che sbraita, un ghigno gentile m'invade e la vedo, e mostra il ricamo dell'orlo smerlato del reggiseno sfrontato che s'infila nel solco più nero. Chissà cosa direbbe? Se sapesse che il mistero tra le pareti procaci lievita orgasmi e non solo ad amanti di sesso diverso. E’ esageratamente bella e carica di davanti che incute timore allo spavaldo che incede, all’uccello che in volo cerca calore, dentro nido di femmina d’altri accogliente e procace. Ma lei, incurante, mette in attesa le smanie a chissà chi sarà il fortunato, chissà quale amante, uomo animale, porco e maiale, che l'accontenta all'uscita. Chi le stropiccia la blusa stirata a fatica e tenuta sulla stampella per ore di notte. Chi le scompone i capelli lasciandoli andare, dove zuppi di desiderio raggiungono la meta. Chi sbafa in un niente la riga di rossetto più scura, intatta per ore, colerà lungo il mento mista a saliva. Ovunque magari! Sul tram di ritorno, o su un marciapiede sconnesso di morale, leggere strusciate gonfieranno quell’attesa, di una stanza ad ore e minuti che passano, nel bagno in albergo in bilico sul lavandino, o sul davanzale dove non cambia l'effetto comprensiva e capiente a gambe levate, aperte al piacere di sesso maschile, mentre intatto giace il comodo letto.


Ovunque magari! Nella macchina appannata che libera, compassati di giorno, pensieri insani e notturni, sogni di amplessi estemporanei e movimenti volgari della testa che scende e risale tra le chiusure delle lampo. E poi un altro e un altro ancora, nella nebbia della notte che copre a stento immondizie e scarti umani, a turno arrotonda la sua paga ed il gusto del piacere. Mai doma mi vede e la vedo, un attimo indugia e poi si ricompone i capelli, le labbra riprendono la linea decente, i pensieri vanno a posto ormai placati e appagati come la gonna che ricopre il suo piacere apparecchiato di merletti. Vorrei dirle Signora, non sono qui per giudicare ma solo per amore, per spiare la sua voglia oscena che un attimo prima la rendeva china e prona e ubbidiente sopra quel sesso di maschio duro a morire, fino ad estasiarsi per aver fatto il suo dovere quando un rivolo caldo scendeva appiccicoso. Si lasci addormentare tra le morbidezze femminili, senza spigoli di muscoli o di caratteri maschili, potrebbe comunque vendersi e caricarsi di trucchi e seta e lasciar che le mie mani abbiano un ruolo indefinito di uomo donna amante o semplice padrona che la obbliga a rasentare i muri prendendo il loro odore. Vorrei farla impazzire al solo pensiero di essere schiava, non di uomo, ma di donna che al momento giusto scambierebbe il suo ruolo, io schiava lei padrona, ma solo per amore e per poter poi ricominciare.


Ovunque in un parco, le guardo mammine avvedute ed accorte, che cullano con vocine gentili passeggini colorati alla moda,e rimirano estasiate, l'unico pensiero che ora le occupa la mente. Nel mentre l'immagino nude, diverse e obbligate, perse per qualcuno che le muta il pensiero fino a dimenticare d’avere mai partorito, da sotto la gonna mi spuntano bianche mutande ripiene di sesso, maschile finto posticcio, eccitato oltre il ricamo, dritto bugiardo e perfetto. Ovunque mi vedrei, bere un caffè al bar dell'ufficio o prendere la metro al volo con pantaloni stretti che fasciano neri il bacino oppresso con tacchi altissimi che slanciano gambe, gotiche imperiose, ancora rigonfia dove natura m'ha creata piatta a pianura.
Ovunque mi vedrei, come quella volta in ospedale con la caposala del turno di notte che sfoggia autoreggenti bianche oltre lo spacco del camice bianco. Ma purtroppo, non mi cura nemmeno, attende paziente solo il dottore maschio s’intende, e tra campanelli che squillano in corsia si sfila l'intimo bianco e stride con chi soffre al di là di quel muro e attende impaziente chi continua a dare e godere e ripiena di sesso gode al solo pensare d'aver rubato alla collega più bella l'ambito piacere, ed occupa un comodo letto negato a qualcuno più grave, che malato da pronto soccorso nella notte continua a girare.


Poterne vedere di donne che in bagno, si rifanno i contorni con trucchi e matite, e guardano lo specchio come se fossero guardate, da occhi severi mai sazi al peccato, mai appagati da perfetta bellezza. Consumano ore per farsi più belle, ed aprono cassetti per trovare sempre il meglio, finissimi indumenti che non si avvertono al tatto e non coprono un bel nulla nelle parti incriminate, nati solo per farsi ammirare, con l’unico intento di dare piacere, a chi, uomo o donna che sia, le sta aspettando dentro il letto
E tocco le tette rifatte e strafatte, dell’unica che intanto m’ha permesso di farlo, una vecchia signora borghese e puttana che odia gli uomini sostituendoli invano con un frigorifero pieno e pieno è il suo sesso di ricordi di maschi che le gonfiavano il ventre a calci ed a pugni fino a cercarle il piacere negli interstizi del dolore che gonfia le tempie e accappona la pelle. Ed ha trovato l’uomo nelle mie fattezze di donna, che magari la vedo non la soddisfano a pieno, lasciano un vuoto incolmabile tra le mucose bagnate, vorrebbe nel suo intimo che io fossi diversa non confondendo comunque l’amore al dolore


Averne di donne! Magari una sola, quella che spio dirimpetto farsi guardare, dall’uomo furtivo del piano di sotto. E assume una posa spontanea, s’illude, proprio quando qualcuno, tra le pieghe di carne, insinua lo sguardo. Oltre il lecito vedere si sporge al balcone mentendo che il caso, l’ha portata a indossare le mutande più belle, quelle riposte in fondo al cassetto, usate quella volta che rimasero intatte, mentre scendeva la voglia e le ingialliva di dentro e saliva l’attesa che tale rimase, priva del seguito che la rende stupenda. Ed arida ancora senza altre occasioni, come terra che copre traverse e binari, morti e coperti da ciuffi secchi di erba, come ricordi ruvidi che raschiano la mente, e increspano la pelle come il vento d’inverno, che sbatte e ribatte sul viso imperlato, freddando sudori e spengono ardori, che nessuno nel tempo finora ha appagato. E si sporge nell’oltre, oltre il normale equilibrio, estasiando l’anonimo del piano di sotto, che fermo ed immobile è rimasto a guardare credendo di rubare ciò che invece era certo.
Mi ricordo una zia, lontana parente, fuori di testa, ma bella davvero, quante volte l’ho cercata senza osare di troppo, quante volte l’ho spiata con uomini a frotte, pronti a svenarsi di barche e di auto, di soldi e di case vendendosi madri a zingari nani con la bava alla bocca e sesso di maschio più duro, che non accenna al riposo neanche dopo giorni d’amore, passati ad entrare nei meandri vogliosi di donne a decine che aspettano in fila, pronte a ricevere l’altero piacere. Era bella mia zia, era bella davvero, rimasta sorda ed intatta al mio richiamo, vestita di un tono di bianco che inganna, quando la vedevo dall’altra parte del muro, attraverso quel buco fatto allo scopo, ansimare e godere con il prescelto di turno, ma senza impegnarsi per oltre una notte. La vedevo in ginocchio e mi domandavo il piacere, che provasse distesa o addosso ad un uomo con il seno violaceo ed il fuoco nell’anima che natura la fece soltanto, per ricevere sesso più duro. Finché una notte commise lo sbaglio di ripetere il gioco con lo stesso signore, s’accorse d’impatto che la vita l’avrebbe costretta a non confondere mai l’amore al piacere svuotando di giorno le promesse notturne di effimera sposa fino allo spuntare del sole. Era bella mia zia, era bella davvero!


Come me, Libera Eva, conosciuta appena grande, quando timidamente colava una voglia, tra i gatti e l’immondizia e le prime nebbie al mattino. La mia faccia da bambina con le rughe di traverso, già carica di aborti e malattie e fumo e botte e vino, tariffa unica e scontata fino alle ossa, davanti o dietro o dove mi era impossibile parlare, non c’era che da scegliere senza alcuna differenza. Grassi, magri e clandestini, purtroppo uomini, raccattati alla stazione, sporchi e ladri ciancicavano dialetti da lontano, slavi russi un po’ polacchi, come topi nelle navi, odoravano di sangue come lame di coltelli. E ancora semplice come il pane appena fatto, sbirciavo di traverso le colleghe nell’attesa, tra i vapori della strada, imbellettate di merletti, addobbate tutto punto come foglie di cipolla, gonna nera e tacchi rossi che s’infilavano nel cuore, diligente rimanevo appiccicata come colla a sognare la più bella dentro un letto caldo e pulito di sapone. A sognare che domani sarà diverso e mai uguale. Come un fiume scorre lento, trasparente giù dai rovi, mentre tra le tacche dei minuti, pesanti come travi, allargavo le mie cosce, e il piacere scorreva via. Di giorno sogni impuri, ma di notte uragani che tuonavano impostori come tempeste e temporali. Senza un briciolo di pudore, scorrevano senza impedimenti, come a volte il sudore o le navi sotto i ponti, forti come maschi, s'insinuavano indecenti e facevano tanto male e mi devastavano di dolore come tarli intermittenti rodevano i pensieri e s'aggrovigliavano melmosi come alghe sfilacciate. Affondavano rabbiosi dentro il mare di piacere il loro sesso impantanato nei sogni che dà la carne, di donna, moglie, figlia, bambina o madre o semplicemente dentro di me, Libera, che aspettavo la mia Eva.


 

 
     
COMMENTI DALLA RETE
 
Paolo Un perfetto esempio della linea sottile tra la tua prosa ed i tuoi versi, un'opera che per qualche tempo ha presenziato pressoché identica in entrambe le sezioni, si potrebbe pensare addirittura ad un "testamento erotico-spirituale"... Un lavoro dal fondo straziato e straziante, un "ma" levato contro una vita in cui non ci riconosciamo se non per i nostri sogni, per i nostri ricordi più vivi. Forse "falso", forse no, è tra gli scritti di LiberaEva più veri, più umani, di quelli in cui cambiando i soli "meri accidenti dei nomi" potresti sempre riconoscerti, chiunque tu sia. Anche se sai che l'Autrice può essere una ed una sola. 
Paulus  Scrittura di qualita'.
Questo racconto vale letterariamente, il che non e' frequentissimo in testi di questo tipo, tutti centrati sull'erotismo. 
qui ci sono sequenze barocche molto saporite. chi scrive donna o uomo che sia e' un buongustaio non solo di donne ma anche di parole. Inoltre il contenuto e' di tipo liberatorio, presuppone un senso ottimistico della vita, non ha le tendenze mortuarie che spesso predominano quando uno scritto abbonda in descrizioni viziosette, per cosi' dire. 
MONICA Eva, donna che cerca amore tra le donne , ma che da loro è sempre rifiutata; e per vivere è costretta fin dall'adolescenza a fare la vita, ad andare con gli uomini che odia , sia per ribrezzo che per invidia del loro corpo 'completo ' come il suo non è. Eva non conosce l'amore , e lo cerca disperatamente , forse riesce a trovare un pò d'affetto in una vecchia prostituta che le fa provare il piacere d'amare in modo libero come Eva intende. 
Lorenzo E’ un commento che vale anche per gli altri tuoi scritti. E’ così intensa questa ricerca dell’altro sull’onda dei sensi con il pensiero che registra con precisione ogni passaggio, senza esaltazioni e senza colpe. Emozioni, slanci, e ancora emozioni. Vita che sembra esplodere in ogni senso. Sottile dolore, molta tensione emotiva e soprattutto intelletto. Grande scorrere sensuale e molta poesia. Bisogna leggerti a piccole dosi. .
FOGERTY Testo notevole. E` testo, è monologo,è sceneggiatura e spesso poesia. Ci sono aspetti veramente lirici ad esempio quei richiami alla zia: "E bella mia zia, bella davvero etc..." li vedo inseriti anche a sé come introspezione/dialogo/urlo/confessione della protagonista, con punte di dolore/rabbia, che trovo appunto poetiche. Complimenti e a rileggerti. 
Federico Ci sono delle bellissime frasi. Forse alcune sono  troppo lunghe e "costruite" e rallentano la lettura, a volte ho dovuto fermarmi a rileggerle. Comunque complimenti, aspetto il tuo prossimo testo... Ciao. .
Federico Un fiume in piena: trabocca passione, immagini, sensazioni e emozioni, magari un po' slegate, tradendo una scrittura di getto, come se non riuscissi a fermarla e a darle una forma, un'ordine... ma che ispirazione sopraffina, che ricchezza di pathos... i miei rispetti Eva. 
   
 

 

 
 
     
 

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