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LE RACCOLTE DI LIBERAEVA
 
     
 
 
 

La gabbia

 ROMANZO DI LIBERAEVA

Dove ti prendo stanotte signora?

CAPITOLO  

FOTO Markus Richter

 
 
 
     
 

I miei pensieri si accavallano, si arrovellano e la mia mente spazia nell'immaginario, nel buio vuoto di una stanza che conosco a memoria. Cerco la luce inutilmente, cerco di dare un volto a tutto questo... cerco lenti per la mia immaginazione confusa e miope... ma tu sei essenza, pensiero, profumo di rose mai colte... dove sei? Io devo toccare il tuo corpo sensuale e caldo, devo assaporare il gusto della tua pelle... sentire dentro di me il sapore della tua bocca, della tua fica. Non voglio passare per un perverso, ma vorrei tanto che tu mi aiutassi a ricordarmela, che mi descrivessi i dettagli, la pelle arricciata, il rosa chiaro che si schiude, la passione che chiude e divora, immobile e stretta per non farlo scappare. Ti ripeto qui mancano i dettagli, i profumi d’un fiore che serra i suoi petali al buio di notte, e di giorno si s’apre e amoreggia col sole e si fa scaldare nell’intimo dentro. Tu non ci sei e il sogno diventa un affanno, voglia repressa, devo uccidere i miei sensi o loro avranno la meglio su di me, devo cacciare i mille pensieri che mi mulinano tra le tenebre fitte tutte le notti. Forse dovrei addormentarmi per sempre, ma i morti sognano? Altrimenti sarebbe davvero stupido morire.

Le tue parole sono come il sale che rende più saporito il pane, sono come il filo di grasso che fa più ghiotta la carne, che scorre nel mezzo e ti inonda la fratta e lecchi con un dito il bicchiere per non perderne un goccio, e lecchi l’intimo di un uomo che cola forza e potenza dopo l’amore. Perché tu mi consumi sai, donna fatale,  fattucchiera d’incantesimi che ti materializzano come ombra carnosa. Giuro che m’alzo e ti vengo a toccare, ma tu non andare via, non chiudere la porta, lasciami spiare attraverso una fessura il mondo dei sensi,  mentre t'infili le calze o quando malinconica ti guardi allo specchio e ti lavi i denti e ti nutri la pelle con una crema che dicono ti fa essere bella. Sei entrata nei miei pensieri ed io sono andato oltre sai! Sei il mio sogno concreto che rende l'uomo animale. Non so più cosa ci sia dentro due tette di donna, non so cosa si sente a leccarle, ma so cosa si prova a pensarle. Non mi hai ancora risposto se il tuo seno è abbondante, se c’è tanta carne da toccare e baciare. Dimmi se cala, perché ti farebbe più femmina quando al mattino lo lavi, quando tuo marito lo accarezza da dietro. Lo fai spesso l’amore? Raccontami del vento che soffia, dell’alito caldo che evapora sotto la gonna, che t’offri che s’offre e si congiungono odori e cedi alla voglia che non teme il giudizio.

Nel sogno si accavallano in me ricordi di giovani donne, che di me si sono fidate, rivedo i loro rossori, risuona nella mia mente una musica moderna "balla zingara balla che sei bella", forse ho ancora il brano conservato in qualche angolo della mia casa, già la mia casa! Chissà se il mio studio è diventato una stanza per bimbi, un ripostiglio d’armadi ed un asse da stiro. Che fine avrà fatto la mia scrivania, i miei libri della laurea? Forse in un deposito mangiati dalle tarme, dai tarli che si sfamano di me, della mia mente, che ora fa fatica a ricordare.

Donne belle, giovani, e mi chiedo ora come sarebbe il mio mondo se non fossero state così belle. Come potrei immaginarti? Dove si poserebbero i miei sogni? I miei desideri violenti? Ne ho viste di puttane, ma come le donne … mai! Ma poi ritorni tu, oramai sei dentro di me, nelle donne che affondo, che fotto e che raschio, vedo solo il tuo sesso, nelle gambe che apro e distendo vedo solo il tuo sesso la tua umida voglia che indecente si offre. M'illudo d'averla, di sentirla e di odorarla quando, finalmente, strappo le tue vesti di classe, dove ti prendo e ti apro, dove aggrappato privo di fiato mi svuoto e ti sbavo.

Dove ti prendo stanotte signora? E la domanda continua nell’ora d’aria, quando Samir mi parla a cenni. E poi il tramonto e buio improvviso. Ma io devo decidere, devo fare in fretta perché la notte non mi sorprenda ed io non ho ancora deciso. Dove ti prendo stanotte signora? Nello specchio della tua villa all’ingresso in stile veneziano mentre ti spalmi ed abbondi il rossetto? Stai per uscire? Ma porti un cappello e mi sussurri che mai lo togli mentre fai l’amore. M’inviti nello spacco della gonna che s’apre, già non porti pantaloni perché sarebbe volgare vedere una donna che abbassa la lampo. Sono piccoli dettagli, segni che mi portano dove da solo sto andando. Dove ti prendo stanotte signora? Ti prego continua perché io vedo come sfondo una rampa di scale, quadri del Canaletto appesi sui muri. Sei ricca lo immagino, ma la porta che s’apre non so se è uno studio. Ci sono tanti libri è vero, non oso chiederti di farlo su quella scrivania. E’ di tuo marito vero? Dammi un cenno, io ho tempo.

Fra breve ogni mia remora di pudore verrà schiacciata sotto l'inevitabile peso del desiderio carnale, i miei sensi annebbiati scruteranno il mondo in cerca di forme, d’odori che sanno di seta e di sesso. Lo so che non è facile, ma ti prego descrivimi il rumore dei tuoi passi sull’asfalto. Mettici magari un po’ di pioggia, un po’ di fretta e ripeti il percorso, tante volte fino ad esser sicura che quello che scrivi è quello che senti. Porti i tacchi vero?  Ti piace essere donna, ringrazi Dio per questo, ti piace essere oggetto di desiderio, d’essere in balia della passione. Sono sogni vero? Dove ti prendo stanotte signora? Sento ancora il rumore dei tuoi passi nella notte che ti sorprende da sola, dentro un inverno che t’avvolge e ti sfiora, e s’inoltra gelato nelle tue tette di sera tra i vicoli stretti d’una città che conosci, tra le maglie più larghe della tua camicia di seta. Dove ti prendo stanotte signora? Tra i tuoi  seni che colmano il vuoto, d’una notte che luna non riesce a riempire, tra il rumore dei tacchi che fanno la scia e ti fanno più preda come femmina calda. Offri tette a chi passa come se fossero frutta, al vento che soffia e ti secca le mani, mentre cammini sui bordi d’un’ora che è tardi, dove neanche una cagna si inoltrerebbe da sola. Perché dietro ogni muro c’è un uomo che guarda, una cicatrice alla luce che fa più paura, di un delinquente comune che ride che piscia, e ti lancia parole d’amore e di cesso. Hai paura che qualcuno t’aggredisca di colpo, ma cammini e ti turi la bocca, sapendo che quello che senti ti basta ed appaga, quell’anima informe che tace acconsente, con le membra scrostate dai muri che strusci, dagli angoli oscuri che sanno di muffa. Dove ti prendo stanotte signora? Sulla terrazza di un albergo del centro, tra i tetti spioventi dove i piccioni ci fanno la cacca, e sento l’odore dolciastro che sale e mi prende, e mi piace respirarlo perché sia più vivo il ricordo. E m’esce puttana e m’esce mignotta e ti piace sentirtelo dire come se questa notte non avesse né capo né coda e sia tutto consentito perché ci sono giorni che non hanno né ieri e domani come reti da pesca che dividono i mari. 

Alle volte non riesco a distinguere se queste cose me le hai scritte davvero o l’ho soltanto pensate. Quando mi parli così, ti sento smarrita, tenera, quasi bisognosa della mia protezione. Ma che dico? Come potrei mai qui dentro? Certo che vorrei darti all'infinito, sono sicuro che hai ancora tanto da dire, da dirmi perché sono l’essere più innocuo di questa terra. Mai potrei dirti incontriamoci. Mai chiedere il tuo numero di telefono. E’ questo che ti spaventa vero? Altrimenti l’avresti già tradito. Eccome se non l’avresti tradito! Con me puoi aprirti senza timore, con tutto l'ardore che sai, con tutto il bisogno come ora ti tocchi, t’accarezzi e la sfiori, ma non sprecarla nei vicoli bui e sporchi, non gettarla via senza che qualcuno abbia fatto un’offerta, d’amore di vita o ciò che ti sfama e ti sazia. Dimmi se i tuoi occhi indugiano sul viso, sulle mani di chi ti usa e ti sciupa, se entra nel corpo mentre l'anima rimane a guardare un tramonto che cade, ad indovinare quanto intenso è l’amore. Sicuro che ti ama almeno in quel momento ti ama, mentre ti striscia e ti struscia, di fuori e di dentro. Ti prego scrivimi e dimmi se domani chissà il tuo petto che s’intravede leggero troverà le stesse mani oppure due nuove?

 
 
 
     
 

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   pubblicazione Giugno 2005    

 
 

       

 
 
 
 

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