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Come posso pensare che quest’incontro mi cambi la vita, che un’occasione neanche
cercata mi possa ridare vigore al cervello, e linfa alla pelle che nonostante le
creme cade e s’arrende, al tempo che corre agli anni che porto. Come posso
pensare che quel ragazzo incontrato per caso, possa in un attimo riempire i miei
vuoti, scavati negli anni da sbagli ed da imbrogli, oramai diventati caverne
irrequiete, che se solo potessi cancellerei all’istante, ricominciando dal
giorno che ho visto la luce.
Non c’è ragione e nemmeno un appiglio, perché ora mi aggrappi a questo sostegno,
dentro un vagone stipato di metro, che rumoroso mi raschia il cuore e la mente,
e mi porta diritto verso Villa Borghese. Perché poi gli ho detto proprio quel
posto, dove si incontrano amanti che si giurano fitti, calde promesse in un
pomeriggio affollato, davanti ad un laghetto dove rischi che incontri, mamme a
passeggio con carrozzine e mariti, perfino la gente del tuo stesso quartiere,
che ti scruta e si chiede come mai da sola, senza tuo figlio o tuo marito a
braccetto.
Non so perché ho voluto rischiare, e questa mattina ho accettato l’invito,
all’entrata di scuola dove lascio mio figlio, ho detto va bene senza pensarci, a
quel ragazzo invadente con la faccia da bimbo, che insistente mi chiedeva un
minuto soltanto. “Mi scusi signora, un attimo solo!” Con fare indiscreto mi ha
chiesto una strada, poi m’ha seguita per i banchi di frutta, finché m’ha
strappato un sì e un va bene, che ora mi pento e mi rimbomba ossessivo, come se
non aspettassi che altro che quello, un qualsiasi uomo che mi facesse un invito.
M’intravedo la faccia e mi giudico oscena, tra i finestrini sporchi che mi fanno
riflesso, mi sento ridicola se solo ci penso, che avrà la metà degli anni che
porto, che sto andando rassegnata su una panchina, di Villa Borghese davanti al
laghetto, che non porta altro che a questo presente, senza uno spiraglio che
diventi domani.
Mi
ripeto che alla prossima scendo, e torno indietro da mio figlio che ora
m’aspetta, e mi vuole e mi chiama per aiutarlo a studiare, magari inventando a
mio marito una scusa, semmai davvero dovessi rendergli conto, che l’estetista
stasera ha avuto un disguido. Ma dove vado non c’è nessuna estetista! Forse solo
la speranza remota di qualche massaggio, che la mia vergogna ha riposto in
qualche angolo buio, e nessuna luce al momento potrebbe schiarire, senza farmi
sentire davvero grottesca.
Mi
sento comica e buffa mi sento uno straccio, se penso alla faccia di chi ora
m’aspetta, quando mi vedrà traballare imbranata ed incerta, su questi tacchi che
non mettevo da anni, con questa gonna che non copre il ginocchio, adatta ad un
corpo giovane e snello. Chissà cosa penserà vedendomi diversa, da questa mattina
quando m’ha vista, quando i suoi occhi si sono adagiati, nella scollatura che
ostentava il mio seno, dove da anni nessuno mai aveva riposto, il minimo intento
per sentirsi più uomo.
Ma
io ce l’ho già un uomo! Uno di quelli che a quarant’anni soltanto, pensa che una
madre ha smesso di essere donna, che una moglie non sia più adatta a dare
piacere. Non si rende conto cosa cova qui sotto, tra queste gambe ora coperte di
rete, che camminano dritte verso la percezione di un sogno, che da tempo consumo
al risveglio da sola, quando lui esce ed io rimango nel letto.
Tra poco lo vedrò giovane e bello, sorpreso perché mai ci avrebbe sperato, mi
darà del lei chiamandomi signora, chissà se cercherà la mia mano, che timida
ogni volta cambierà posizione. Spero davvero che non si faccia illusioni, non
cederò di un millimetro ai suoi desideri, perché signora per bene non si lascia
mai andare, la prima volta su una panchina all’aperto, la seconda volta con le
rose all’ingresso. Scanserò le sue voglie maliziosa e sicura, facendomi
corteggiare per ore e parole, fino a che mi sentirò considerata davvero, che a
quarant’anni si può essere altro, gustando l’inizio di quello che vado cercando.
Mi domando sul serio se sono venuta per questo, se veramente questo ragazzo
possa cambiarmi la vita, o almeno i pensieri quando m’addormento di notte.
Se
invece me ne innamorassi davvero? Se non opponessi resistenza alle sue mani, che
di sicuro smaniose proveranno a toccarmi, tra la maglia di rete delle mie gambe
scoperte, come mille risposte alle mie tante domande, che inesorabili mi
spingono ad andare più avanti. Sorrido e mi metto a pensare, come può una donna
far capire che vuole, dire e non dire ed invitarlo ad osare, che può venirmi più
accanto e sfiorarmi i capelli, e se vuole può sentire quanto batte il mio petto,
se tocca e ritocca dalle parti del cuore. Credo davvero che sia inutile fingere,
perché se ho accettato l’invito, da questa faccia poco più che lattante, non ho
poi tanto bisogno di corte a parole, di cene e d’alberghi e suite imperiali, con
le finestre tappate per soffocare le urla, la voglia che dentro trabocca da
sola. Perché griderei se solo provasse, se solo una mano m’accarezzasse di
fianco, o che so io, un bacio negato ad un seno che chiede, per farlo esplodere
senza ritegno, come una mina nascosta dalla terra e dal tempo. Mi sgualcirebbe
la seta che leggera mi fascia, appiattendo le onde di luci che fuori, filtrano
giocano e sensuali si danno, per l’unico scopo d’essere femmina, per l’unica
meta di farsi sciupare, le pieghe del cuore di pelle e di carne, nel dai e non
dai che si nega e si dona, alla passione del maschio che incede ed avanza.
Cammino su queste foglie d’autunno inoltrato, che fanno rumore sotto le suole,
che fanno richiamo per uomini soli, mi fischiano volgari per il gusto di farlo,
m’invitano sapendo di non aspettarsi che altro, da una signora che passa non si
volta e cammina. Invece non sanno che potrebbero osare, che basterebbe davvero
un minimo sforzo, per esser cortesi e rallentare il mio passo. Se sapessero solo
che il calpestio dei miei tacchi, va dritto verso l’unico maschio, che ha avuto
il coraggio di offrirmi un incontro, e nessun’altro motivo mi conduce in quel
posto. Se sapessero che sotto la mia gonna fibrillano fiocchi, orli e merletti
per un po’ d’attenzione! Ma è possibile che non riescano a capire? Che mi sono
ridotta ad infarcire di sogni, un piccolo ometto che ora m’aspetta, che davvero
potrei fargli da mamma, e di sicuro i miei seni sarebbero adatti, se fossero
gonfi soltanto di latte. Mi lasciano andare perché hanno capito, che cerco
un’occasione per imbrogliarmi di nuovo, che non sia evidente e nemmeno diretta,
ma nasconda le insidie per farmi tentare. Conciata in questo modo non vado di
certo, a prendere un tè con la mia amica del cuore, ma a farmi accettare per
quello che valgo, se gli anni che mostro sono pochi o poi tanti, per sentirmi
più donna senza pretendere altro.
Ora mi sento meglio e cammino più svelta, ho voglia soltanto di mettermi in
prova, con le mie morali assopite che dormono a fianco, e mi fanno vedere più
chiaro che voglio, essere apprezzata chiunque sia il soggetto, uomo o bambino
che freme e che sbava, su questo seno testardo che cala e che pende, trascurato
da bocche che ho respinto negli anni. Tra meno di cento passi sarà tutto
diverso, solo cento foglie che ciancico strada facendo, contenta e felice
d’esser me stessa, vestita e truccata per farmi guardare, per farmi sentire
bottino e poi preda, di fronte a due occhi che ne fanno saccheggio. Tra meno di
cento foglie sarò unica e vera, senza paure che finora m’hanno protetto, ma che
ora mi spingono verso un laghetto, dove mai fino ad oggi avrei creduto d’andare.
Lo immagino che freme che suda e vorrebbe, poggiarmi la voglia bollente che
aspetta, il suo sesso che cerca una comoda alcova, le sue dita sul velluto di
stoffa e di tette. Se solo fosse un po’ intraprendente! Lascerebbe i convenevoli
ad un altro momento, per darmi ora il desiderio più esperto, quello diretto che
mi brucia e consuma, questo calore che mi lievita dentro. Se solo fosse più
deciso, m’alzerebbe la gonna in un attimo breve, scoprendo fiocchetti orli e
merletti, d’una donna che freme che lascia scoprire, il solo motivo che qui l’ha
condotta, lungo questo viale di alberi e ghiaia, che fastidiosa m’impedisce di
procedere in fretta.
“Terza panchina a sinistra davanti alle barche.” Mi ripeto ossessiva la sua voce
infantile, che ora m’appare sensuale e più scaltra, come se nel frattempo fosse
cresciuto, come se tante donne amate nel mentre, gli avessero dato un’aria da
grande. Mi prenderà proprio su quella panchina, magari quando l’aria più scura
s’è fatta tramonto, o spingendomi dietro una siepe d’alloro, così rada perché
ora a me serve pensarlo.
Mi
prenderà per il gusto d’avermi davanti, di farsi una madre con quarant’anni di
voglia, di farsela tutta obbediente e più schiva, che le cerca le labbra o
dentro le cosce, che per il fine che cerco non fa differenza. Mi chiede e mi
vuole mi chiama e mi ingiuria, senza curarsi poi troppo del mio tailleur di
Cavalli, mi spoglierà di sicuro lo farà veramente, per lasciarmi in balia di
occhi indiscreti, che di lì a niente passano in fretta, che di lì a niente desto
solo che schifo, perché mi faccio sbattere contro una siepe, perché è un
ventenne ed io più nuda, mostro per intero gli anni che porto. Cammino e
rallento cammino e m’affretto, sento gli occhi del mondo che mi danno un
giudizio, come se le mie scarpe parlassero sole, come se i miei seni ballassero
al vento, e diventassero voci sempre più fitte, e poi urla e poi rumore
assordante.
Solo cento foglie ed ora mi vedo, vestita elegante dietro gli sterpi, la siepe
d’alloro che a malapena mi copre, dalla strada i passanti dal traffico intenso,
da mio figlio che ora m’aspetta, da gente normale che va verso casa, da mamme
che corrono verso gli affetti. Solo cento foglie per sentirmi già persa, che
cerco impunita l’ennesimo orgasmo, senza trascurare la brama di pelle, che
s’infila e si sfila nel mio piacere che doma, che affonda e ristagna dopo anni
di incuria. Solo cento foglie e mi chiama puttana, eccolo lo sapevo che
l’avrebbe gridato, in piedi in ginocchio come la domenica a messa, o cagna in
calore che gode alla luna, alla fila di cani che stanno aspettando.
Le
voci m’incalzano e si fanno più inquiete, solo cento foglie per lacerarmi i
vestiti, stipata nel collo d’un passato banale, da buttare intero come
immondizie, la comunione di Luca il mio viaggio di nozze, mio marito che sbuffa
e ogni notte mi schiva, s’addormenta pensando ad una donna diversa, magari
straniera magari più bella, magari più bionda del mio castano rifatto.
Dentro di me le voci si fanno più intense, urlano ficcanti e diventano un coro,
un corteo di facce che non mi lasciano tregua, solo cento foglie per essere
brava, per sentirmi padrona e sentirmi in difetto, stipata di voglia tra le
labbra e la bocca, la mia grande occasione perduta nel tempo, la bella casa
arredata di gusto all’antica, l’aborto spontaneo da sola nel bagno, le cene a
Natale i pranzi di Pasqua, l’immagine sacra sulla spalliera del letto. Solo
cento foglie e godo davvero, di fianco e supina montata riversa, con il seno
umido spiaccicato sull’erba, insozzato di terra ed acqua piovana. Perché godo
davvero riempita all’orlo, come un secchio per strada sotto la pioggia, che
ancora ne chiedo addosso la siepe, con gli stecchi che graffiano l’anima persa,
che mi danno dolore ferite e bruciore, e a poco a poco svaniscono senza più
tracce, perché nulla rimane e nulla più sento…
Le
cento foglie sono finite, le cento foglie non fanno rumore, rimane solo un
dubbio calmo e silente, se quel ragazzo davvero m’abbia invitata, all’entrata di
scuola che salutavo mio figlio, a quest’ora al tramonto dentro Villa Borghese,
sopra questa panchina davanti al laghetto, la terza a sinistra dopo il cancello,
proprio davanti alla rimessa di barche.
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