Tra le lampadine gialle e rosa
dello specchio del bagno intravidi Silvia che stava dando gli ultimi colpi
di spazzola e spruzzi di fissante alla montagna di capelli rossi. Da oltre
mezz’ora eravamo rinchiuse nel bagno del piano notte intente a
imbellettarci. Oramai del tutto vestita mi concentrai con impegno meticoloso
sulla sfumatura del mio ombretto celeste, ma il rumore del cellophane di una
confezione nuova di calze, che la mia amica stava aprendo, dirottò la mia
attenzione. Fissai l’occhio già truccato tra le righe d’umidità dello
specchio appannato cercando di non perdermi neanche un istante dello zelo
col quale Silvia stava contornando le sue nudità. Mi voltai di scatto mentre
dalla sala da pranzo giungevano musica di sottofondo e voci in lontananza
che ci reclamavano in fretta. Silvia, in completo nero intimo, era alla
prese con i gancetti di un reggicalze dove con leggiadra disinvoltura stava
appuntando un paio di calze nere. “Come mi trovi?” Disse puntando il tacco a
spillo tra gli interstizi della ceramica del pavimento e girando su sé
stessa.
“Che
dici, posso avere qualche chance? Oppure mi devo rassegnare a passare una
notte in bianco?” Era stupenda, nonostante i quarant’anni neanche un filo di
grasso o qualche striatura di cellulite. Il sedere tondo ben modellato
riempiva nella giusta misura un paio di mutandine vertiginose..
“Sai,”
riprese quasi pensosa, “di questo periodo il mercato offre poco e niente e
la concorrenza è sempre più agguerrita!” La guardai allibita, ma, di spalle,
non si accorse del mio stupore. Rimase ancora un attimo nella posizione,
finché, soddisfatta dell’effetto, si avvicinò stringendomi forte le spalle.
“Se tu fossi un maschio mi lasceresti uscire da questa stanza così intatta?”
Mi guardò fissa attraverso lo specchio, rallentando le ultime parole in modo
da non sgualcire il contorno del rossetto marcato più scuro. Era la prima
volta che una donna mi stringeva in quel modo, avvertii un fremito tra il
disagio e la piacevolezza di essere protetta. Tra noi non c’erano mai state
ambiguità del genere e Silvia con quel gesto stava semplicemente chiedendo
gratificazioni che forse nessun maschio era riuscito a trasmetterle. Silvia
era così, la compravi veramente con poco, bastava una minima attenzione e te
la ritrovavi ai piedi.
Pronta
per essere gratificata. Lasciò la presa immediatamente chiedendomi ancora di
guardarla e di esprimere un giudizio, ma ottenne solamente una sensazione
leggermente accennata di rossore sotto le mie guance di fard appena messo.
“Ti prego.” Riprese ironica e infilandosi un vestito di seta nero svasato.
“Almeno lasciami le calze intatte! Sai, non sopporto le smagliature e poi mi
sono costate un occhio della testa.” “Smettila di giocare!” Abbozzai una
risposta cercando di porre fine alla commedia. “Ci stanno reclamando da un
quarto d’ora e ancora sono in questi condizioni pietose.” Inebetita tentai
di concentrarmi sull’altro occhio ancora non truccato. Ancora una volta
Silvia aveva avuto la capacità di trascinarmi in un mondo totalmente
sconosciuto facendomi sentire inevitabilmente un piccolo essere
insignificante e sprovveduto. Rividi il suo reggicalze, i gancetti, i
fiocchetti, i volant del reggiseno, il rosso fuoco delle labbra. Due
femmine in cerca di auto gratificazione e tanti maschi in sala da pranzo
buoni veramente a nulla.
"Sei
stupenda" Le dissi, guardandola attraverso lo specchio. "In questo momento
vorrei essere altro: un uomo che ti reclama o una donna esattamente come te"
Dissi pensando ai miei banali collant color carne e alla mia gonnellina
bianca a pieghe corta adatta più ad una quindicenne in una festa tra
compagni di scuola. Silvia rimase sorpresa, ma continuò il gioco,
appoggiata alla porta del bagno scostò i lembi del vestito tirando avanti la
coscia. La mano scomparve tra il mistero dei mie pensieri fastidiosi e
l'orlo merlettato delle sue mutande. Le stringhe del reggicalze nero mi
colpirono l'occhio e l'anima. "E se fossi semplicemente tu?" Mi disse
facendosi seria. "Dai Silvia è tardi!" Cercai ancora un barlume di decenza.
Ma la sua mano era ormai tra le mie gambe. Mi sentii immediatamente invasa
di calore, localizzai la mia coscienza nel mio ventre che si scioglieva
liquido senza resistenza sotto i battiti del mio cuore infantile. . E grata
per l'effetto cercai di ricambiare la cortesia. Strinse la mia gamba tra le
sue cosce vellutate strofinando piacere e mutande senza alcun pudore. E
chissà da quale film me ne uscii con una voce calda e suadente. "Sei una
magnifica puttana." Dissi afferrando le stringhe del reggicalze.
Per meno
di un niente mi sentii maschio, avvertii impetuoso il bisogno di penetrarla,
di possederla fino all'ultima voglia che ancora animava il suo movimento
frenetico. Avvicinò le labbra e confondemmo trasgressione, rossetti e saliva
fino a penetrarci anima e cervello col solo pensiero a disposizione. In quel
momento nessun pene di maschio avrebbe potuto fare di meglio, nessuna
batteria di marinai in astinenza, con i loro sessi eretti, nudi e pronti per
l'uso avrebbero potuto gonfiare l'attesa e riempirci di bisogno reale. Il
piacere non tardò a soddisfarla, come senza alcuno sforzo sentii i miei
orli bagnarsi. Era passato un attimo e non di più. Ci rialzammo
immediatamente. "Cosa ci costringono a fare!" disse cercando una scusa.
Per dire il vero, non era stato così male, pensai, mentre la guardavo
scendere le scale. Rivendicava il suo essere donna lontana mille miglia da
qualsiasi pregiudizio, sicura com’era di essere causa dell’unico e solo
effetto che voleva a tutti i costi provocare.
La
guardai meglio dalla cascata morbida di capelli fino alla punta del tacco,
effettivamente nessun uomo o donna che sia poteva resisterle. Notai le
pieghette delle calze all’altezza della caviglia, risi di me e della mia
ingenuità, non avrei mai sopportato indossare un paio di collant con simili
difetti! In fin dei conti non avevo mai indossato un reggicalze, anzi fino
a quel momento lo consideravo un indumento da bambole ammaliatrici bionde
platino viste in qualche film di spionaggio americano lontane anni luce
dalla mia vita e dal mio modo di pensare. Ma Silvia non era lontana e
scendendo i gradini sentii chiaramente un altro pezzo delle mie fragili
difese cadere rovinosamente sul legno della scala a chiocciola. Ero gelosa.