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I RACCONTI DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

La spingo e la giro

 (L'amore inverso)

foto Ernesto Timor

 
 
 
 

Non voglio che questo giorno che nasce mi trovi da sola a contare le stelle, a vederle cadere dentro il mare infinito che plumbeo e tetro mette paura, non voglio per nulla che mi trovi disperata di un uomo che proprio stanotte m'ha lasciato dei vuoti, di buchi di fuori e caverne di dentro, tanto che ora se solo gridassi non risponderebbe che una misera eco, uno spoglio rimbombo di mura e d'amore.

Se ne andato muto senza guardarmi, infilando in valigia mezza casa e ricordi, e quella parte di cuore che m'era rimasta, che illusa credeva senza più appigli come si crede ad un Dio in punto di morte. E fuori c'è il mare che mi fa solitudine, che se solo potessi lo prosciugherei all’istante, per raggiungere il chiarore che flebile trema all'orizzonte. Mi ripugna persino guardarlo, persino pensarlo che tra poco illuminerà lo squallore dove affogo da ore, sfaccettandosi su questa bottiglia che vuota m'estirpa il dolore, che sola m'ha dato la forza d'essere sveglia fino a quest'ora.

Questo sterminato sconforto m'invoglia e m'invita a cercare sollievo nel suo grembo infinito, dove pesci giganti m'aspettano in tanti per sfamarsi di strazi, di pene e tormenti, e dissetarsi del sangue appiccicoso di alcool. Tra poco il chiarore sarà alba e poi luce che filtrerà fino a sbattermi contro, trovandomi nuda su questo tappeto che mi fredda le ossa e mi gela la pelle, dentro queste inutili tette che pendono frivole senza nessuna sostanza. E' vero! Era il mio unico amante, l'unico che avevo! M'asciugava le lacrime che senza senso colavano dense, m'azzittiva le risa che uscivano ad urli senza motivo.

Era il mio amante, l'unico rimasto a definirmi un'attrice, sapendo benissimo che il mio culo perfetto era servito soltanto a metterlo in mostra per qualche parte volgare da controfigura. Era il mio amante, l'unico a chiamarmi scrittrice perché scrivevo d'amore in una rubrica di cuori su un giornale locale, ma che mi costava un pomeriggio ogni mese dentro una squallido albergo sulla Statale poco distante. Quali stronzate potrò mai scrivere? Quali consigli potrò mai dare? Se ora mi ritrovo sconfitta d'amore davanti a questa vetrata, dentro questa villa che da mesi mi ospita e non pago l'affitto.

Se ne è andato perché non gli bastavo, perché in queste forme di femmina non s'era mai trovato né perso, quando la notte m'addormentavo distrutta e convinta che mai avrei potuto appagare con le mie tette abbondanti il suo amore inverso di voglia contraria. E' fuggito dal suo spacciatore, come un drogato in astinenza, che per anni in segreto lo ha accolto e cercato, e l'ha riempito di sesso e ragione dove io mai sarei potuta arrivare, dove io illusa ho provato testarda a sostituirmi nelle tante notti informi d'amore. Eppure mi bastavano! Come ora mi mancano le sue mani sterili, i suoi respiri infecondi che non hanno mai inumidito i miei seni, che non sono diventati mai pioggia, mai temporali e uragani tra le mie cosce in attesa.

Non mi rimane che questo mare, ma neanche un ricordo per sentirmi più donna, neanche una madre per rifugiarmici dentro o un marito per tradirlo ogni volta! Sono sola! Sola con la certezza che non servirebbe a nulla farmi più bella! Vuota di dentro come tutte le volte che ho aspettato il mio maschio, per poi stringere le gambe ed ascoltare anonimo un qualcosa che sapeva di miele, d'orgasmo distante come quando uno starnuto è lì ma non viene. Vuota come nelle tante notti che chiedevo, eccome chiedevo, d’assopirmi la voglia e d’aiutarmi ad amare chi dormiva accanto, sognando il suo amore segreto e contrario.

Sopra questo tappeto ora mi spoglio e mi copro, mi strucco e mi spoglio della colpa di essere femmina, fuori luogo come quello di una puttana alle cinque dell’alba che cerca di camuffare vestiti e mestiere in attesa di un taxi! Inutile tento di rialzarmi sopra questa bottiglia che piena m'ha riempito la bocca per ore, che vuota ostinatamente mi separa altre labbra, e m'illude soltanto di riempire altro vuoto sapendo benissimo che la somma dei due è solo lo strazio che sento tra la mia carne insecchita.

La spingo e la giro cercando ostinata una stilla d’umore, che eviti l'attrito e scivoli unta nella coscienza che flebile sento, e mi sbatte supina e m'appiattisce con forza sopra questo tappeto. La spingo e la giro pescando nella mia memoria un ospite a caso che non mi chieda permesso, che mi sconfigga il dolore con altro dolore, e vedo lo schifo nei suoi occhi per avermi baciata, l'avidità che prende forma e sostanza dentro quartieri affamati, periferie del mio corpo che credevo lontane, ma sono maledettamente vicine e in simbiosi con questa bottiglia che mi penetra l'anima e scarnifica ossa, fino a guardarmi ridicola nell’ombra del vetro, quasi cagna che sente inconfondibili odori marciti di voglie da strada.

Mi danno nausea e vomito come se non fossero mie, come se queste tracce che ora colano sul collo del vetro fossero di un’altra, una donna che invidio, che chiamo puttana, che strilla sguaiata di piacere abbondante mentre mi tappo le orecchie. La spingo e la giro perché in nessun altro modo potrei sentire il calore, sentirmi avvolta d'affetto e d'amore che inganno con questa forma di uomo, che confondo con qualsiasi maschio che a quest'ora possa nutrire la nobile intenzione di non farmi sentire più sola. La spingo e la levo per procurarmi altro vuoto, per prepararmi la strada ad ogni istante che passa, ad ogni centimetro di pelle che caparbio la risucchia e l'affonda.

La giro e la levo per non sentirmi più sola, per sentirmi l'orgoglio di comandare ogni uomo che s'addentra timido dentro questo malessere, dentro questo ventre  incompleto che un uomo ormai perso l'ha ridotto a un abisso. La levo e la spingo sentendo gli anni che passano e fanno rumore, la levo e la giro come questo foulard sul collo che a malapena li copre. La spingo e la giro perché solo questa bottiglia e nient'altro m’illude di sentire le sue mani insicure, i suoi respiri che m'accarezzavano lacca e capelli ed un vetro più duro mi preparava all’amore.

La spingo e la giro convinta che a quest'ora non esistano uomini sobri che abbiano il desiderio d'ascoltare una donna, la decenza di vederla a bocconi che freme e reclama, che grida e sta zitta infilando nel cuore l'unico maschio che negli anni le ha dato l'amore dormendogli accanto.

 

 

 
     
COMMENTI DALLA RETE
 
E' uno scavare di corpo e di anima, di pelle,  di mente e d'amore, oltre il quale nulla rimane. Francesca
E' triste maledettamente triste ... Rita
La spingo e la giro! Ottimo incipit. Grande! Max
Devo confessare che qualcosa non mi è perfettamente chiaro, eppure la tua maestria nello scrivere al solito scardina qualsiasi giudizio razionale, lasciando solo spazio a sensazioni ed emozioni, devastanti ed incontrollabili. Disperatamente brava. Paolo
E' molto bello anche se devo ammettere che mi ha messo tristezza. Hai trasmesso benissimo un senso di solitudine, abbandono, sessualità come ricerca di attimi di vita che in realtà non c'è. Una bottiglia, molte volte simbolo di decadenza Stefano
Scusa la brevità, ma volevo dire che il tuo racconto mi ha regalato tantissime emozioni. E' davvero difficile trovare un aggettivo che lo descriva... Grazie Tiziano
L'ho letta tre volte e le emozioni rimangono immutate. Prima esaltante poi struggente come mai. Ottimo il ritmo; potresti tentare anche la via della poesia. Brava, continua cosi, emozioni molto. Un bacio. Ben
 
 
 
     
 

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