Affondo dentro questo sfarzo d’albergo, seduta sul giallo
d’un divano importante, che risalta e contorna tutti i dettagli, che mi
fanno più bella unica e rara. Oddio davvero come devo essere bella! Mi
guardo e mi piaccio e cambio le pose, nella parete di specchio in fondo
alla hall, con la mano sinistra allargo le dita, tiro dietro i capelli e
scopro la fronte. Ovunque profumano mazzi di fiori, ma sarò io la rosa più
fresca, che quest’ometto fissa e consuma, a circa due metri
dall’impossibile sogno?
Giro ed accavallo le gambe, mi fermo sospesa a metà della
ruota. Chissà se riesce a vedere qualcosa, chissà se ha capito che non porto
mutande! Ma insisto e lo lascio guardare di nuovo. Spalanca gli occhi ed io mi
sento più bella, increspo la calza perché non abbia più dubbi, di quello che a
breve potrebbe trovare, di quanta classe di seta s’intravede nell’ombra, di
queste gambe gemelle velate di nero.
Soffio il fumo contro il soffitto, poi aspiro di nuovo
tenendo tese le dita, lasciando che la luce del giorno di fuori, sbatta diretta
sulle mie unghie riflesse, e crei una pioggia rossa di luci, che a rivoli scende
disperdendosi al nulla.
Non so perché stamattina mi ritrovo seduta su questo
velluto, sono madre di figli, nuora d’una suocera che m’ama e m’adora. Se mio
marito sapesse di quale alone m’ammanto, nel lusso sfrenato d’un albergo del
centro! Di quanto di vero c’è in quello che scrivo, che provo nel mentre una
voce più spinta, potrebbe trattarmi da semplice squillo! Potrebbe accadere ora
in questo momento, davanti a quest’uomo come un normale cliente, che paga e
m’appaga e svuota le tasche, e gonfia il mio orgoglio che lievita dentro.
Per gioco mi ritrovo dentro lo sfarzo, d’un alone che sfuma
i contorni, come un sogno che nasce quando si fissano gli occhi. Io scrivo
novelle per una rivista di donne. Ho una rubrica di sesso ed ammazzo la noia.
Finché questa mattina in cerca di spunti, mi ha preso la voglia di camminare sui
tacchi, gli stessi dove danza LiberaEva, la mia eroina e femmina al bivio,
d’essere amante come la luna, d’essere unica per tutte le notti. Potrei essere
io stessa LiberaEva! La bella stupenda LiberaEva! A corto di fiati quando si
spannano gli occhi, che gioca con gli uomini dentro la mia fantasia, che faccio
giocare tra le righe sospesa, tra l’erotismo leggero e l’amore più duro, tra i
m’ama e non m’ama d’un’alba che nasce.
Tutto per caso quando sono entrata distratta, chiedevo solo
una via d’un negozio di stoffe. Tutto per caso quando il portiere gentile, mi ha
scambiata deciso per una di quelle. Chissà l’avrà letto negli occhi, nel seno
che mostro per vezzo di donna, dove lascio affondare casualmente le voglie, che
discrete rimangono a distanza opportuna.
Non ho fatto nulla per convincerlo d’altro, sono stata al
gioco senza fatica, ed ora mi ritrovo tra i lampadari di gocce ad accavallare le
gambe e fare la parte, accanto al profumo di rosso di rosa, che invoglio chi già
sa cosa vado cercando.
Sento sotto la pelle un discreto piacere, e mi piace da
impazzire essere unica e sola, dentro due occhi che colano voglia, che luccicano
brama di prendermi ovunque, a costo di non riuscire a salire le scale, ad aprire
la 114 in fondo a
sinistra.
Chissà se riuscirò ad essere all’altezza, femmina
intrigante quanto LiberaEva, ma mi piace mi piace vedere quest’uomo, incollato
che freme su quell’alcantara, che cerca illuso d’indovinarmi il colore, la
stoffa la trama e se porto fiocchetti, d’ogni piega che ondeggia alla luce
soffusa, d’una lampada liberty su un marmo venato.
Non posso farne a meno e mi sento imbambolata, assuefatta
dalla mia stessa bellezza, da questo uomo che di colpo è diventato più niente,
di quanto non lo fosse prima d’entrare. Chi glielo dice a quelle di strada, che
far la puttana non significa darsi? Che la carne la pelle non si vendono a
pezzi?
Chi glielo dice davvero che sotto la gonna, siamo uguali e
non c’è differenza, voragini nere per balie di feti, che lasciano all’uomo la
voglia e il dovere, l’intrigo e l’impulso di riempirne l’assenza, il vuoto che
chiamano istinto materno. Chi glielo dice che è proprio la gonna, il tacco che
instabile preme, il laccetto che stringe la caviglia insolente, insomma la forma
a farmi unica e rara, a far credere a quest’uomo che se ora volesse, che davvero
nel mondo non ci sarebbe di meglio, se ora m’alzassi camminando leggera,
lasciando uno squarcio dentro i suoi occhi.
Ma io non mi alzo! Non ci penso nemmeno! Il portiere
prenderà tutto il dovuto, tratterrà per sé il trenta per cento, ed il resto
affinerà la superbia di una donna di classe, di questa rosa che stringo in mezzo
alle gambe. Oddio come sono bella! Sarebbe stato un peccato scriverlo soltanto,
ora davvero capisco LiberaEva, la stupenda Eva che in cerca d’amore, si lascia
sedurre dalla sua stessa bellezza, incurante al mattino di ritrovarsi da sola,
in un letto disfatto e la signora che stira.
Dentro questi occhi orientali, tra poco incapaci
d’assorbire altra bellezza, cresce il vanto d’essere femmina rara, proprio come
LiberaEva che passa le sere, davanti allo specchio ad allungare i contorni, il
trucco, il tempo, il rossetto, la voglia, per ritardare il momento d’accogliere
un uomo, d’accoglierlo tutto dentro il suo letto.
Chissà se mio marito capirebbe quello che provo! Che tra le
mie gambe c’è un buco di taglio, che non ha bisogno di carne e di sesso, di
materia che entra per rabbonirne le voglie. Chissà cosa direbbe davvero, nel
vedermi che ostento l’incavo del seno, che come un nido lo offro e lo dono, come
tana ci cullo il desiderio scomposto, d’un uomo che muto suda e poi chiede, che
fissa il merletto e non sta più nella pelle.
Eccolo! Tra poco si alza, lo vedo, lo sento, che niente a
quest’ora sarebbe importante, che solo una fica può riempire il suo giorno, che
giudica solo dalla gonna che porto. Divarico leggera d’un niente le gambe,
perché cada di colpo l’ultimo impaccio, riaggiusto la calza, la riga che sale,
per mostrargli evidente che conosco il mestiere, il lavoro che tra poco mi
reclama e mi spetta, se solo s’alzasse e domandasse al portiere, quanto gli
costa pronunciare il mio nome, mentre tiene la gonna arrotolata sui fianchi .
Freme e il sudore gli imperla la fronte, gli fa tremare le
mani e gli ingobbisce le spalle, che già spioventi lo fanno più piccolo e basso.
Eccolo s’alza lo seguo con gli occhi, va dal portiere e chiede e mi guarda,
sicura che chiede se sono impegnata, e quanto possa costare una donna di classe,
che seduta accavalla le gambe, e mostra e non mostra il suo sesso spogliato.
Parlando il portiere mi guarda, già l’immagino come
m’apprezza: “Signore mi scusi ma non è una professionista, dovrei convincerla a
salire le scale. Ma se lei vuole posso provare. La vede come accavalla le gambe?
La vede come socchiude la bocca? Lo vede il seno che ostenta morbosa? Sono gesti
inconfondibili di una donna sposata, d’una signora per bene che non conosce il
mestiere.” Li guardo e sono estasiata, sono io l’oggetto d’un uomo che sta
vendendo la merce, il desiderio dell’altro che vuole almeno provare. Il portiere
esperto gli porge la chiave, la
114 in fondo a sinistra.
“Signore, lei vada e rimanga in attesa, io intanto cerco di fare il mio meglio,
di convincere una signora ad offrire il servizio.”
L’ometto sale ed il portiere mi fa un cenno d’intesa.
Oddio, ma è vero! Il mio primo cliente, la mia prima scopata, fuori dall’odore
di casa del letto, unico e solo che mi ha accolto finora. Il portiere sorride e
pensa alla mancia, e con due mani fa segno che sono seicento. Oddio, ma davvero?
Non riesco a pensarlo! Che le mie gambe abbiano fatto l’effetto, scardinato la
voglie fino a spogliare le tasche, d’una voglia che ora m’aspetta impaziente,
che adesso mi vuole al piano di sopra.
Chi se ne importa se è piccolo e brutto! Se pelato mi bacia
e risale le gambe. Chi se ne frega se per amore potrei trovare di meglio! Io
vivo in una casa stupenda dove guardo San Pietro, sono insegnate al Visconti di
Roma, scrivo per hobby ed uccido la noia. Ma ho bisogno di quei soldi, spalmarli
sul viso come fossero crema, accarezzarmi le cosce per catturarne l’odore. Ho
bisogno di dare sostanza all’emozione che offro, di farmi comprare come una
mela, che luccica bella sopra un banco di frutta.
LiberaEva non l’avrebbe mai fatto! Lei si dà per dare corpo
all’amore, carne e materia che entra ogni notte, che all’alba poi esce
allargando quel vuoto. Ma io non sono LiberaEva! Sono la scrittrice che muove le
voglie, che ora si bagna e si sente regina, al solo pensiero di salire le scale.
M’alzo sono pronta decisa. Sento i miei tacchi che vanno
all’amore, ad appagarsi per il gusto di farsi guardare. Chissà se s’accontenta
di poco? Se dovrò spogliarmi appena mi vede, o lasciargli il piacere di
sciogliere il fiocco, la lampo, il bottone, il gancetto, che scoprano in parte
una femmina pronta, a calarsi mutande se almeno l’avesse. Ma io non conosco i
tempi, la durata per dirgli che il tempo è scaduto, per dirgli: “Su amore fai
più in fretta, qualcuno di sotto irrequieto m’aspetta.”
Salgo le scale, mi s’ingrossa il fiatone. Sono una
scrittrice d’amore e di sesso, non posso avere ansie e timori! Alzo le spalle
per ingrossare il mio seno, per offrirlo decisa appena apre la porta. Salgo le
scale: “Ma davvero lo sono? Come dire di quelle, come dire… mignotta,.” Nessun’altra
parola mi darebbe l’effetto, l’essenza di quello che faccio. La ripeto, la giro
dentro la testa, l’allungo l’accorcio per esserne certa, perché la mia coscienza
capisca davvero, che sto offrendo me stessa dalle parti che altre, vorrebbero
almeno un pretesto di cuore, uno straccio d’amore per allargare le gambe.
La
114 in fondo a sinistra, mi
sento pesante stordita e leggera, ad ogni passo un pensiero diverso: “Certo che
posso che sono all’altezza!” Ne ho descritti a migliaia di sessi a parole, ed
ora non resta che provarne il piacere, come LiberaEva quando la faccio gridare,
distesa nel letto o in ginocchio nel bagno. “E se vomitassi quando gli lecco il
sudore?” Ma ora sto volando, decisa m’affretto, consumando i passi di questa
moquette. Ora sto danzando perché davvero lo voglio, 114 busso tra poco mi apre.
Guardo in alto e fisso la porta. Chissà se è nudo o
vestito, e mi darà il tempo di riprendere fiato. Ecco lo sento, sento un rumore.
Il pomello che gira, lento mi apre. Abbasso gli occhi ed entro. Chissà se mi
vede ancora più bella, o la luce che entra mi smussa le forme, m’appiattisce il
seno e mi rende insicura. E se ci avesse ripensato? Se ora cafone dicesse: “Mi
scusi ma mi ero sbagliato?”
La stanza è grande piena di luce, non ho il coraggio
d’alzare lo sguardo. “Signora la stavo aspettando.” Sento una mano sopra il mio
fianco. Alzo lo sguardo. Oddio è nudo, nudo dai piedi alla testa.
S’avvicina e mi toglie la giacca, mi guida verso il letto,
mi metto seduta. Sono impacciata devo fare qualcosa, ma sento l’odore della sua
voglia che sale. S’avvicina e mi sfiora le labbra, poi scende e mi bacia il
collo ed il seno. Come lumaca lascia una striscia, di muco e saliva durante il
percorso. Come un cane s’accuccia per scendere ancora, ora è in ginocchio
davanti ai miei tacchi, come un verme li lecca l’appanna e li succhia. Ora
risale e si concentra nel mezzo, dove prima cercava di indovinarne il colore.
Non ce la faccio non resisto all’idea, che tra poco il suo sesso farà lo stesso
tragitto. Ora scoppio, mi do della scema, della masochista in cerca di schifo,
sensazioni precise che smuovono il ventre, e risalgono acide dentro la bocca.
Lo guardo di nuovo lo guardo decisa, ma non ha nulla che
possa invogliarmi, turare il naso, la bocca, per sopportare la vista, d’un
essere informe
invasato di sesso. Come ho pensato di sentirmi più bella? Come ho potuto credere
davvero, che tra puttana e scrittrice non c’è differenza? Eccolo lo sento! Mi
chiede se sono sposata. Oramai non demorde.
Mi spoglia e mi copre, mi stringe e mi tocca. Il suo sesso
mi cerca mi preme mi sporca, invasato dal gusto di farsi una donna, e farsela
tutta distesa e in ginocchio. Lo bacio per ritardare il momento. Chissà se si è
accorto che provo ribrezzo, che in bocca si forma dell’acqua simile a sputo? Mi
sta schiudendo le labbra e segue il contorno, per entrare tra poco, adesso di
colpo, per sentirmi invasata che grido e lo chiamo.
Oddio che pazza che sono! Davvero oggi non avevo altro da
fare? Accompagnare i miei figli a lezione di piano, o restarmene a letto fino
all’ora di pranzo! Lo sento ansimare sussurra mignotta. Ecco l’ha detto ora
davvero lo sono! Davvero lo sento che entra, che preme, che scava, che umido
sale, e sale deciso fino al cervello, che mi blocca la penna e rimango sospesa,
e incredula penso che se fosse un racconto, lo ricomincerei daccapo con un uomo
stupendo. Se fosse un racconto…
Rido e mi desto che scema che sono! Tiro il fiato sorrido,
ma un dubbio rimane, pensando a LiberaEva costretta a subire, a sopportare la
mia voglia di farmi del male, di provare a capire qual’è il punto preciso, dove
l’umiliazione diventa piacere, dove l’insulto un godimento perenne.